After Midnight, la recensione

Dopo l’esperimento di 17 a mezzanotte (2014), l’attivissimo Davide Pesca si rimette al timone di un nuovo horror antologico italiano, After Midnight (2018): questa volta si è scelto saggiamente di diminuire gli episodi e puntare più sulla qualità che sulla quantità; inoltre, se il primo era progettato per la distribuzione sul web, questo è pensato specificamente per la distribuzione in homevideo (uscirà per la Home Movies il prossimo autunno): 8 registi per 8 episodi, tutti curatissimi nella realizzazione e negli aspetti tecnici (fotografia, montaggio, musica), episodi che vanno a comporre una specie di Creepshow all’italiana.

Troviamo nomi famosi del panorama indie italiano, accanto ad alcune new entry: oltre a Davide Pesca (Tales from deep hell, Fame da vampira), i già affermati Daniele Misischia (The End? L’inferno fuori) e Roberto Albanesi (The Pyramid, Catacomba, Non nuotate in quel fiume e relativo sequel), il fotografo e regista Davide Cancila (The Iced Hunter), lo specialista di effetti visivi Francesco Longo e i meno noti Luca Bertossi, Nicola Pegg ed Eugenio Villani. Per motivi di tempo e budget, il film manca di una vera e propria cornice narrativa – questo il suo limite principale – limitandosi a inquadrature dirette da Longo su una vecchia casa abitata da un ghignante assassino. Ma si tratta di un problema secondario, visto che After Midnight  funziona bene, risultando un onesto e riuscito prodotto di intrattenimento in grado di competere con i film indipendenti internazionali.

Apre le danze Misischia con Vlog – L’ultimo video di Sara, girato sotto forma di found-footage. Sara, una giovane video-blogger che gestisce un canale sul web, si rivolge con un video agli utenti denunciando gli insulti e le minacce ricevute: scoprirà però a sue spese che il persecutore è più reale e vicino del previsto. Misischia si era già cimentato con successo nel found-footage con End roll, e conferma di saper regalare brividi allo spettatore: mettendo nel contempo alla berlina il mondo del web contemporaneo, tra vlogger e haters, gira un found-footage con tutti i crismi del genere, giocando sull’alternanza fra visto e non visto, fra il pov della videocamera nella stanza della protagonista e ciò che accade fuori dall’inquadratura. Menzione anche per l’effetto speciale sulla ferita e per la spaventosa maschera dell’assassino, anche se il nucleo della storia è la suspense e l’attesa di ciò che deve accadere.

Davide Pesca cambia in parte il suo consueto carattere di follia e morbosità con The taste of survival, un omaggio ai post-atomici italiani degli anni Ottanta. La storia è ambientata in un futuro dove la guerra ha distrutto ogni cosa e i superstiti lottano per la sopravvivenza: una ragazza è inseguita da tre mostruosi individui che hanno subito mutazioni a causa di un virus; sembra trovare la salvezza grazie a un uomo, ma i guai non sono finiti. Girato in una cava che si presta magnificamente all’ambientazione futuristica, con una fotografia virata in giallo-ocra, colpisce sia per l’omaggio al genere sia per gli FX artigianali gore e splatter, cioè la specialità di Pesca, anche qui presenti in buona quantità: volti tumefatti e deformi, lame che perforano la carne, pasti a base di interiora sono il piatto forte dell’episodio.

Cambiamo totalmente stile e narrazione con Nyctophobia di Francesco Longo. La fobia del titolo indica la paura della notte, ed è ciò di cui soffre il protagonista, che non riesce a prendere sonno ed è tormentato da spaventose figure che compaiono nel buio: allucinazioni o realtà spettrale? La spiegazione va cercata nel suo passato. Nyctophobia è ricco di suggestioni più o meno volontarie – dalle gemelle diaboliche di Shining agli spettri di Lights-out che compaiono nel buio. La regia cura l’estetica e gioca molto sui jump-scares in stile Insidious o Sinister, ma innova il genere introducendo una spiegazione abbastanza sorprendente. Vedremo così il protagonista trasportato in una dimensione “altra” fatta di demoni, incappucciati e messe nere, un “altrove” che riecheggia Hellraiser e l’universo di Lovecraft; notiamo nel cast la presenza di Roberto D’Antona e Michael Segal, due nomi dell’indie italiano che non hanno bisogno di presentazioni.

