Avengers: Endgame, la recensione

11 anni, 22 film, quasi 19 miliardi di dollari incassati e una popolarità planetaria che fa degli Avengers i personaggi attualmente più celebrati da bambini e adulti in tutto il mondo. Un progetto immenso che non ha precedenti nella Storia del Cinema e che, per questo motivo, è esso stesso ormai Storia. Un’opera che sta per concludere un arco narrativo lunghissimo e imponente che, a posteriori, è stato chiamato la Saga dell’Infinito, facendo riferimento alle preziose gemme che – se unite – conferiscono in chi le possiede dei poteri inimmaginabili. Questa conclusione ideale, che non coincide essenzialmente con la fine della Fase 3 del Marvel Cinematic Universe, che si compirà in estate con Spider-Man: Far From Home, porta il titolo di Avengers: Endgame, diretto sequel di Avengers: Infinity War, un film gigantesco che chiude alla perfezione il cerchio iniziato nel 2008 con Iron Man.

È doveroso fare una premessa. Il Marvel Cinematic Universe, quello che i Marvel Studios e Kevin Feige hanno costruito in questi anni, rappresenta l’essenza stessa del cinema, l’anima dell’intrattenimento cinematografico, la sublimazione di ogni tentativo di fodere più linguaggi mediali per creare un vero universo capace di reggere sulle proprie spalle un nuovo modo di pensare il fantastico filmico. È un dato di fatto – ne prendano atto anche gli ottusi detrattori – che esiste un pre e un post MCU, e che Iron Man, Captain America e Thor rappresentano un nuovo grado zero del fare e pensare certo cinema. Un cinema che, al pari con altri caposaldi del fantastico come può essere Star Wars o Il Signore degli Anelli, riesce ad abbracciare più generazioni: fa sognare i bambini, dando loro dei modelli con cui crescere, da impersonare nei giochi, a cui affezionarsi e portar nel cuore per decenni fino a raccontarli ai loro figli e nipoti; ma fa appassionare anche gli adulti, che quei personaggi magari già li conoscono da anni grazie alla carta stampata, ai cartoni animati, alle action figures e che rappresentano un bagaglio culturale già tramandato. Pensate, idealmente, a tre generazioni che grazie all’MCU si incontrano e hanno un universo comune da condividere, personaggi di cui parlare, per cui tifare. In questi termini, al di là del valore artistico di ogni singola opera, l’MCU ha vinto ogni cosa, è riuscito a raggiungere lo zenit dell’immaginario popolare.

Con Avengers: Infinity War i Fratelli Russo e i Marvel Studios avevano toccato punte di qualità davvero alte, con livelli di drammaticità insolitamente efficaci in un simile tipo di narrazione, dunque proseguire quella storia era un’impresa davvero rischiosa. Far meglio era pressochè impossibile, ma si sarebbe almeno riuscito a bissare quella riuscita? Avengers: Endgame ci dice che si, è stato possibile.

In seguito agli eventi luttuosi generati dall’azione di Thanos, che schioccando le dita con indosso il Guanto dell’Infinito ha sterminato il 50% delle forme di vita nella Galassia, gli Avengers sopravvissuti devono fare i conti con rimorsi, perdite e un senso di sconfitta che fino ad ora non apparteneva loro. Un modo per porre rimedio alla terribile situazione è suggerito dal ritorno inaspettato di Scott Lang, Ant-Man, che suggerisce ai colleghi la possibilità di viaggiare nel tempo attraverso il Regno Quantico, dove è rimasto intrappolato per cinque anni. Tornando indietro nel tempo, gli Avengers possono entrare in possesso delle Gemme dell’Infinito prima che Thanos le raccolga nel suo Guanto ed evitare così la catastrofe. Ma l’impresa è molto delicata, non tutti gli Avengers sono d’accordo a prendervi parte e, soprattutto, hanno una sola possibilità per cambiare gli eventi: non sono ammessi errori!

