Benvenuti a casa mia, la recensione

L’ilarità c’è, la commedia pure: è tutto il resto che manca.

Mi imbarazza scrivere di Benvenuti a casa mia perché è difficile commentare la pellicola senza doversi contraddire su quasi ogni suo aspetto. Ad esempio, la sceneggiatura. Se da un lato abbiamo delle battute e un lavoro sui personaggi che rappresentano la minoranza Rom, dall’altra abbiamo personaggi che vengono presentati e poi lasciati in un angolo, come uno scatolone di Natale che aspetta un anno per venire rispolverato, o peggio ancora per venire dimenticato in cantina. Così anche l’elemento sociale, che contraddistingue le commedie francesi più brillanti, non viene per nulla preso in considerazione. O meglio viene solo sfruttato per fare della comicità. Il che non fa ridere.

Anche la presentazione dell’argomento “clandestinità” è come una torta mai cotta. Un paio di ingredienti vengono aggiunti alla base per potergli dare un minimo di consistenza, ma quando si tratta di prendere una strada, il regista Philippe de Chauveron decide di prendere l’autostrada. Il prosieguo della storia principale viene infatti trattato come se stessimo dentro una soap opera. Un colpo di scena alla Beautiful  giusto per intenderci.

In generale il più grave errore è il punto di vista adottato. L’attrattiva di questo film è perlopiù legata alla visual, con molti riferimenti al cinema francese; chi non lo conoscesse bene, perde la possibilità di empatizzare con il linguaggio del regista. Anche lo spunto iniziale da cui parte la pellicola – la perdita della casa da parte di un marsigliese trasferitosi nei sobborghi di Parigi, che poi diventerà un finto Rom solo per avere la possibilità di un posto a dormire in roulotte – è talmente assurdo che non è immediato da prendere come un dato di fatto. Molto interessante, ed è uno degli spunti mai trasformati in punti, è la posizione del protagonista principale. Intellettuale sinistroide che si professa libero nella ideologia e nelle vedute sociali, Jean-Etienne Fougerole (Christian Clavier) assume tre diverse connotazioni, l’una valida e convincente tanto quanto le altre. In ordine può essere un giovane reazionario intrappolato dentro il corpo di un sessantenne; un imprenditore che vuole a tutti i costi farsi amare dall’inserviente indiano; un uomo con molti soldi fiero della vena artistica della moglie, anche lei ex reazionaria ora borghese che vuole mascherare la sua nuova posizione sociale con belle parole e un’occupazione molto vicina all’hobbistica.

Per quanto riguarda le tradizioni Rom, queste sono spesso esemplificate e proposte come del cibo pronto, ma vi é anche da dire che la realtà conferma ciò che viene mostrato. Nello specifico è da apprezzare il focus sulla musica. Sono le ballate balcaniche a scandire il ritmo delle varie scene: dal matrimonio a quelle più conviviali il ritmo coinvolge e porta a pensare come sarebbe vivere così: liberi e sempre in movimento.

E qui sta quello che forse è il tema del film: da una parte la libertà e il movimento del mondo Rom, dall’altro l’immobilismo della società francese (o meglio liberal-democratica) che ha troppe sicurezze per potersi spogliare e ballare come i veri sessantottini.

Anche quando le cose sembrano mettersi bene in ordine, è una diversa visione dei rapporti familiari a squilibrare i rapporti instauratisi. Il nuovo equilibrio non viene mai raggiunto, visto che quando la pellicola ha fine arriva il momento di raccontare un’altra storia. Quella che noi non vedremo mai.

Roberto Zagarese

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