Baby Driver – Il genio della fuga, la recensione

In un programma televisivo di qualche anno fa, il trascinatore di folle Adriano Celentano utilizzava una semplicissima dicotomia per differenziare le cose giuste da quelle sbagliate, quelle belle da quelle brutte, le in dalle out: rock e lento. Se oggi dovessimo ripescare questa semplificazione massima e populista, dovremmo essenzialmente dire di uno come Edgar Wright che è rock. Lui è rock in tutti i sensi e rock sono i suoi film, sia perché hanno un’energia, un’inventiva e una vitalità uniche, sia perché fanno del rock – inteso come musica – un elemento primario. E rock, ovviamente, lo è Baby Driver – Il genio della fuga, il suo ultimo imperdibile film, che rielabora l’action-crime a tempo di musica.

Baby è giovanissimo e per vivere lavora come autista per un piccolo malavitoso che, vista la sua abilità, lo utilizza al volante per pirotecniche rapine. Ma Baby soffre di acufene, un problema all’udito che gli procura un fischio costante nelle orecchie, che può attutire solo con la musica. Per questo, il ragazzo vive con le cuffiette alle orecchie e le sue azioni sono letteralmente scandite da una colonna sonora. Quando Baby conosce Deborah, che di mestiere fa la cameriera, decide di abbandonare il mondo del crimine, ma il suo boss non ha intenzione di privarsi di quello che definisce il suo “portafortuna”.

Veloce, scanzonato, con scene d’azione magnifiche e personaggi scritti in maniera impeccabile, Baby Driver si inserisce di diritto tra le sorprese cinematografiche di quest’anno. Un omaggio al cinema d’azione che fu – a Walter Hill in primis, che compare anche in un cammeo vocale – capace di svincolarsi dalla semplice funzione di cinema citazionista. Infatti Baby Driver ha in primis un’idea forte alla base, ovvero trasformare quello che sulla carta è un crime d’azione fatto di rapine e inseguimenti in un action musicale. È incredibile il lavoro svolto sulla colonna sonora e su come sia stata legata alle coreografie action: gli inseguimenti e le sparatorie sono letteralmente a tempo di musica e lo stesso regista ha rivelato in conferenza che la sua sceneggiatura comprendeva dei link alle canzoni che avrebbero accompagnato le varie scene, così da preparare gli attori al meglio. Insomma, un film innovativo nato da una tecnica pre-produttiva innovativa.

Ma il bello di un film come Baby Driver è che tutto è stato già visto e già detto, dal protagonista introverso con un trauma alle spalle, alla storia d’amore da film anni ’50 (e le fantasie di Baby in b/n non sono casuali), ma il taglio che Wright ha dato alla storia e ai personaggi ha fatto sì che anche il già visto potesse diventare una novità. E così la coppia (innamoratissima) di criminali che lavorano con Baby, interpretati dagli efficacissimi John Hamm ed Eiza Gonzàlez, sono una variante pulp di Bonnie & Clyde, e Doc, il boss che ha il volto di Kevin Spacey, è a metà tra il villain e il mentore. La mente vaga e fa una marea di collegamenti, ma l’occhio si trova dinnanzi uno spettacolo originale e l’orecchio gode dell’esplosiva colonna sonora scelta dallo stesso Wright e comprendente pezzi dei Beach Boys, Queen, Barry White, Beck e Blur.

In un cast ricco volti noti, come anche Jamie Foxx, Lily James e Jon Bernthal, a sorprendere è proprio il giovane protagonista Ansel Elgort, già visto nella saga di Divergent e nel remake di Carrie, che riesce a recitare parlando pochissimo e trasmettendo una grande empatia con lo sguardo e i moviementi.

Insomma, il regista di Shaun of the Dead, Hot Fuzz, La fine del mondo e Scott Pilgrim vs the World aggiunge un altro gioiello a una filmografia e dimostra che fino ad ora non ha sbagliato un colpo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Innovativo grazie all’utilizzo della musica.
  • Personaggi ben caratterizzati.
  • Gran cast!
  • Colonna sonora variegata.
  • Poteva durare una decina di minuti in meno e nessuno se ne sarebbe accorto.
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