120 battiti al minuto, la recensione

È semplice cadere nello stereotipo quando si decide di rappresentare la malattia al cinema. Questo pericolo aumenta considerevolmente se si parla dell’AIDS, un virus che possiede un intero immaginario cinematografico alle spalle.

120 Battiti al Minuto, diretto da Robin Campillo e vincitore del Grand Prix allo scorso Festival del Cinema di Cannes, evita il cliché dell’omosessuale malato e riesce a non rimanere incatenato alla retorica del vittimismo. Nel corso del tempo, il virus è passato dall’essere protagonista di un cinema militante (praticamente invisibile) negli anni ‘80, a una successiva apparizione nel cinema americano con risultati non sempre ottimali.

Siamo a Parigi nei primi anni Novanta e gli attivisti di Act Up sono tra le prime associazioni a voler rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS. L’America si è spesso rapportata alle storie sull’AIDS con racconti estremamente intimi: lo ha fatto coraggiosamente Philadelphia di Jonathan Demme nel 1993 (è il primo blockbuster a far conoscere al grande pubblico il dolore fisico e psicologico dei malati) e anche il recente The Normal Heart di Ryan Murphy, in cui aumenta l’attenzione a una discriminazione medico-scientifica, ma al centro rimane una storia d’amore.

In questo senso, la pellicola di Campillo è orgogliosamente francese e rivoluzionaria. Comincia con lunghissime riunioni e accesi dibattiti di un gruppo che non si ritrova d’accordo su nulla. Gli argomenti affrontati non vengono alleggeriti dalla trasposizione cinematografica e rimangono complessi e tridimensionali, anche a discapito di apparire ostici. La forza del movimento scaturisce dai contrasti tra gruppi diversi: nella battaglia contro la malattia, accanto ai gay, si affiancano altre persone come tossicodipendenti, ex carcerati ed emofiliaci.

Partendo dal titolo (120 beats per minute indica sia i battiti del cuore che il tempo musicale usato per la musica house), è chiaro che quello che interessa al regista è mostrare l’entusiasmo di questi ragazzi, la loro voglia di vivere, di ballare e di combattere, non solo per se stessi ma per un’intera generazione dimenticata. Non è la morte a spaventare i ragazzi di Act Up, ma l’oblio del silenzio, l’orribile indifferenza e disinformazione in cui vivono il loro quotidiano. Al silenzio di un intero Paese, rispondono con atti rivoluzionari e momenti di festa. Al silenzio del passato, Campillo reagisce con una pellicola fatta di sensazioni e non semplicemente di eventi storici; una messa in scena elaborata presenta i moti emotivi dei personaggi attraverso un cambio di colore o un passaggio di luce la quale attraversa gli ambienti e distrugge i confini tra le varie sequenze.

Inaspettatamente, la sceneggiatura, firmata dallo stesso Campillo con Philippe Mangeot, parte da una narrazione corale per poi tornare nella sfera personale. In un primo momento, tale scelta ci lascia spiazzati: perché perdere una polifonia di voci e sostituirla con strade sentimentali più consuete? Campillo riesce a confrontarsi con i sentimenti e la paura senza scivolare mai nel melodramma della malattia; inoltre, proprio il focus su una storia d’amore tra due ragazzi riesce a far apprezzare in maniera ancora più lucida gli ultimi potentissimi 15 minuti.

La rivoluzione e la discoteca, le due anime del film si armonizzano in una meravigliosa sequenza finale: i 120 battiti di musica house sono i rintocchi di tutti quei cuori che hanno continuato a battere con la consapevolezza di esserci sempre l’uno per l’altro.

Matteo Illiano

PRO CONTRO
  • Raccontare l’AIDS senza cadere nello stereotipo.
  • Storicamente importante senza risultare mai didattico.
  • Gli ultimi 15 minuti valgono da soli il prezzo del biglietto.
  • Lunghezza eccessiva. Qualche taglio avrebbe agevolato la visione
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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