A Quiet Passion, la recensione

È semplice raccontare di cosa parla A Quiet Passion: Terence Davies sceglie la biografia della poetessa statunitense Emily Dickinson per confezionare un biopic che segua le tappe della sua vita fino alla morte. È difficile, invece, parlare di come il regista inglese porti avanti questo racconto con una complessità espressamente ricercata, confezionando un film che, per dirla con le parole della distributrice Claudia Bedogni, lascia qualcosa allo spettatore anche dopo il contesto della sala cinematografica.

Trait d’union dei momenti significativi, isolati nella storia particolare della poetessa americana, sono i suoi pensieri, recitati in voice over ora a compendio, ora a congiunzione o a spiegazione delle sequenze, dando spessore e significato a luoghi e ambienti che hanno definito la sua esistenza.

Davies sceglie la strada della poesia per far trasparire la sensibilità di una donna, interpretata in maniera estremamente convincente dalla Miranda di Sex and the City Cynthia Nixon, intrappolata in un tempo che l’ha vista continuamente frustata e repressa. Per questo motivo, il ritmo della narrazione risulta estremamente lento e compassato, in consonanza con un’epoca in cui il ritmo della vita era completamente diverso e con una ricerca, dichiarata dal regista stesso in conferenza stampa, dell’esatta lingua del tempo a partire dagli accenti, confondendosi con il montaggio stesso del film e diventando una sorta di commento musicale.

Un biopic di solito ha poco spazio per un sotto-testo, concentrandosi sull’arco di una protagonista che staglia rispetto al resto, ma in questo caso la visione di Davies rispetto alla vita della Dickinson permette di far crescere un groviglio di linee tematiche coltivate in maniera tale da offrire a chi le scova il piacere di avere scoperto una sfumatura in più e la condivisione profonda di un clima culturale e spirituale di più di un secolo fa. Funziona in questo senso il potente e delicato close-up che il regista ci regala nella sequenza delle foto di famiglia. Ogni membro posa immobile davanti all’apparecchio fotografico, ma la macchina da presa effettua un movimento in avanti verso i volti degli stessi che quasi impercettibilmente sono cambiati e invecchiati. La dimensione statica e immobile della fotografia viene rovesciata, diventando un contenitore di vite diverse che materialmente devono sovrapporsi e coincidere su un solo livello.

La superficie è soltanto una delle tante facciate, ma in A Quiet Passion diventa densa, crisp come la luce cercata da Terence Davies, per stabilire un tono che renda la vita della poetessa americana significativa oltre l’intervallo di tempo reale in cui è vissuta e non una didascalia animata per scopi didattici. Certo risulta tutto più facile con il cast costruito intorno alla diva del piccolo schermo americano, con attori forse poco conosciuti dal punto di vista mediatico ma perfettamente calati nell’idea di fondo del regista, come Jennifer Ehle, Keith Carradine e Joanna Bacon.

Il pregio più grande di questo film, e che lo rende urgente, rimane in ogni caso la capacità di recuperare una dimensione del tempo non incalzante e oppressiva in funzione di una vita che segua l’emotività a discapito della causalità. Per goderne davvero, bisogna dimenticarsi una buona volta che succeda qualcosa e sentire quello che accade in Emily Dickinson, in Terence Davies e in noi stessi.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • Cast di livello.
  • Ritmo non facile.
  • Uso creativo della luce.
 
  • Tempi di montaggio.
 
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Valutazione: +1 (da 1 voto)
A Quiet Passion, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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