Aladdin, la recensione

Perseguendo con convinzione e determinazione la strada del remake, la Disney porta sul grande schermo un nuovo adattamento live action di un celebre classico che ha segnato la storia del cinema d’animazione: stavolta tocca ad Aladdin, fortunata versione disneyana del racconto Aladino e la lampada magica contenuto nella raccolta Le mille e una notte.

Aladdin è il 31° classico Disney del canone ufficiale, arrivato nei cinema nel 1992, nel pieno di quel periodo considerato “Rinascimento Disney”, diretto da due grandi artisti dell’animazione come Ron Clements e John Musker, già artefici del riuscitissimo La sirenetta (1989) e dei futuri successi Hercules (1997) e Oceania (2016). Forte di una storia appassionante che univa avventura e romanticismo, già più volte esplorata dal cinema per ragazzi con celebri lungometraggi live action che hanno di fatto costruito le basi per il cinema fanta-avventuroso, Aladdin è entrato presto nell’immaginario di un’intera generazione (e una a seguire) grazie a una sinergia di fattori, ottime musiche e un’idea matura di cinema d’animazione che ne fece immediatamente un punto di riferimento per certa narrativa cinematografica per famiglie.

Pensare oggi, dopo l’altalenante percorso di rifacimento dei classici d’animazione, di metter mano proprio ad Aladdin è un giocare sul sicuro, avere una storia forte e dalla sicura presa cinematografica capace di sfruttare al pieno le potenzialità del moderno cinema d’intrattenimento. Una scelta oculata, quasi obbligata, che però non ha portato a quel risultato sperato a causa di una serie di strane scelte formali, molto rischiose, che hanno dato vita a un oggetto cinematografico difficilmente digeribile.

Aladdin

Con Aladdin siamo nel territorio della fedeltà, quello già intrapreso da Jon Favreau con Il libro della giungla, Bill Condon con La bella e la bestia e in parte Kenneth Branagh con Cenerentola, piuttosto che la rilettura personale di Tim Burton con Dumbo. Questo vuol dire che siamo di fronte a un remake puro, non frame-by-frame ma quasi, con un margine di libertà creativa pari a circa il 5%. E se a raccontare la “favola” della lampada di Aladino nell’introduzione non è un mercante di Agrabah pronto a infrangere la quarta parete ma Will Smith ai suoi bambini in veste di marinaio, tutto il resto segue passo passo la versione a cartoni animati. Si può notare, a tal proposito, una certa accelerazione negli eventi che caratterizzano il primo atto del film per cedere poi a una diluizione narrativa nell’atto centrale, quello che vede Aladdin nelle vesti del Principe Ali, con una concessione particolare alle dinamiche della commedia degli equivoci che ricorda tanto (e paradossalmente) la versione di Alessandro Siani de Il principe abusivo.

Aladdin

Seguendo con fedeltà l’opera di Musker e Clements, la versione live action di Aladdin decide di agganciarsi a una tradizione cultural-cinematografica ben precisa, quella bollywoodiana. Nel ragionamento degli autori John August e Guy Ritchie il collegamento deve essere stato automatico: realizzare un film tratto da Le mille e una notte non può che richiamare il cinema di Bollywood! E così è stato, con una concessione al kitsch ovviamente fortissima.

Ora, se avete presente il cinema di Bollywood più o meno saprete cosa aspettarvi, ma se siete in assoluto digiuno di cosa viene tradizionalmente prodotto dall’industria cinematografica indiana, sappiate che si tratta di film che sovente raccontano storie di amori impossibili e contrastati, fanno un uso canonico di canti e balli nella narrazione diegetica, e hanno un gusto per l’eccesso visivo che si traduce in colori sgargianti, scenografie pompose e – negli ultimi anni – effetti visivi eccessivi (e spesso molto brutti, va detto) e un utilizzo dell’illuminazione nelle scene irrealistico che non è proprio quello a cui Hollywood ci ha abituato. Tutto questo viene più o meno fedelmente riportato in Aladdin.

Aladdin

L’utilizzo della musica è ovviamente quello che si faceva già nel film d’animazione, con le stesse canzoni adattate e l’aggiunta di almeno un paio di momenti musicali in più; ma la sobrietà dell’aspetto musical visto nel film di Musker e Clements è qui sostituita da pompose coreografie rigorosamente in stile Bollywood. Aggiungiamo che l’uso massiccio dell’effetto visivo non sempre è giustificato e la qualità stessa spesso ne risente, soprattutto se paragonata agli standard ottimi disneyani, così come c’è questa fotografia luminosissima che fa molto teatro di posa, così come le scenografie e i costumi sanno di finto, di artificioso. Tutto coerente con l’idea di base, per carità, e tratto distintivo fortissimo… ma questo non si traduce in qualità, anzi.

Anche la scelta degli attori non convince e se Naomi Scott (già vista in Power Rangers e presto nel reboot di Charlie’s Angels) se la cava egregiamente come Jasmine, il resto del cast sembra tutto sbagliato, a cominciare dall’anonimo Mena Massoud (Jack Ryan) ben lontano dall’idea di Tom Cruise che ispirò gli animatori disneyani dell’epoca nel dar vita ad Aladdin. Anche Will Smith come Genio lascia un po’ a desiderare, sia per l’animazione in CGI spesso invasiva, sia perché – per l’ennesima volta – Will Smith recita la parte di Will Smith e non quella del Genio. Ma il vero K.O. è Jafar, che ha il volto di Marwan Kenzari (Seven Sisters, Assassinio sull’Orient Express), troppo giovane, inespressivo e dal carisma prossimo allo zero, assolutamente inadatto a incarnare un villain così iconico come quello che tutti conosciamo.

Aladdin

Guy Ritchie, che è anche regista oltre che sceneggiatore, scompare completamente e perfino i non rari momenti d’azione non hanno il suo stile ipercinetico, solitamente caratterizzato da un montaggio ad hoc molto riconoscibile. Aladdin è invece un’opera registicamente molto canonica, il classico compito svolto anonimamente secondo i dettami della produzione.

Tutto da buttar via, dunque?

No, le musiche sono molto belle, l’adattamento delle canzoni storiche particolarmente riuscito, la lunga sequenza nella caverna ha un particolare fascino visivo che ci ricorda di essere dinnanzi a un film Disney e anche il piano sequenza iniziale votato a presentarci tutti i personaggi è una bella trovata. Poi c’è una consistente aggiunta legata al personaggio di Jasmine utile a svecchiarlo per inserirlo nell’era del “me too”, una riflessione per nulla banale e ben contestualizzata che da atto dovuto diventa tratto distintivo di questo remake.

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Però nel complesso questo Aladdin non lascia il segno e si ha la sensazione che le buone intenzioni, le scelte coraggiose, alla fine non siano andate a segno, lasciando allo spettatore uno spettacolino tronfio, bulimico e un tantino trash che non potrà di certo sostituire nella memoria collettiva il classico d’animazione. Ça va sans dire.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Le musiche.
  • Naomi Scott.
  • L’aggiornamento all’epoca del me too.
  • Il cast.
  • L’idea di fare una versione hollywoodiana del film di Bollywood.
  • Guy Ritchie impercepibile.
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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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