Benvenuti a Marwen, la recensione

Se guardiamo alla carriera di Robert Zemeckis nel post 2000, notiamo un ardimento nella sperimentazione narrativa e tecnica che parlano chiaro sul suo ruolo all’interno del panorama cinematografico mondiale. Concettualmente vicino a Spielberg, di cui è stato ed è un fidato collega/collaboratore, Zemeckis ama le sfide, si mette continuamente alla prova nella sperimentazione di linguaggi, sempre aperto ad applicare alle storie che decide di raccontare le strade a cui la tecnologia ci apre. Perfino in film sulla carta insospettabili come Allied – Un’ombra nascosta, la tecnologia ha un ruolo decisivo che segue il percorso del perfezionamento e sostituzione dell’attore in carne ed ossa con un avatar fatto di 0 e 1, come già sperimentato nella trilogia in mo-cap (Polar Express, La leggenda di Beowulf, A Christmas Carol). Con Benvenuti a Marwen, il suo nuovo lungometraggio, Zemeckis prosegue proprio in questa personale direzione, continuando a riflettere sulle possibilità della tecnologia in campo di performance attoriale, dando vita a quello che fino a qualche tempo fa era peculiarità della sola fantasia.

Ed è proprio di fantasia che parla Benvenuti a Marwen, delicata storia vera dell’artista e fotografo  Mark Hogancamp già al centro del documentario Marwencol (2010) a cui Zemeckis ha guardato per raccontare la sua storia. Fantasia si, ma anche tolleranza, anticonformismo, violenza, dipendenza e traumi capaci di infrangere lo scopo di un’intera vita, gettando chi ne è vittima in uno stato psicologico fragilissimo.

Benvenuti a Marwen racconta Mark, un eccentrico artista che ha ricostruito nel giardino di casa sua un villaggio del periodo della Seconda Guerra Mondiale, abitato da bambole che riproducono le fattezze delle donne con cui ha avuto a che fare e con cui interagisce quotidianamente. Le bambole, armate fino ai denti, combattono i nazisti e come leader della “resistenza” troviamo proprio una riproduzione in miniatura dello stesso Mark. L’uomo fotografa le sue creazioni creando dei veri e propri racconti fotografici che saranno a breve al centro di una mostra d’arte in città. Una bella storia, penserete voi, che si focalizza sull’affermazione artistica di un uomo con un originale talento.

Invece si tratta di una storia drammaticissima. Mark era un affermato disegnatore con la passione per le scarpe femminili che una sera, in un locale, viene pestato a sangue da un gruppo di bruti che lo accusano di essere “frocio”. Mark ci rimette quasi la vita, perde parte della memoria, l’uso delle mani – che compromette il suo lavoro – e un’intera rete di relazioni personali, rinchiudendosi in un guscio in cui a vivere sono i simulacri che diventano nuova espressione della sua arte. C’è una storia giudiziaria dietro, ovviamente, anche se Mark rifiuta categoricamente di presentarsi davanti al giudice per testimoniare la sua tragedia, proprio perché ha paura di affrontare i ricordi di quella sera, gli unici che sembrano affollare la sua mente.

È difficile parlare di Benvenuti a Marwen a chi non lo ha visto perchè si tratta di un’opera eccentrica, originalissima, un misto di live-action e animazione digitale che, in questi precisi termini, probabilmente non si era mai visto al cinema. Qui risiede l’audacia sperimentativa di Zemeckis, ancora una volta, con uno step ulteriore nella fusione di volti reali e pixellizzati. In questo caso è un magnifico Steve Carell a dare volto a Mark nella vita vera e nella simulazione di Marwen, circondato da una serie di donne/bambole tra le quali possiamo riconoscere Leslie Mann, Eiza Gonzaléz, Gwendoline Christie e anche Diane Kruger, che dà le fattezze solo immaginarie della perfida strega Deja Thoris, materializzazione delle dipendenze del protagonista.

Zemeckis riesce ad alternare con estrema funzionalità i due mondi raccontati, immergendo lo spettatore nelle surreali atmosfere splatter-belliche di Marwen, in cui non ci risparmia un’autocitazione da Ritorno al futuro, e nella triste vita reale di Mark. Un’esistenza patetica incentrata sull’auto-reclusione, mentale e spesso fisica, in cui gioca un ruolo fondamentale il feticismo per le scarpe femminili che diventa, nella vita del protagonista, un modo per affermare la propria identità al di fuori delle categorie di genere. Quest’ultimo elemento forse è l’unico ad emergere in maniera poco chiara nella storia, anche se gli viene dato molto peso, ma non è escluso che la mancanza di focalizzazione sia volutamente legata alla confusione, all’assenza di ricordi e all’autonegazione praticata dallo stesso protagonista.

Con uno stile unico, una delicatezza nel racconto che a tratti commuove, Benvenuti a Marwen è l’ennesimo grande film di Robert Zemeckis, forse il migliore di quelli che ha diretto negli ultimi anni che, probabilmente a causa della sua stramba audacia, ha pagato lo scotto al botteghino statunitense non incontrando il favore della critica e l’interesse del pubblico. Un peccato perché Benvenuti a Marwen è un’opera che vale.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Innovazione tecnica e audacia narrativa si fondono per dar vita a un’opera unica nel suo genere.
  • Steve Carell ancora una volta dà grande prova d’attore.
  • Alcuni elementi fondamentali per il protagonista ci vengono approfonditi poco.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Benvenuti a Marwen, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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