Davide Cancila dirige Nel buio, ed essendo un fotografo presta una cura certosina nell’immagine e nella composizione delle inquadrature. Il protagonista (Federico Mariotti, volto noto dell’indie nostrano) si prende cura della sorella, che vive in uno stato semi-vegetativo dopo un incidente che l’ha traumatizzata; la donna soffre di allucinazioni, ma l’uomo scoprirà trattarsi di una minaccia più concreta. La trama ricorda abbastanza quella dell’episodio precedente, e in parte anche di quello successivo – un difetto del film sta nel carattere abbastanza simile di tre episodi su otto. Ad ogni modo, anche la storia di Cancila funziona bene, non tanto per ciò che si vede quanto per la suspense creata – pensiamo al percorso nei cunicoli bui – e alla sensazione di mistero opprimente, in un continuo scambio fra mostri “reali” e demoni della mente.

Il giovane ma promettente Luca Bertossi dirige Io non le credo, un horror soprannaturale che richiama film moderni come The Conjuring ma strizza l’occhio anche al classico L’esorcista. Tutto il corto è giocato infatti su due personaggi: un ragazzo perseguitato da un demone e il prete a cui si confida, ma che come suggerisce il titolo si dimostra alquanto scettico a causa della reputazione del giovane. Come l’episodio di Longo, anche questo episodio punta molto sui jump-scares, riuscendo a spaventare soprattutto con le apparizioni della monaca indemoniata, derivata presumibilmente da The Conjuring 2. Da notare un sotto-testo psicologico e mistico non banale, e alcune inquadrature particolarmente raffinate grazie al fumo di scena e a luci “di taglio”; la finestra con la grata cita il capolavoro di Friedkin.

Cambiamo finalmente universo con l’episodio di Nicola Pegg, Escape from madness, un chiaro e voluto omaggio a Non aprite quella porta: una ragazza che passeggia in un parco viene rapita da una famiglia di pazzi, compreso un assassino armato di motosega; riuscirà a fuggire e vendicarsi. Come si evince dalla trama, al classico di Hooper si unisce un tema da rape & revenge, ma il punto forte del corto sono le citazioni pedisseque da Texas Chainsaw Massacre, un omaggio talmente spudorato da risultare simpatico: “Faccia di cuoio” vestito praticamente identico e con la medesima arma, la tavola imbandita con pasti mostruosi, le urla finali della ragazza imbrattata di sangue. Niente di nuovo dunque, ma piacevolmente mimetico e d’exploitation. Adeguandosi allo stile moderno, Pegg inserisce alcune inquadrature dalla soggettiva di una telecamera, un po’ in stile found-footage se vogliamo.

Roberto Albanesi conferma il suo stile bizzarro ed irriverente con Che serata di merda!. Un contadino, ucciso per sbaglio e sepolto da due giovani, torna un anno dopo dalla tomba per presentarsi alla coppia e chiedere il tributo di sangue. Detto così, sembrerebbe una storia trita e ritrita, ma lo stile e la narrazione di Albanesi lo rendono un unicum che prende poi a sorpresa la strada del meta-cinema, fornendo spunti di riflessione non banali sulla natura dei personaggi cinematografici. Ma già prima della svolta, si respira un clima bizzarro, straniante e umoristico, tipico del cinema di Albanesi, che sa quando fare horror puro e quando fare horror/comedy. Il corto in questione appartiene alla seconda categoria – basti pensare al bizzarro morto vivente che cammina per le strade del paese; buono il make-up del mostro e la testa mozzata.

Chiude After Midnight l’episodio di Eugenio Villani, Haselwurm. Il titolo prende il nome da una creatura mitologica tipica del folklore trentino, una sorta di incrocio tra un verme e un serpente, le cui carni – se mangiate – donano poteri straordinari. È proprio ciò che pensano i due protagonisti, che vanno a caccia di un esemplare e lo uccidono: prima di morire, il mostro fa però in tempo a graffiare il ragazzo, che pian piano si trasforma a sua volta in un Haselwurm. Seppure gravato da una certa lentezza, il corto di Villani è uno dei migliori dell’antologia: curatissimo nell’estetica, si evolve da una storia fantasy in un vero e perturbante body-horror puro, con echi dal cinema di Cronenberg e dalla cosmogonia di Lovecraft e Clive Barker, e con una voluta opposizione fra i paesaggi bucolici e gli orrori che nascondono. Stupefacenti gli effetti speciali di buon artigianato: il volto mutante del ragazzo e la nascita della nuova creatura, un mostruoso parto che dà vita a un nuovo Haselwurm, accolto poi dalla ragazza come un figlio.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Horror antologico in grado di competere con gli indie internazionali.
  • Ottima cura estetica e narrativa di ogni episodio.
  • Buoni effetti speciali.
  • Momenti di suspense e jump-scares.
  • Alternanza fra vari sottogeneri horror.
  • Mancanza di una vera e propria cornice narrativa, importante negli horror antologici.
  • Presenza di tre episodi dallo svolgimento abbastanza simile.
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