Beast Movies – Parte 4. Acque pericolose: Il fiume del grande caimano, Shark – Rosso nell’oceano, Killer Crocodile 1 e 2

il fiume del grande caimano

Sergio Martino, fra i più grandi e versatili registi italiani, si è destreggiato abilmente fra thriller, polizieschi e commedie, ma va ricordato anche per la cosiddetta trilogia “horror – avventurosa”: La montagna del dio cannibale (1978), L’isola degli uomini pesce (1979) e Il fiume del grande caimano (1979). Con quest’ultimo, Martino si inserisce nel filone eco-vengeance in maniera del tutto personale: unisce infatti il classico tema del predatore con una serie di elementi presenti anche negli altri due film della trilogia, in particolare l’avventura nella foresta e la presenza importante delle popolazioni indigene con la loro cultura e le superstizioni.

Prodotto dalla Dania Film con un discreto budget, è girato nello Sri Lanka ma ambientato (dal punto di vista intradiegetico) in Africa. Sceneggiato dallo stesso Martino insieme a Ernesto Gastaldi, Mara Chianetta e Luigi Montefiori, racconta di un imprenditore (Mel Ferrer) che ha costruito un gigantesco villaggio turistico ricco di attrazioni, gestito con l’aiuto di Alice (Barbara Bach).

il fiume del grande caimanoPochi giorni prima dell’inaugurazione, giunge nel villaggio un fotografo (Claudio Cassinelli), assunto per pubblicizzare l’impresa: l’attrazione turistica non nasce però sotto i migliori auspici, sia per la scomparsa di due giovani che per i funesti presagi delle popolazioni locali, che parlano di una divinità maligna abitante nel fiume. Nonostante il parere contrario del fotografo, il proprietario decide di procedere regolarmente all’inaugurazione: l’enorme e feroce caimano abitante del fiume farà una strage dei turisti, che nel frattempo devono difendersi anche dalla tribù locale – convinta che la sciagura sia stata scatenata proprio dal loro arrivo.

Il fiume del grande caimano è innanzitutto un gran bel film d’avventura, con un buon ritmo, bei paesaggi esotici e descrizioni antropologiche (naturalmente senza pretese scientifiche) degli indigeni; si respira di frequente un tono spettacolare e quasi epico, grazie anche alle musiche di Stelvio Cipriani e alle ampie inquadrature sulla foresta e sul fiume. Si tratta di un prodotto abbastanza singolare, perché fonde mirabilmente il tema degli “animali assassini” con quel genere di film a metà fra avventura e horror (molto di moda in quegli anni, vedasi i cannibal-movie), di cui condivide anche un certo gusto documentaristico nelle inquadrature sulla fauna locale.

Grande il cast: protagonisti importanti e tutti in parte, affiancati da vari caratteristi (fra i quali spicca il roccioso Romano Puppo, celebre per i polizieschi di Castellari) e da Richard Johnson, spesso presente nelle produzioni italiane dell’epoca e qui confinato nel breve ruolo di un folle eremita.

il fiume del grande caimano

La tematica ecologista è naturalmente al servizio dello spettacolo, ma è dotata al contempo di una certa profondità per nulla scontata in film di questo tipo: notevole l’evoluzione dei personaggi, il cinismo di Mel Ferrer – rappresentante del capitalismo che invade la natura – la descrizione dei costumi indigeni e l’incontro/scontro fra la cultura occidentale e la superstizione popolare. Numerose ed efficaci sono infatti le sequenze con protagonista la tribù: vedasi il cruento assalto al villaggio con le frecce incendiarie e il rapimento della Bach, destinata ad essere sacrificata per placare l’ira della divinità del fiume.

Il caimano (che, come dice anche la protagonista, vive in Sudamerica e non in Africa) è costruito in maniera artigianale ma efficace da Carlo De Marchis: per mascherare la limitatezza della creazione, la regia sceglie saggiamente di non inquadrarlo in toto, ma di stringere sui vari dettagli (occhi, fauci, zampe), poi montati abilmente con un effetto abbastanza realistico. Da notare come sia spesso utilizzata la classica (ma sempre efficiente) soggettiva dell’animale, sul modello de Lo squalo di Spielberg; gli attacchi del caimano sono girati in maniera cruenta e di forte impatto emotivo: spesso vengono inquadrate le persone all’interno delle fauci (anche se il sangue non abbonda), come nella lunga carneficina finale.

shark - rosso nell oceano

Negli anni Ottanta Lamberto Bava raccoglie, in un certo senso, l’eredità del padre Mario e dirige alcuni gioielli del thriller (Macabro, La casa con la scala nel buio, Morirai a mezzanotte) e dell’horror (Demoni, Demoni 2). Negli eighties però sono altri generi a farla da padrone, come i post-atomici, gli action-movies e la fantascienza: Bava esce dal suo genere abituale e si inserisce nel filone eco-vengeance con Shark – Rosso nell’oceano (1984), unione di avventura, fantascienza e azione; un prodotto sulla carta interessante, ma abbastanza deludente nei risultati.

