Barriere, la recensione

Netturbino dell’America degli anni Cinquanta, Troy Maxson (Denzel Washington) si scontra giornalmente con i demoni che pesano sul suo cuore e con le ingiustizie sociali che un afroamericano (volente o nolente) subiva in quella società solo apparentemente priva di pregiudizi razziali. La sua esistenza è suddivisa equamente tra una moglie che lo adora, dei figli che non approva, un amico (e consigliere) inseparabile, un fratello con dei disturbi mentali ed un’amante: queste persone formano la prima barriera presente nel film, che lo protegge dalla cattiveria del mondo all’esterno. Ma, quando la sua amante resterà incinta, Troy sarà costretto a confessare la sua doppia vita alla moglie. In questo modo la parte più resistente della barriera incomincerà a crollare e l’effetto domino sarà inevitabile. Troy si troverà solo con i propri demoni, senza più difese nemmeno contro il demonio più potente: la morte.

Barriere è l’adattamento per il grande schermo della pièce teatrale Fences, scritta nel 1983 da August Wilson, con la quale vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia. Denzel Washington non solo è il protagonista della pellicola (insieme ad una straordinaria Viola Davis), ma la dirige anche mantenendo una certa coerenza tematica con tutte le altre pellicole da lui dirette. Difatti, anche quest’ultimo lavoro si rivolge principalmente ad una minoranza che vive negli Stati Uniti, ovvero gli afroamericani. E la condizione afroamericana viene analizzata nel microcosmo del cortile della casa di Troy, un cortile protetto da sguardi indiscreti, la cui invisibilità non è altro che l’ennesima barriera alzata dal protagonista in difesa del proprio territorio e dei propri affetti. Un po’ come il recinto che man mano che si va avanti con la narrazione, prende sempre più forma (questa volta fisica), nuovo muro ciclopico o muraglia che maggiormente restringe i confini protetti. Un restringimento che però provoca in Troy un devastante effetto collaterale, ovvero delle fughe occasionali con una donna più giovane.

Il troppo stringere il cerchio, il troppo voler proteggere ha causato nel protagonista un senso di soffocamento: in quella ragazza egli ha ritrovato l’ossigeno che da troppo tempo gli mancava in quel cortile tenuto fuori dagli orrori razziali del mondo. E la giovane sarà la causa del disgregamento, l’ariete che sfonderà le mura di cinta e che genererà una breccia insanabile quando la donna rimarrà incinta. Una bomba così potente che farà esplodere il “gruppo di famiglia in esterno” (parafrasando un film di Visconti), che non sarà più in grado di rimettere piede con tutti i partecipanti in quel piccolo cosmo verde che è il cortile.

Curioso come il protagonista porti già nel suo nome di battesimo il suo stato di assedio, di cattività, rimandando fonicamente alla città di Troia cinta d’assalto dalle truppe greche; la ragazza di cui lui si innamorerà non è altro che il famoso cavallo di legno progettato da Ulisse: se nella mitologia dal suo ventre usciranno soldati che deprederanno la città dal suo interno, in Barriere sarà la nascita di una bambina da un altro ventre (ma in egual modo devastante) a dare inizio alla caduta delle difese.

La regia di Washington non tende mai a surclassare il testo, in qualche modo si vieta sempre di far emergere la macchina cinema sulla parola, sui dialoghi, sulle interpretazioni. Il cinema non schiaccia il teatro ma lo rispetta, si mette in un angolo ad osservare come farebbe uno spettatore; e in un fuori campo (che rimanda anche al passato di giocatore di baseball di Troy) che arriva verso il finale, il cinema tende a comportarsi come la tragedia greca: l’evento gravoso e crudele non viene mostrato, ma la preparazione e gli effetti vengono messi in campo.

Stefano Tibaldi

PRO CONTRO
  • La grandissima prova di tutto il cast, in particolare la performance di Viola Davis.
  • Dialoghi che fanno sempre presa sull’emotività dello spettatore, in modo intelligente e mai patetico.
  • Regia elegante ed invisibile, che esalta la matrice teatrale del testo.
  • C’è più teatro che cinema: a uno spettatore cinematografico la cosa potrebbe non piacere.
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