Beast Movies – Parte 2. Le co-produzioni: Tentacoli, L’orca assassina, Pirana Paura

Tentacoli

Ovidio G. Assonitis è una figura importante e singolare nel cinema italiano: produttore, regista e sceneggiatore di origine egiziana, rappresenta un tipo di produzione fra i più simili al modello americano. I suoi film, spesso co-produzioni con gli Stati Uniti, sono sempre dei prodotti ad alto budget e pensati per un mercato internazionale: anche quando non è accreditato come regista, il più delle volte mette comunque la sua mano oltre che la quota economica (Stridulum, Piraña paura).

Due film, in particolare, sono diventati vere e proprie risposte italiane ai modelli d’oltreoceano: Chi sei? (co-diretto col fedele Roberto D’Ettorre Piazzoli) per L’esorcista e Tentacoli (1977) per Lo squalo.

Se L’ultimo squalo di Castellari è considerato come il migliore e il più famoso tra i “figli” del film di Spielberg, Tentacoli di Assonitis (che si firma come Oliver Hellman) ha il valore aggiunto di introdurre un nuovo animale, poco utilizzato nel filone eco-vengeance: una piovra gigante. La vicenda è comunque abbastanza simile al più celebre modello americano: una bestia killer che scorrazza nell’Oceano, comunità in pericolo, stragi e alcuni coraggiosi che pongono fine alla carneficina.

TentacoliUno dei primi elementi che colpisce guardando Tentacoli, vero e proprio kolossal, è il cast mastodontico: John Huston, Shelley Winters, Henry Fonda – autentiche leggende del cinema americano – e altri volti famosi come Bo Hopkins e Claude Akins, che affiancano attori e caratteristi italiani (Delia Boccardo in primis).

In una cittadina americana che si affaccia sull’Oceano iniziano a verificarsi strani eventi: un bambino e un pescatore scompaiono, di quest’ultimo viene ritrovato il cadavere scarnificato, due sommozzatori vengono uccisi da una misteriosa creatura. Mentre il giornalista Ned Turner (John Huston) ipotizza un collegamento con le attività sottomarine della Trojan, le indagini portano alla conclusione che si tratta di una piovra gigante, impazzita a causa degli ultrasuoni emessi dai macchinari. Dopo l’uccisione di molti bambini durante una regata, l’oceanografo Will Gleason (Bo Hopkins) si avventura insieme a un compagno in mare aperto per uccidere la bestia.

Tentacoli è frutto di una co-produzione fra Italia (tramite lo stesso Assonitis) e Stati Uniti (Samuel Z. Arkoff della celebre AIP), girato con un budget altissimo e che riscosse un grande successo ai botteghini. La lavorazione fu molto complessa, soprattutto nelle numerose e spettacolari scene subacquee: le riprese durarono 12 settimane, e le location si divisero fra Atlanta e la California per le scene sulla terra e sopra il mare, mentre le lunghe sequenze sott’acqua furono girate in Italia, fra l’Argentario e Giannutri. Ottimi gli effetti speciali, in particolare la creazione prostetica della piovra, decisamente realistica.

Tentacoli

Tentacoli gioca non tanto sull’orrore puro (solo una scena in tal senso: il corpo scarnificato che emerge dal mare), quanto soprattutto sulla tensione e sull’inquietudine (vedasi la scomparsa iniziale del bambino), sull’arrivo minaccioso della piovra – notevoli le soggettive dell’animale, un altro chiaro riferimento a Lo squalo di Spielberg – e sui cruenti attacchi.

Il messaggio ecologista (il lavoro dell’uomo che crea squilibrio negli animali), a differenza di altri film come L’orca assassina non sembra essere particolarmente importante, e tutta la vicenda (scritta a più mani, fra cui lo stesso Assonitis e Tito Carpi) è giocata sullo spettacolo e sull’azione: dunque, ampio spazio è dedicato ai massacri compiuti dalla piovra (molto forti alcune scene, come Delia Boccardo afferrata dai tentacoli e soprattutto la strage durante la regata) e alla caccia all’animale, per la quale si sceglie la curiosa soluzione di far combattere la piovra con due orche addestrate.