Co-prodotto con la Francia e girato in Florida, è ambientato in una cittadina affacciata sull’Oceano, dove uomini e barche iniziano a sparire misteriosamente e dall’acqua affiorano corpi straziati. Fin qui nulla di nuovo, senonché i protagonisti – alcuni scienziati e uno sceriffo – scoprono la presenza di una creatura sconosciuta, un ibrido fra uno squalo e una piovra frutto di esperimenti segreti. Mentre un killer cerca di ostacolare le indagini uccidendo coloro che si avvicinano alla scoperta, il team identifica il mandante ed elabora un piano per distruggere la diabolica creatura.

In Shark c’è veramente di tutto: horror, fantascienza, avventura, e persino una sotto-trama gialla (tipicamente baviana); eppure il film stenta a decollare, e soprattutto la prima parte concede spesso e volentieri momenti di noia, dedicando più attenzione ai rapporti fra i protagonisti (con tanto di vicende amorose) che non alla creatura del titolo. Il mostro è sicuramente uno dei punti forti di Shark, quest’orribile creatura (ad opera di Ovidio Taito) con il corpo di uno squalo e i tentacoli di una piovra: una delle peculiarità del film è proprio l’elemento fantastico, una ricerca genetica top secret (attorno a cui ruota il mistero) che ha creato questo indistruttibile mostro marino.

Purtroppo il budget era relativamente ristretto, e le scene in cui compare la creatura ne risentono: la regia inquadra le fauci oppure i tentacoli (ben realizzati, va detto) che assalgono i malcapitati, ma raramente vediamo lo squalo nella sua integrità, se non in qualche inquadratura subacquea. Vista la sua difficile manovrabilità, lo stesso Bava realizzò infatti due creazioni più piccole, da poter utilizzare a seconda delle esigenze, mentre il mostro originale compare solo in brevi inquadrature.

Negli anni Ottanta Lamberto Bava raccoglie, in un certo senso, l’eredità del padre Mario e dirige alcuni gioielli del thriller (Macabro, La casa con la scala nel buio, Morirai a mezzanotte) e dell’horror (Demoni, Demoni 2). Negli eighties però sono altri generi a farla da padrone, come i post-atomici, gli action-movies e la fantascienza: Bava esce dal suo genere abituale e si inserisce nel filone eco-vengeance con Shark – Rosso nell’oceano (1984), unione di avventura, fantascienza e azione; un prodotto sulla carta interessante, ma abbastanza deludente nei risultati.  Co-prodotto con la Francia e girato in Florida, è ambientato in una cittadina affacciata sull’Oceano, dove uomini e barche iniziano a sparire misteriosamente e dall’acqua affiorano corpi straziati. Fin qui nulla di nuovo, senonché i protagonisti – alcuni scienziati e uno sceriffo – scoprono la presenza di una creatura sconosciuta, un ibrido fra uno squalo e una piovra frutto di esperimenti segreti. Mentre un killer cerca di ostacolare le indagini uccidendo coloro che si avvicinano alla scoperta, il team identifica il mandante ed elabora un piano per distruggere la diabolica creatura.  In Shark c’è veramente di tutto: horror, fantascienza, avventura, e persino una sotto-trama gialla (tipicamente baviana); eppure il film stenta a decollare, e soprattutto la prima parte concede spesso e volentieri momenti di noia, dedicando più attenzione ai rapporti fra i protagonisti (con tanto di vicende amorose) che non alla creatura del titolo. Il mostro è sicuramente uno dei punti forti di Shark, quest’orribile creatura (ad opera di Ovidio Taito) con il corpo di uno squalo e i tentacoli di una piovra: una delle peculiarità del film è proprio l’elemento fantastico, una ricerca genetica top secret (attorno a cui ruota il mistero) che ha creato questo indistruttibile mostro marino.  Purtroppo il budget era relativamente ristretto, e le scene in cui compare la creatura ne risentono: la regia inquadra le fauci oppure i tentacoli (ben realizzati, va detto) che assalgono i malcapitati, ma raramente vediamo lo squalo nella sua integrità, se non in qualche inquadratura subacquea. Vista la sua difficile manovrabilità, lo stesso Bava realizzò infatti due creazioni più piccole, da poter utilizzare a seconda delle esigenze, mentre il mostro originale compare solo in brevi inquadrature.  Al di là delle difficoltà di budget, che vengono superate con l’ingegno, è proprio la storia che fatica a decollare e prosegue a singhiozzo: qualche discreto attacco, un uomo col braccio mozzato, e poi ancora scene di contorno incentrate sull’indagine. Questo andamento altalenante del film deriva probabilmente dal complesso lavoro di sceneggiatura, che ha conosciuto varie revisioni a causa delle traversie produttive. Il soggetto porta la firma di Luigi Cozzi (da cui forse l’elemento fantascientifico) e Sergio Martino (il cui fratello Luciano è co-produttore del film), mentre alla sceneggiatura troviamo Clerici, Sacchetti e Piccini.  Il cast è abbastanza anonimo, ad eccezione di Gianni Garko (lo sceriffo), William Berger e Dagmar Lassander (due scienziati, che compaiono però in poche scene). La spettacolarità del film si alza nella parte finale, con qualche scena crudele (ma gli effetti gore e splatter sono ridotti quasi a zero) e l’uccisione della bestia tramite lanciafiamme. Gli esperimenti dell’uomo che producono mostri è un tema che incontriamo più volte nel cinema, e che si può prestare a un discorso ecologico oppure a un robusto spettacolo: Shark, purtroppo, risulta debole in entrambi gli aspetti.

