Biografilm 2017: Spettacolo, la recensione

Monticchiello è uno di quei borghetti medievali che tutti acclamano ma in cui nessuno andrebbe mai a vivere. Un ammasso di casette nella campagna senese che ospita poco più di 200 anime, l’età media piuttosto alta. Una frazione come tante in cui le giornate sono scandite da titoli di giornale fuori dalle edicole, chiacchiere da bar sulle panchine, campane in festa che richiamano alla messa. Una pigra e consueta routine che muta il suo corso quando, durante il freddo inverno, i cittadini si radunano in un’affollata sala comune per prendere un’importante decisione che segnerà in maniera determinante i mesi successivi dell’intera comunità. Da ormai mezzo secolo infatti a Monticchiello va in scena ogni estate uno spettacolo teatrale in piazza, interpretato dai residenti stessi, diventato oramai famoso come il teatro povero di Monticchiello.

I soggetti delle rappresentazioni non sono mai scelti a caso ma estrapolati da temi caldi d’attualità che toccano il borgo toscano da vicino sotto diversi punti di vista. Guidati da Andrea Cresti, uno dei fondatori e regista del teatro, gli abitanti vengono divisi in vari ruoli. Le prove risultano spesso difficoltose, lo spettacolo è un hobby per loro e farlo convivere con gli impegni quotidiani non è cosa da poco. Per questo spesso si ottimizzano i tempi ripetendo qualche battuta tra una veloce pausa dal lavoro e una serie di panni stesi. Tra loro pochissimi giovani, che come per ogni tradizione vedono lo spettacolo come qualcosa d’altri tempi, e molti partecipanti in linea con l’età media del paese. Come Arturo, altro fondatore, fino a qualche tempo fa sempre nella parte del maschio principale e ora specializzato nel ruolo di anziano saggio.

Un’interessante narrazione nella narrazione in cui i registi Jeff Malmberg Chris Shellen raccontano le storie di questa piccola comunità che annualmente si raduna per trovare il modo di raccontare se stessa, ragionando sulla maniera in cui il nostro tempo si ripercuote fisicamente sulla loro realtà quotidiana. Una riflessione che diventa quasi profetica quando, mentre il gruppo è al lavoro su un soggetto riguardante in parte la corruzione delle banche mondiali, il maggior finanziatore dello spettacolo, la banca Monte dei Paschi di Siena, entra nella famosa crisi di cui volenti o nolenti tutti abbiamo avuto notizia. Un avvenimento che si ripercuote pesantemente sulla produzione e riporta alla mente una frattura interna di qualche anno prima causata dalla costruzione di case vacanza ai piedi della collina lasciate incomplete e abbandonate.

La connessione al tema dello spopolamento degli antichi borghi italiani a favore di un turismo di massa è immediata. In un territorio in cui sempre più poderi vengono venduti a ricchi facoltosi che li ristrutturano facendone case vacanze personali con piscina annessa, assistiamo all’oramai comune fuga di giovani che, percependo come superata anche una tradizione di enorme valore sociale e artistico come il teatro povero del paese, si spostando verso i centri cittadini dotati apparentemente di maggiori stimoli e possibilità. Tra i pochi a rimanere troviamo il figlio di Andrea che, in contrasto simbolico col padre, gestisce un’accogliente bed and breakfast in cui giornalmente accoglie turisti in visita al paesino. Anche le inquadrature che legano le ordinarie scene di vita comune tra loro sono un forte simbolo di questo binomio piccolo paese-meta turistica. I due registi indugiano spesso sulle calde viuzzole del paese, sui lucenti campi coltivati, sulle panoramiche vedute del borgo inquadrato da varie distanze e angolature. Immagini che se da una parte scaldano il cuore grazie alla qualità visiva con cui vengono mostrati questi luoghi così vicini alla nostra sensibilità, nello stesso momento appaiono anche come immagini turistiche create per risultare appetibili al grande pubblico.

Il grande pregio di Spettacolo però, ma anche un suo limite, è rappresentato dal modo in cui i registi riescono a sincronizzare in maniera perfetta il ritmo del film con la storia personale del piccolo borgo. Se, grazie al montaggio alternato del racconto di vecchie edizioni e la preparazione di quella attuale,  all’inizio ci troviamo di fronte a un andamento più giocoso e vivace, più proseguiamo nella visione più i tempi si dilatano. Più ci addentriamo nelle storie di Monticchiello più la nostalgia del passato e i timori per il futuro del paese aumentano. Il ritmo calante così diventa metafora della decadenza di questo e di numerosi altri borghi italiani da cui i nativi fuggono lasciando il posto a frotte sempre più numerose di turisti. Un andamento calante però che, se da una parte viaggia parallelo allo spirito contemporaneo del paese, dal punto di vista cinematografico rende la visione lenta e affaticata in diversi punti. Una spossatezza che serpeggia tra il pubblico in sala così come nella comunità del borgo che si domanda insieme a noi se, vista la situazione attuale, valga ancora la pena cercare la soluzione attraverso un mezzo ideato per fronteggiare una crisi di 50 anni fa.

Matteo Pioppi

PRO CONTRO
I registi riescono a restituire l’anima contemporanea di un borgo italiano, a metà tra ciò che è stato e quel che potrebbe diventare, attraverso la storia peculiare di Monticchiello. Nella parte centrale il documentario rallenta molto e necessita di maggior attenzione e pazienza da parte dello spettatore. Forse avrebbe giovato accorciarne la durata.
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