Notevoli, infine, le musiche ossessive e martellanti di Stelvio Cipriani, che in certi momenti ripropone quasi identico il suo tema presente nel thriller poliziesco La polizia chiede aiuto.

L'orca assassina

L’orca assassina (1977) di Michael Anderson (Il giro del mondo in 80 giorni) è un oggetto decisamente singolare, dal punto di vista sia produttivo che narrativo. Si tratta infatti di una co-produzione anglo-italiana targata Dino De Laurentiis, un kolossal ad alto budget in cui l’Italia partecipa – oltre che con il finanziamento economico – attraverso la scrittura del soggetto, la direzione di varie scene subacquee e la creazione di alcune scenografie; il cast artistico è invece composto interamente da nomi stranieri.

L’orca assassina si inserisce nel filone eco-vengeance in modo del tutto particolare: ispirandosi in parte all’omonimo romanzo di Arthur Herzog, Luciano Vincenzoni e Sergio Donati scrivono un soggetto e una sceneggiatura che raccontano la sfida fra un uomo e l’animale del titolo, una sfida che diventa un’ossessione paragonabile a quella del capitano Achab verso Moby Dick – storia con cui sembra avere vari punti in comune.

Protagonista è Richard Harris nei panni del capitano Nolan, un avventuriero a caccia di animali nei freddi mari del Nord. Nonostante il parere contrario di una ricercatrice ecologista (Charlotte Rampling), vuole catturare ad ogni costo un’orca da vendere a un acquario, ma per un incidente uccide una femmina incinta. Il partner, dotato di un’intelligenza straordinaria, è deciso a vendicarsi del capitano e dei suoi compagni, e inizia così a danneggiare le imbarcazioni del villaggio canadese in cui sono ospiti: costretto dalla popolazione a uccidere l’animale per porre fine alle incursioni, Nolan si lancia con la sua barca in una sfida impossibile fino ai ghiacci dell’estremo Nord.

Spettacolare e avvincente, L’orca assassina coniuga l’aspetto avventuroso con una forte caratterizzazione psicologica dei personaggi, senza rinunciare ad alcune scene horror (il feto che fuoriesce dall’orca appena catturata, Bo Derek a cui viene mozzata una gamba). Pur essendo un prodotto innanzitutto di spettacolo, Orca assurge in certi momenti allo status di pamphlet ecologico – grazie in particolare al personaggio della Rampling – e funziona bene anche nella rappresentazione della popolazione locale, chiusa e ostile verso gli estranei. Al centro del film c’è però la sfida tra Nolan (un grande Richard Harris) e l’orca, per la quale il capitano sviluppa una folle ossessione, ricambiata dal desiderio di vendetta del mammifero (notevoli le inquadrature sull’occhio in cui vediamo riflessa l’immagine di Harris, come se riconoscesse il suo nemico).

Grandiose inquadrature, scene d’azione sul mare e spettacolari scene subacquee (dirette dallo specialista Folco Quilici) rendono subito l’idea di come L’orca assassina sia un film ricchissimo e di ampio respiro, ben supportato in tal senso dalle musiche epiche e malinconiche di Ennio Morricone.

La maggior parte delle sequenze fu girata proprio in alcune regioni del Canada, mentre per le scene iniziali con lo squalo fu utilizzato come location il mare australiano. Per le riprese fu utilizzata sia un’orca addestrata che un esemplare finto di gomma, ben combinate dal montaggio in maniera assolutamente realistica.

Oltre alle due suddette scene dal gusto horror, sono presenti altre immagini crudeli, nei momenti in cui l’animale emerge dal mare saltando e afferrando coi micidiali denti le sue vittime. Almeno due sequenze sono indimenticabili: il commovente “funerale” dell’orca uccisa, trasportata dal branco sulla riva, e la lotta finale sui ghiacci tra l’animale e il capitano, che si conclude a sorpresa – caso raro nel genere – con la morte dell’uomo e la salvezza (forse) dell’orca.