Al di là delle difficoltà di budget, che vengono superate con l’ingegno, è proprio la storia che fatica a decollare e prosegue a singhiozzo: qualche discreto attacco, un uomo col braccio mozzato, e poi ancora scene di contorno incentrate sull’indagine. Questo andamento altalenante del film deriva probabilmente dal complesso lavoro di sceneggiatura, che ha conosciuto varie revisioni a causa delle traversie produttive. Il soggetto porta la firma di Luigi Cozzi (da cui forse l’elemento fantascientifico) e Sergio Martino (il cui fratello Luciano è co-produttore del film), mentre alla sceneggiatura troviamo Clerici, Sacchetti e Piccini.

Il cast è abbastanza anonimo, ad eccezione di Gianni Garko (lo sceriffo), William Berger e Dagmar Lassander (due scienziati, che compaiono però in poche scene). La spettacolarità del film si alza nella parte finale, con qualche scena crudele (ma gli effetti gore e splatter sono ridotti quasi a zero) e l’uccisione della bestia tramite lanciafiamme. Gli esperimenti dell’uomo che producono mostri è un tema che incontriamo più volte nel cinema, e che si può prestare a un discorso ecologico oppure a un robusto spettacolo: Shark, purtroppo, risulta debole in entrambi gli aspetti.

killer crocodile

Fabrizio De Angelis, celebre produttore dei grandi film di Fulci, verso la metà degli anni Ottanta decide di mettersi anche dietro la macchina da presa. Firmandosi spesso con lo pseudonimo di Larry Ludman (come nel nostro film), produce e dirige film di vario genere che hanno in comune una chiara ispirazione verso i modelli americani: se gli Stati Uniti avevano Rambo, De Angelis mette in scena Thunder e i due sequel, Il ragazzo dal kimono d’oro fa il verso a Karate Kid, e il canovaccio de Lo squalo viene riproposto nel mediocre Killer Crocodile (1989).

Scritto e sceneggiato dallo stesso De Angelis insieme a Dardano Sacchetti, ripropone una storia vista e rivista: alcuni giovani ecologisti, nei Caraibi per una spedizione, scoprono un deposito di scorie radioattive e l’esistenza di un gigantesco coccodrillo nato dall’inquinamento nucleare; le autorità del luogo vogliono tenere nascosta tutta la faccenda, e toccherà quindi a uno dei ragazzi – insieme a un anziano cacciatore – uccidere la bestia assassina.

killer crocodileNulla di nuovo, dunque, e per di più il ritmo è altalenante.

Il film comincia nel più classico dei modi, con l’assalto del coccodrillo a una ragazza (mentre l’acqua si tinge di rosso) e l’improvvisa apparizione delle enormi fauci di fronte a due pescatori (abbastanza efficace, bisogna dire); sui titoli di testa, De Angelis ripropone la soggettiva dell’animale in stile Jaws, con una colonna sonora d’imitazione fatta dagli archi stridenti del grande Riz Ortolani (sprecato in questa occasione).

I giovani componenti della spedizione sono tutti abbastanza anonimi, nessuno rimane impresso, neanche il protagonista interpretato da Anthony Crenna (figlio del più celebre Richard, il colonnello Trautman di Rambo). Decisamente più efficaci sono i personaggi del vecchio cacciatore Joe – Thomas Moore alias Enio Girolami (fratello di Castellari) – e del giudice corrotto, il celebre attore americano Van Johnson.

