Ave, Cesare!, la recensione

Joel e Ethan Coen non sono nuovi al racconto di Hollywood, dal momento che nel 1991 illustrarono in Barton Fink – E’ successo a Hollywood la paradossale storia di uno sceneggiatore, ovviamente contaminandola con le suggestioni crime che li hanno portati alla celebrità e vincendo anche la Palma d’Oro a Cannes. A distanza di 25 anni i Fratelli Coen tornano sul luogo del delitto e scrivono, dirigono, producono e montano Ave, Cesare!, una commedia che racconta il cinema dal suo interno e se ne prende gioco mettendo alla berlina chi vi lavora.

Sulla carta, Ave, Cesare! è il classico film larger than life: corale, strapieno di divi, capace di contaminare i generi e con un argomento – il cinema che riflette su sé stesso – che dà spunto a un’infinità di trame, sotto trame e sketch. Però, a guardare il risultato, si ha l’impressione che nel meccanismo di Ave, Cesare! qualche cosa non abbia funzionato a dovere, a cominciare dal processo di scrittura.

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La storia prende avvio dal fixer cinematografico Eddie Mannix (Josh Brolin), che si occupa di risolvere problematiche nella Hollywood degli anni ’50. Il “caso” più eclatante è legato alla produzione del peplum Ave, Cesare nel momento in cui la star del film, Baird Whitlock (George Clooney), viene rapita da una congrega di sceneggiatori comunisti finiti nella lista nera degli Studios. A ciò si unisce la crisi del regista Laurence Lorenz (Ralph Fiennes), a cui è stato imposto l’attore cane Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), le fissazioni della starlette DeAnna Moran (Scarlett Johansson) e i loschi traffici dell’attore Burt Gurney (Channing Tatum), impegnato nella realizzazione di un musical.

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In una carriera in cui il cinema sembra essere un argomento costante anche se non diegetico, i Coen si divertono a parlare del loro lavoro e delle arti nel loro complesso sempre utilizzando un tono sarcastico e canzonatorio. L’idea di Ave, Cesare! sembra essere nata già nel 2004, quando i registi annunciarono di voler concludere la loro ideale Numbskull Trilogy (di cui facevano parte Fratello, dove sei? e Prima ti sposo, poi ti rovino) con un film ambientato nel mondo del teatro degli anni’20. Quella “trilogia” fu completata nel 2008 da Burn After Reading – A prova di spia, ma il progetto Ave, Cesare! non fu abbandonato ed entrò in produzione, sotto l’egida distributiva della Universal Pictures, nel 2014, virando dagli anni venti ai cinquanta e dal teatro al cinema.

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L’elemento crime è costantemente presente nella filmografia dei Coen, anche in questo caso, pur mostrandosi pretestuoso più che in passato, e a prevalere è il tono generale comedy, nello specifico da farsa. Con Ave, Cesare! però ci sono delle ambizioni maggiori che in passato. Lo si capisce dall’hype che è stato creato, dal cast importante, dalla certosina ricostruzione della Hollywood di metà ‘900. Eppure siamo dalle parti di un’opera minore dei registi di Fargo, dalle parti proprio di Burn After Reading per umorismo e leggerezza, dove l’impegno produttivo si traduce quasi come una parata di star poco giustificata e giustificabile. Basti vedere i ruoli minuscoli affidati a Tilda Swinton e Scarlett Johansson e i semplici cammei di Jonah Hill e Frances McDormand.

Hail, Casar!

Il kolossal che ha il sapore della parodia non è affatto un male, anzi c’è una coerenza di fondo che ci si aspetterebbe dai Coen, in fondo ci hanno abituato da anni a un’alternanza tra un film “serio” e un film di puro intrattenimento… e così dopo A proposito di Davis c’era da aspettarsi il pastiche. Ma Ave, Cesare! non è solo un “gioco” da non prendere sul serio, ma anche un film frettoloso e molto poco curato nella scrittura. Un dato che non ci si aspetterebbe da chi ha vinto ben due premi Oscar per la sceneggiatura!

In primis manca una trama sufficientemente forte che riesca a tenere unite le molte storie che si intrecciano e il rapimento di Whitlock non ha la pregnanza di svolgere questa funzione. Si ha dunque la sensazione che manchi un collante e il tutto si riduce a tanti sketch slegati, non sempre divertenti, in cui nulla e nessuno ne esce approfondito.

Hail, Caesar!

Eddie Mannix, interpretato da un Josh Brolin che per mimica facciale meriterebbe ormai un riconoscimento, è il vero trait d’union, ma ci sono alcuni aspetti della sua vita che vengono colpevolmente tralasciati o non approfonditi, a cominciare dal suo rapporto con la fede (il film si apre addirittura in un confessionale) e i suoi legami famigliari. Tutto ciò che gli gira attorno è solo accennato e questo a volte può giocare a favore del film, come accade con il personaggio del cowboy Hobie Doyle (interpretato da un magnificamente inespressivo Alden Ehrenreich) a cui bastano poche battute per avere una riuscita caratterizzazione, oppure la lobby degli sceneggiatori comunisti, che diverte nel suo essere quasi una parodia del contemporaneo L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo. Per tutto il resto si ha l’impressione della mancanza di approfondimento, sia narrativo (le situazioni) che caratteriale (i personaggi), come se fossero stati tagliati di netto blocchi a un film che inizialmente avrebbe dovuto durare molto di più dei canonici 105 minuti.

Hail Caesar!

Tra una scena fatta per ridere con umorismo un po’ becero e un ingiustificatamente lungo inserto musical che ci ricorda che Channing Tatum proviene dai dance movie, Ave, Cesare! finisce in maniera fin troppo repentina, lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca.

Se vi aspettate l’ultimo grande film dei Coen potreste rimanere delusi: a tratti ci si pure diverte e la ricostruzione storica/scenografica è di quelle da grandi occasioni, ma nel suo complesso Ave, Cesare! è un mezzo pastrocchio fatto forse con fretta o con la consapevolezza che i nomi coinvolti sia davanti che dietro la macchina da presa siano da soli sufficienti a richiamare pubblico e causare orgasmi multipli a certa critica.

That’s all folks!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La lobby degli sceneggiatori comunisti.
  • Una leggerezza di fondo che parodizza il mondo del cinema della golden age di Hollywood.
  • Tanta approssimazione.
  • Mancanza di approfondimento in alcuni personaggi chiave.
  • Si ha l’impressione che l’intero film sia solo una parata di grandi nomi dello star system hollywoodiano.
  • Molta fuffa, poca sostanza.
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