Pirana Paura

Ovidio Assonitis, figura importante nel cinema italiano di cui si è già parlato, produce e dirige sempre pellicole ad alto budget che si rifanno ai modelli americani: dopo L’esorcista e Lo squalo (a cui risponde con Chi sei? e Tentacoli), tocca a Piraña di Joe Dante. Nasce così Piraña paura (1981), prodotto da Assonitis e diretto da quel James Cameron (qui al suo primo lungometraggio) che sarà autore di kolossal come Terminator, Titanic e Avatar: sembra inoltre che lo stesso Assonitis abbia collaborato in maniera significativa alla regia.

Si tratta di una co-produzione fra Italia e Stati Uniti, con un cast tutto americano ma con molte maestranze italiane; all’estero il film è conosciuto con vari titoli, fra cui Piranha II – The Spawning, in modo da farlo sembrare un’ideale continuazione della pellicola di Dante.

La storia (scritta dai due registi insieme a Charles H. Eglee) apporta una fantasiosa variazione al tema dei piraña, che nel nostro film – a causa del solito esperimento genetico – si sono sviluppati in una nuova specie dotata di ali: un’idea geniale, che porta una ventata di aria nuova all’interno di un genere abbastanza abusato. Ambientato nei Caraibi, ha come protagonista una sommozzatrice (Tricia O’Neil): quando in acqua vengono recuperati i corpi orribilmente mutilati di due suoi allievi, decide di indagare insieme ad alcuni colleghi e allo sceriffo (Lance Henriksen). Una volta scoperta la verità su questi mostruosi pesci, posiziona una bomba all’interno del relitto dove hanno il loro nido: non prima però che i piraña abbiano compiuto una strage su un gruppo di turisti.

Dopo l’attacco subacqueo iniziale, con la consueta chiazza rossa che si diffonde in acqua, va detto che la prima mezzora circa è abbastanza noiosa: l’attenzione si concentra sugli ospiti del villaggio turistico, con personaggi quasi da commedia, fra belle ragazze discinte, playboy e figure grottesche, mentre i protagonisti rimangono un po’ in secondo piano. Finalmente, quando vengono ritrovati i due cadaveri dell’inizio, il film ingrana la marcia: notevoli i dettagli gore sui corpi (gli effetti sono curati dal grande Giannetto De Rossi, creatore anche dei mostri) e la scena cult in cui un piraña fuoriesce dal ventre della vittima e azzanna al collo l’infermiera, con un discreto spargimento di sangue. Seguono altri assalti dei ferocissimi pesci carnivori, quasi sempre in volo (d’altronde è il punto forte del film, sarebbe assurdo non sfruttarlo), con morsi alla gola e sangue in abbondanza, fino al massacro dei turisti che avvia il film verso la conclusione.

Pirana Paura

Come si diceva, i piraña alati sono opera di De Rossi, creature prostetiche di buon artigianato e abbastanza inquietanti, sia quando si muovono in branco sott’acqua, sia quando attaccano volando (sempre accompagnati da un suono quasi metallico). Altri importanti nomi italiani sono il direttore della fotografia (il fedele Roberto D’Ettorre Piazzoli, garanzia di qualità) e il compositore della colonna sonora Stelvio Cipriani, autore di uno score elettrizzante ma purtroppo un po’ sottoutilizzato nel corso del film, oltre a vari tecnici e aiuto-registi. Da notare come vari nomi (Cipriani e lo stesso Assonitis) siano accreditati con pseudonimi inglesi: una procedura da sempre utilizzata nel cinema “di genere” italiano, e che in pellicole come queste risulta ancora più importante per vendere il prodotto a livello internazionale.

Ottime location (Jamaica) e splendide scene subacquee, soprattutto all’interno del relitto, danno un senso di ulteriore ricchezza a Piraña paura – che, pur non essendo esente da difetti, risulta un gran bel film. Fra le pecche, oltre al ritmo altalenante, c’è da segnare anche il cast, abbastanza anonimo e sconosciuto ad eccezione di Lance Henriksen: attore americano già presente in Stridulum (produzione e co-regia di Assonitis con Giulio Paradisi), garantisce personaggi sempre efficaci grazie al suo volto truce e dai lineamenti marcati, pur recitando al minimo.

Davide Comotti

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