Affidando l’apertura all’unico personaggio che in Infinity War e nei film successivi non si era visto, ovvero Clint Barton aka Occhio di Falco, Avengers: Endgame riprende la narrazione proprio lì dove l’avevamo lasciata, con i personaggi separati in due gruppi a piangere le proprie perdite, un Titano folle che si gode il successo e un personaggio dai grandi poteri pronto a venire in aiuto dei nostri. I primi venti minuti circa di Endgame sono utili a rimettere insieme i pezzi di Infinity War, il senso di vuoto e malinconia che aveva lasciato, sono un’ideale conclusione di quella storia con delle scelte narrative particolarmente audaci che non risparmiano sorprese. Questi sono i primi venti minuti, solo venti. Le restanti 2 ore e 40 minuti si presentano come un ottovolante di emozioni, un susseguirsi di scene madri che, a sorpresa, si affidano molto più alla scrittura che all’azione, dimostrando un lavoro di sceneggiatura incredibile. E non sto parlando solo di far combaciare i pezzi, di incastrare alla perfezione eventi e personaggi che in questi undici anni sono comparsi nei vari capitoli dell’MCU, parlo proprio di un’abilità nel dare una costruzione appassionate agli eventi e una reale crescita ai personaggi. Avengers: Endgame vive dei film che l’hanno preceduto, li ripercorre letteralmente, ma non è mai luce riflessa perché li guarda da un’altra prospettiva, con una consapevolezza unica e attraverso lo sguardo di personaggi che oggi sono incredibilmente differenti da allora. Basti pensare alla riluttanza di Tony Stark, divenuto disilluso dagli eventi e allo stesso tempo motivato nel proseguire per la propria strada, la nuova vita di Bruce Banner che può essere equiparata, in maniera diametricalmente opposta, a quella di Clint Barton, ma soprattutto Thor che in questi anni, da film in film, è profondamente mutato, ha trovato una dimensione votata alla commedia, che qui si tinge di malinconia per dar vita a un’immagine del Dio del Tuono mai vista prima.

Dividendosi idealmente in tre atti molto distinti, è solo nel terzo che Endgame si abbandona all’azione smisurata, gargantuesca, epica oltre ogni immaginazione, donandoci uno scontro finale che riserva sorprese molto grandi, qualche colpo prevedibile ma davvero ben assestato e una chiusura che genera sensazioni molto forti, in cui la malinconia si fonde con la dolcezza, pur non abbandonando mai e per nessuna ragione quel senso dell’umorismo utile a stemperare la tensione e ormai vero marchio di fabbrica di questa saga.

L’MCU mostra una crescita sotto tutti i punti di vista, il compimento perfetto di un ciclo narrativo che, fidelizzato il pubblico, può concedersi esperimenti autoriali come Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, appunto.

Le tre ore di durata scorrono come poche volte al cinema capita e ci si trova in più occasioni col fiato sospeso, a stringere il bracciolo della poltrona, a sudar freddo, a volte rassicurati da una risata liberatoria.

Non sappiamo ancora cosa accadrà dopo queste tre Fasi dell’MCU, a titoli di coda terminati (e questa volta senza alcuna scena bonus) ci si trova un po’ disorientati, senza reali certezze per il futuro, come quando un caro amico con cui si è trascorso insieme un decennio fatto di avventure indimenticabili parte e non se ne conosce la meta, ne quanto tempo passerà prima di poterlo rivedere. Si esce dal cinema soddisfatti da Avengers: Endgame, ma con un inevitabile velo di malinconia addosso.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ripercorre i momenti salienti della Saga dell’Infinito mostrandoceli da un punto di vista inedito.
  • Emoziona di continuo.
  • A sorpresa Endgame è film molto di scrittura… ottima scrittura!
  • La crescita che hanno avuto alcuni personaggi ha dell’ammirevole.
  • È la chiusura perfetta di 11 anni di bellissime avventure.
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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Avengers: Endgame, la recensione, 9.0 out of 10 based on 1 rating
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