Il coccodrillo è costruito da Giannetto De Rossi, il grande effettista dei capolavori di Fulci (nei quali ha fatto decisamente di meglio), molto artigianale trattandosi di un film a basso costo ma che rimane comunque uno dei punti di forza della pellicola. Per il resto, sono degne di nota le belle location esotiche e alcune belle sequenze, ma il ritmo latita (soprattutto nella prima parte) e gli effetti speciali sono ridotti al sangue che colora l’acqua e a qualche arto mozzato.

killer crocodile

Va detto che gli attacchi del coccodrillo sono anche realizzati discretamente bene, non scadono mai nel ridicolo, ma al contempo non riescono a mascherare i limiti evidenti e danno l’impressione di non voler proporre nulla di nuovo, fra le consuete soggettive e inquadrature sulle fauci. Le due sequenze migliori sono sicuramente il salvataggio in extremis della bambina sul ponte e il finale enfatizzato: per uccidere il coccodrillo, il protagonista lancia nelle sue fauci un motore fuoribordo acceso, che lo dilania e lo fa esplodere, con qualche dettaglio gore e un buon uso del ralenti (cifra stilistica di De Angelis, vedasi Thunder).

La tematica ecologista non è per nulla approfondita, fa solo da pretesto, e il film risente della scarsezza sia di budget che di idee: un discreto prodotto d’intrattenimento, ma nulla più. Killer Crocodile si chiude sull’inquadratura di un uovo che si sta aprendo, lasciando intravedere la possibilità di un sequel, come in effetti sarà.

killer crocodile 2

Fabrizio De Angelis decide di mettere in cantiere anche un sequel di Killer Crocodile: nasce così Killer Crocodile 2 (1990), tanto mediocre quanto inutile. In questo caso, De Angelis si limita a produrre, lasciando la regia a Giannetto De Rossi, celebre effettista e costruttore del coccodrillo.

killer crocodile 2Su un soggetto di Dardano Sacchetti sceneggiato dal medesimo insieme a De Angelis e De Rossi, la vicenda ricomincia proprio dove era finita – riproponendo le stesse inquadrature: l’uccisione del coccodrillo e l’apertura dell’uovo. Nessuna spedizione ecologista questa volta, ma la coraggiosa e intraprendente giornalista Liza (Debra Karr) che viene inviata nei Caraibi (negli stessi luoghi del primo film) per indagare su alcuni traffici di materiali radioattivi. Mentre un losco imprenditore locale sta costruendo un villaggio turistico, la ragazza scopre che la zona non è stata bonificata e fa uno spiacevole incontro con un gigantesco coccodrillo, figlio dell’esemplare ucciso tempo prima. Sulle tracce di Liza viene inviato Kevin (Anthony Crenna), che incontra l’amico cacciatore Joe (Thomas Moore) e ritrova la giornalista: insieme dovranno uccidere la mostruosa creatura.

Se già il primo capitolo non destava particolare interesse, Killer Crocodile 2 è decisamente mediocre e inutilmente ripetitivo. Stesso personaggio e stesso attore, con l’aggiunta di co-protagonista piuttosto antipatica, e riproposizione in maniera quasi identica della prima storia (che già non brillava per originalità). Per di più, gli effetti speciali si riducono ulteriormente a macchie di sangue nell’acqua, e il bel personaggio di Thomas Moore compare solo a metà film per essere ucciso poco dopo dal coccodrillo.

La prima parte è incentrata sulle indagini di Liza, mentre il gigantesco coccodrillo si vede solo in un paio di occasioni – come nella scena esagerata in cui irrompe improvvisamente in una baracca.

Anthony Crenna appare solo verso la metà del film, ed è protagonista di alcuni incredibili siparietti con la Karr: uno su tutti, la scena in cui la ragazza si getta in acqua per fare da esca al coccodrillo, richiedendo allo spettatore una sospensione dell’incredulità davvero eccessiva.

killer crocodile 2

De Rossi, effettista eccellente, non possiede però la mano giusta per dirigere un film (e infatti ne realizzò pochissimi come regista): buona parte di Killer Crocodile 2 è incentrata sul viaggio nella giungla di Liza e Kevin, fra i quali nasce ovviamente una storia d’amore, a discapito degli attacchi del coccodrillo che si fanno sempre più radi. I pochi elementi che destano interesse sono le location esotiche (che a lungo andare però stancano, essendo la storia poco ritmata) e il bestione creato da De Rossi, un prodotto d’artigianato modesto ma di buona fattura.

Discreto anche il finale, abbastanza incredibile, in cui Crenna salta “a cavallo” del coccodrillo e gli infila in bocca alcuni candelotti di dinamite che lo fanno esplodere, ancora con qualche ralenti e una secchiata di sangue. La conclusione è ricalcata sul precedente, come tutto il film del resto (comprese le musiche di Riz Ortolani). Poco spettacolo, e tematica ecologica di puro pretesto.

Davide Comotti

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