Blade Runner 2049, la recensione

Il cinema di fantascienza postmoderno si fonda su quattro grandi film che hanno dettato le regole per una nuova concezione visiva e contenutistica del genere: 2001: Odissea nello spazio, Star Wars, Alien e Blade Runner. Un dato di fatto, né più, né meno.

Ora c’è da notare che tutti i film suddetti, oltre ad aver influenzato in maniera indelebile il modo di fare fantascienza e creato cloni più o meno spudorati, hanno dato vita a veri e propri franchise; chi in maniera più fortunata (Star Wars e Alien) chi perdendosi subito per strada anche per ovvie difficoltà d’approccio che il prototipo poneva (il film di Kubrick). Tutti tranne Blade Runner, però, che malgrado abbia proseguito la sua vita tra romanzi, fumetti e videogames, ha sempre evaso il cinema. Ma quella continuazione che i fan aspettavano da tanto tempo arriva finalmente proprio allo scoccare dei 35 anni, si intitola Blade Runner 2049 e porta la firma di uno dei più talentuosi registi emersi in questi ultimi anni, Denis Villeneuve.

Capirete che dare una continuazione ufficiale a un film iconico come Blade Runner non è proprio una cosa semplice, portandosi dietro inevitabili antipatie e pregiudizi. Denis Villeneuve, che viene dal successo di pubblico e critica dello stupendo Arrival, riesce a fare il miracolo e, che dir ne vogliano gli haters a prescindere, Blade Runner 2049 è grande cinema, quello che ti entra negli occhi, stimola il cervello e si espande nel cuore.

Gli sceneggiatori Hampton Fancher e Michael Green partono da alcune suggestioni lasciate senza una risposta nel film di Ridley Scott per espandere l’universo creato da Philip K. Dick e portarlo avanti nel tempo di 30 anni. Nel corso di questi 3 decenni sono successe cose piuttosto importanti, efficacemente raccontate nei tre cortometraggi distribuiti on line nelle settimane precedenti all’uscita di Blade Runner 2049 (sono fondamentali, recuperateli su You Tube prima di andare a vedere questo film!) che conducono a uno scenario allo stesso tempo simile e molto differente da quello del film del 1982. In seguito alla ribellione dei Nexus 6 e 8, che ha condotto a un disastroso blackout che ha cancellato anni e anni di informazioni, la tecnologia dei replicanti è stata bandita, la Tyrell Corp. ha chiuso e i replicanti sopravvissuti sono tutt’ora cacciati dai blade runners per essere terminati. Negli ultimi dieci anni, però, la tecnologia della Tyrell Corp. è stata rilevata dal magnante Neander Wallace che ha sviluppato un nuovo modello di replicanti perfezionanti in confronto ai Nexus e totalmente obbedienti all’uomo. Mentre i replicanti di Wallace cominciano a diffondersi sul mercato, la sezione blade runner è ancora occupata nella ricerca dei Nexus, tra questi cacciatori c’è l’agente K, che viene in possesso di una valigetta che contiene gli indizi per scoprire una verità fino ad ora nascosta che potrebbe cambiare radicalmente la visione che l’uomo ha dei replicanti.

Blade Runner 2049 trova un approccio sincero e rispettoso verso il suo predecessore, sia a livello narrativo che a livello più prettamente visivo. La storia è una prosecuzione naturale di quella di Blade Runner al punto tale che i due film possono, anzi devono, essere visti uno dietro l’altro per una comprensione completa delle innumerevoli sfaccettature dell’una e dell’altra trama. Uno di quei casi in cui il sequel “tardivo” non vive di vita autonoma ma è strettamente correlato al ciò che lo precedeva. Da un certo punto di vista si tratta di una scelta molto coraggiosa che si fa forte della popolarità del film originale, tagliando via il potenziale pubblico, magari troppo giovane, che il vecchio film non l’ha mai visto. Ma viva il coraggio, perché così facendo Blade Runner 2049 è un’opera complessa e perfettamente aderente a quel film che in molti abbiamo amato e con cui siamo cresciuti.

I temi della libertà e dell’accettazione del diverso non sono più centrali, ma sono stati giustamente superati per dar il via a una serie di altre fondamentali tematiche che trascendono la mera ripetizione. Quello che accadeva in Blade Runner è storia, il mondo è andato avanti e le priorità degli uomini, così come il loro pensiero, sono cambiate. La ribellione delle macchine è ancora in seno, ma anche la megalomania dell’uomo sembra aver raggiunto un punto di rottura cruciale. Blade Runner 2049, però, sembra insistere su un dato inedito, la ricerca delle proprie origini e di un’identità che sembra vacillare. Tutte le certezze di K, replicante cacciatore di replicanti, si fanno sempre più fumose e più va avanti nell’indagine più la sua vita personale si intreccia con quella dell’umanità in un corto circuito che si fa, pian piano, sempre più intenso, interessante e misterioso.

L’abilità nel riproporre il mood di Blade Runner ma adottando una personalità propria è il segno distintivo di questo film, che riporta in scena Deckard (sempre interpretato da Harrison Ford) ma non lo elegge a protagonista, che parla dell’uomo e della sua vulnerabilità ma filtra la vicenda dagli occhi di una macchina. Oltre a una sceneggiatura molto attenta a tutti i personaggi, anche i più marginali – vi innamorerete di Joi, la fidanzata virtuale di K, interpretata da una bellissima Ana De Armas – e capace di creare una storia complessa e stratificata ma lineare e ordinata, va riconosciuto a Blade Runner 2049 un fascino visivo incredibile. Denis Villeneuve realizza un film nel suo stile, riflessivo e attento alla descrizione dell’ambiente e all’aspetto interiore dei personaggi: la Los Angeles multiculturale e piovosa di Scott rimane ma muta, c’è meno folla come a voler indicare una diminuzione della popolazione e quella pioggia incessante si trasforma in neve… una neve grigiastra che sembra quasi cenere. Ma Los Angeles non è la sola, c’è un mondo fuori, devastato da un clima impazzito che ha inaridito Las Vegas e creato onde alte come montagne al di fuori del muro che circonda la città californiana. Un mix di caldo e freddo magnificamente sottolineato dalla stupenda fotografia di Roger Deakins in odore di Oscar.

Poi ci sono gli attori, semplicemente perfetti. Ryan Gosling è alla migliore prova di tutta la sua carriera, una monoespressività al servizio di un personaggio bellissimo, ricco di sfumature, “più umano degli umani”, poi c’è Silvia Hoeks che interpreta Luv, il braccio destro di Wallace, spietata, obbediente e dannatamente efficace nel fare il suo dovere. Lo stesso Wallace, interpretato da Jared Leto nel suo ormai consueto over-acting, è un personaggio forse più banale ma coerente con quello che Blade Runner 2049 vuole dirci, lo specchio di quell’umanità che gioca ad essere divinità e che sta condannando la propria specie.

Denis Villeneuve ha realizzato il film che ogni vero fan di Blade Runner aspettava e l’ha fatto nel modo migliore che si potesse chiedere: Blade Runner 2049 è un’opera complessa e affascinante che sicuramente rimarrà lì, scolpita sulla pietra della storia del cinema di fantascienza.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Riesce a catturare stile e suggestioni del primo film, a rielaborarle e creare un’opera fedele e allo stesso tempo personale.
  • Un cast perfetto.
  • Fotografia da Oscar.
  • Il fatto di avere un predecessore “ingombrante”.
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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Blade Runner 2049, la recensione, 9.0 out of 10 based on 1 rating
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