2:22 – Il destino è già scritto, la recensione

Looper, Predestination, Triangle, Source Code, Edge of Tomorrow, Prima di domani… Cosa hanno in comune tutti questi titoli che viaggiano sui binari della fantascienza? La tematica del “loop temporale”, che mai come in questi ultimi anni sembra essere stato eletto a macro-filone dello sci-fi cinematografico da piccole e grandi produzioni internazionali. Al folto gruppo di cui sopra sono elencati solo alcuni titoli, si va ad aggiungere 2:22 – Il destino è già scritto un – relativamente – piccolo film che parte dalla tematica del loop temporale per spostarsi progressivamente in altri lidi della fantascienza spirituale. Che detto così potrebbe far pensare a un qualche cosa di innovativo e profondo, ma non siamo dalle parti di Donnie Darko e Cloud Atlas, proprio no, invece 2:22 – Il destino è già scritto raffazzona suggestioni da altri generi senza riuscire a creare un reale fil rouge coerente e appassionante.

Il controllore di traffico aereo Dylan Boyd comincia ad essere ossessionato da un orario, le 2:22 del pomeriggio, quando alla Grand Station di New York sembra ripetersi uno schema ben preciso che in qualche modo finisce in tragedia. Questo strano ripetersi degli eventi è anticipato quotidianamente da altri piccoli segnali che ne annunciano lo svolgimento ed è proprio confuso da questo loop che Dylan quasi si rende responsabile di un incidente aereo mentre sta regolando il flusso arrivi/partenze in aeroporto. Per questo motivo viene sospeso dal lavoro ma incontra la gallerista d’arte Sarah, appena arrivata a New York proprio sul volo che ha sfiorato la tragedia a causa di Dylan. Tra i due nasce un sentimento che ben presto si trasforma in amore, ma Sarah è osteggiata dal suo ex, un artista che ora è un suo cliente, e Dylan comincia pian piano a capire che il loop in cui è precipitato è in qualche modo collegato al suo destino e quello di Sarah.

Il problema fondamentale di 2:22 – Il destino è già scritto sta tutto nella scrittura.

Gli sceneggiatori Todd Stein e Nathan Parker probabilmente non avevano le idee chiarissime su come sviluppare e concludere una storia (di Todd Stein) che ha una premessa indubbiamente intrigante. L’incipit con il loop in cui entra Dylan non è condotto in maniera brillante come ci si aspetterebbe da questo tipo di film, che solitamente hanno una complessità nel meccanismo narrativo che porta tutto a incastrarsi perfettamente. In 2:22, invece, molto sembra abbandonato al caso e la pista del ripetersi degli eventi non sembra legarsi minimamente con lo sviluppo che il film prende dove il tema del loop temporale non è necessario, anzi serve solo a creare inutilmente confusione. E la conseguenza in cui incappa il film diretto dall’australiano Paul Currie è proprio un senso di caos generale dato una cattiva gestione delle componenti narrative: la fantascienza mal si sposa con gli sviluppi spirituali e la banalissima deriva thriller è quanto di peggio si potesse pensare per la storia romantica che fa da sfondo al film.

Una nota positiva va ritrovata nei due interpreti principali, Teresa Palmer, già vista in Lights Out – Terrore nel buio e La battaglia di Hacksaw Ridge, e l’olandese Michiel Huisman, noto ai più per essere il (secondo) Daario Naharis della serie Il Trono di Spade, che ha un viso interessante e buone capacità attoriali.

Purtroppo il film, nel suo complesso, non c’è e si nota solo una gran confusione come se qualche cosa sia andata irrimediabilmente storta in fase di scrittura… purtroppo neanche la veste tecnico/visiva di 2:22 – Il destino è già scritto riesce a creare una piacevole distrazione dal mare magnum di mediocrità in cui questo film affoga.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • I due interpreti principali, in particolare Michiel Huisman.
  • Scrittura confusionaria e ricca di incoerenze.
  • Sbagliato dosaggio tra generi cinematografici.
  • Finale banale.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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2:22 - Il destino è già scritto, la recensione, 5.0 out of 10 based on 1 rating
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