Ben is Back, la recensione

Ben Burns è un diciannovenne che sta cercando di disintossicarsi. La mattina della vigilia di Natale, il ragazzo decide di uscire dalla comunità per fare una visita inaspettata alla sua famiglia e passare con loro le festività. Vedendolo arrivare, l’intera famiglia resta interdetta. Holly, la madre, lo accoglie subito a braccia aperte mentre la sorella minore  Ivy e il patrigno Neal temono, sin da subito, che il ragazzo possa portare solo scompiglio e problemi. Ma Holly decide di fidarsi di suo figlio e così accetta di lasciarlo rimanere in casa ma ad una sola condizione: per le successive 24 ore lei dovrà controllare ogni mossa ed ogni spostamento del ragazzo. Nessun momento di privacy è concesso. Sopraggiunta la sera, di ritorno da una festa natalizia in chiesa, la famiglia Burns scopre che qualcuno si è intrufolato dentro casa saccheggiando l’abitazione e portando via l’amato cane. Un chiaro messaggio intimidatorio legato al ritorno di Ben in paese e lasciato da qualcuno che ha ancora dei debiti in sospeso. Durante la notte, Ben e sua madre Holly si mettono alla ricerca del loro animale immergendosi in un mondo ostile e marcio che per nessuna ragione deve ostacolare il percorso riabilitativo di Ben.

A metà degli anni ’70 il consumo di droghe in Italia, così come in Europa e nel resto del mondo, ha toccato per la prima volta vette molto elevate. L’eroina ha iniziato a “viaggiare” liberamente tra giovani e meno giovani diventando un pericoloso strumento d’aggregazione, ogni città è diventata una piazza utile allo spaccio e migliaia di ragazzi sono entrati in conflitto con le famiglie, cacciati di casa e costretti a piccoli reati per avere soldi necessari ad assicurare la dose quotidiana. La droga è diventata così una fonte di evasione, di benessere prima e di agonia dopo.

Mentre la tossicodipendenza diventa un mostro reale da combattere e capace di spezzare moltissime vite e mettere in ginocchio intere famiglie, il cinema si mostra sensibile all’argomento e inizia a produrre una serie inquantificabile di film desiderosi di riflettere su questo male in forte espansione. Alcuni di questi film sono diventati dei cult istantanei, osannati da critica e pubblico per via della loro capacità di raccontare in modo crudo e lucido la spaventosa dipendenza da tutte quelle sostanze stupefacenti.  Impossibile non citare, a tal proposito, Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino che nel tempo ha assunto quasi la funzione di film “manifesto” per ciò che concerne il rapporto tra cinema e droghe ma, assieme al film di Edel, un ruolo determinante lo hanno avuto anche film come Ritorno dal nulla, con un allora poco conosciuto Leonardo Di Caprio, o i grotteschi e surreali Trainspotting e Requiem for a Dream.

Quella alla tossicodipendenza, purtroppo, non è ancora una battaglia vinta e così i film che ci parlano di questa problematica risultano ancora spaventosamente attuali e concreti.

Scritto e diretto da Peter Hedges, Ben is Back va ad aggiungersi a questa lunghissima lista di film ma, a differenza di tanti altri prodotti analoghi, qui ci sono tutte le carte in regola per far si che il film di Hedges possa divenire un nuovo punto di riferimento per tutta quella cinematografia intenta a riflettere sulla dipendenza da droghe.

Più noto come sceneggiatore che regista (suoi sono gli script di film come Buon compleanno Mr. Grape e About a Boy), Peter Hedges decide di avvicinarsi a questa tematica per esorcizzare un problema molto personale essendo cresciuto all’interno di una famiglia profondamente colpita dalla dipendenza da alcool e droga. Hedges, dunque, non ha bisogno di documentarsi né deve provare ad immaginare cosa si prova quando si è schiavi di certe dipendenze. Lo sa bene, avendo toccato con mano l’argomento ed essendo stato circondato da persone che hanno lottato o lo stanno ancora facendo, e questa sua “conoscenza” si evince in ogni fotogramma, pur essendo Ben is Back un film che non parla direttamente della droga.

Il più grande elemento d’interesse posto alla base del film, nonché il più nobile, è quello di voler parlare della lotta alla tossicodipendenza non dal punto di vista del tossico (come è solito fare) ma sposando l’ottica delle persone che subiscono indirettamente l’effetto della droga: parenti e conoscenti.

Perciò Ben is Back non è un film sulla droga ma un film sugli effetti che essa produce su coloro che hanno avuto la disgrazia di avere un tossico tra le mura domestiche. Un figlio, in questo caso. Una tematica curiosamente affrontata anche da un altro film contemporaneo, Beautiful Boy di Felix Van Groeningen, ma qui sviluppata in modo assai più maturo e convincente grazie ad un lavoro di scrittura pressoché perfetto.

L’esperienza di Hedges come sceneggiatore, infatti, produce subito i suoi frutti ed ecco che Ben is Back dimostra sin dalla scena d’apertura un equilibrio impeccabile per ciò che riguarda la scrittura. Quello di Peter Hedges è un dramma familiare fuori d’ogni dubbio ed è giusto che sia così, vista la delicatezza della materia trattata, ma riesce abilmente ad evitare qualunque rischio di cadere nel patetico o nel retorico ricorrendo, al momento giusto, anche a toni più “leggeri” (soprattutto nella prima parte) indispensabili a stemperare nel modo giusto una serietà comunque implicita al racconto. Ecco che le psicologie dei protagonisti si fanno più che mai interessanti e in nessun momento si inciampa nello stereotipo. La famiglia Burns, dunque, ha quella delineazione che mai ci saremmo aspettati, con una forte e realistica reticenza nell’accogliere in casa il parente (fratello e figlio) sulla strada della disintossicazione.

Ma Ben is Back ha anche il merito di essere un film che non vuole essere inserito all’interno di un solo genere. Va riconosciuta ad Hedges l’abilità di riuscire a passare da un linguaggio all’altro con totale armonia e naturalezza e così, dopo una prima parte totalmente affidata alle dinamiche famigliari di incontro/scontro, ci si avventura verso un secondo tempo in cui i toni cambiano e la narrazione assume tratti quasi da crime-movie con una corsa contro il tempo dalla triplice funzione: recuperare l’animale rapito, instaurare un rapporto di reale fiducia fra madre e figlio, dimostrare agli altri e a se stessi se si è davvero usciti dal tunnel della tossicodipendenza.

Merito di quest’incredibile riuscita del film è anche – e forse soprattutto – dell’eccezionale performance attoriale di Julia Roberts che, vestendo i panni della madre Holly Burns, torna dopo diversi anni ad interpretare un ruolo complesso e stratificato indubbiamente all’altezza di quello che è stato il suo percorso artistico. Ad affiancarla durante queste 24 ore (il film si svolge nell’arco narrativo di un solo giorno) ci pensa il giovane talento Lucas Hedges (Ben Burns), figlio del regista e voluto proprio dalla Roberts dopo averlo visto recitare nell’acclamato Manchester by the Sea. Proprio come la Roberts, anche Lucas Hedges si dimostra una scelta vincente e i due riescono a dar vita, sulla scena, ad una magnifica alchimia artistica che rende tutto estremamente veritiero e perciò credibile.

In definitiva Ben is Back si avvale del grande merito di riuscire a raccontare, con intelligenza e lontano da qualunque banalità, la tossicodipendenza attraverso gli occhi di quelle figure solitamente “secondarie” o poste ai margini in racconti di questo tipo. Un’opera sincera nonché quello che potremmo definire un film “necessario”.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
L’intuizione di voler raccontare la tossicodipendenza sposando il punto di vista di chi la subisce indirettamente.

Una scrittura magistrale.

Julia Roberts e Lucas Hedges sono affiatati e perfetti per la parte assegnata.

In un racconto così armonico è davvero difficile individuare un difetto.
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Ben is Back, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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