Borg McEnroe, la recensione

Ogni partita di tennis è una vita in miniatura”, recita la didascalia che apre Borg McEnroe, il film che racconta la rivalità tra due dei più grandi tennisti degli anni ‘70/’80 all’alba della finale di Wimbledon del 1980. Quella frase proviene dall’autobiografia di Andre Agassi e racchiude efficacemente il fil rouge che percorre l’opera diretta dal danese Janus Metz.

Borg McEnroe, infatti, racconta non solo il match che ha fatto la storia del tennis, ma anche le vite dei due atleti, incastrate a ‘mo di flashback proprio prima e durante l’incontro. Scopriamo così che Bjorn Borg, quattro volte campione, è afflitto da una pressione mediatica e famigliare che ne ha fatto quell’uomo “di ghiaccio” su cui i media speculano. La sua vita è programmata a tavolino, ogni dettaglio deve essere perfetto per costruire di sé un’immagine che ne sollevi la sorte da “eroe”. Un impianto ossimorico costruito anche su una visione cristologica del personaggio (più che della persona), in bilico sulla ringhiera del balcone di un hotel a cinque stelle, pronto a immolarsi per la causa.

Al contrario, John McEnroe è il giovane sfidante. Tre anni più giovane di Borg, dal carattere completamente opposto, costantemente nervoso, pronto a esternare la pressione psicologica a cui è sottoposto con imprecazioni, risse verbali contro l’arbitro e contro il pubblico che lo fischia.

Se Borg è l’eroe, McEnroe è il villain.

Eppure in questa guerra tra opposti, lo sceneggiatore Ronnie Sandahl ci tiene a sottolineare quanto Borg e McEnroe fossero simili. Oltre alla pressione che inevitabilmente si concentra sulle spalle dei due atleti, entrambi hanno un trascorso simile che ne sottolinea la passione per lo sport e l’importanza che l’influenza famigliare ha avuto sulla loro formazione. Così diversi eppure così simili e la stretta di mano finale, dopo il sudatissimo incontro, va ad unire fisicamente queste vite.

Il film di Metz, qui all’esordio di un lungometraggio per il cinema, ci tiene tantissimo a riprodurre con una fedeltà maniacale l’atmosfera a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e il match che tenne in apprensione milioni di appassionati di tennis. Dalla fotografia virata ocra alla ricostruzione certosina di costumi e accessori dell’epoca, Borg McEnroe si contraddistingue sotto il punto di vista formale, riuscendo a restituire una fedeltà nella messa in scena dell’incontro tra Bjorn Borg e John McEnroe che documenta con incredibile lucidità un evento cardine di quegli anni. Anche i due attori chiamati a vestire i panni dei divi del tennis fanno un lavoro esemplare di mimesi: Sverrir Gudnason lavora moltissimo sulla sottrazione restituendo efficacemente l’algida figura di Bjorn Borg, il suo sguardo penetrante e glaciale, le spalle inarcate; ma ancora meglio Shia LaBeouf nel dar corpo a John McEnroe, alle sue nevrosi e ai suoi scatti d’ira, che paradossalmente vanno a ricalcare proprio la figura pubblica di LaBeouf, come se persona e personaggio andassero a coincidere perfettamente… e questo ci fa stare simpatico McEnroe ben più del suo rivale!

Però Borg McEnroe ha un problema che non va sottovalutato. È tanto attento alla forma e alla fedeltà all’epoca e all’evento che dimentica di emozionare e appassionare lo spettatore. Il film è freddo come il suo protagonista, una descrizione tanto certosina quanto distaccata che parla, fondamentalmente, agli appassionati di tennis che saranno, appunto, impegnati a decantare la ricostruzione dell’incontro e la somiglianza fisica e gestuale degli attori. È evidente che in fase di scrittura Sandahl si sia reso conto che stava andando incontro al manierismo documentaristico, per questo motivo ricorre all’espediente dei flashback per raccontare l’infanzia e l’adolescenza dei due tennisti e rendere più empatica la vicenda. L’operazione non gli riesce del tutto e, paradossalmente, la parte migliore anche sotto il punto di vista partecipativo è il lungo terzo atto del film, quello dell’incontro tra Borg e McEnroe, mentre la descrizione del passato dei protagonisti appare eccessivamente didascalica e poco interessante.

Insomma, Borg McEnroe, malgrado sia un’opera di valore, non riesce a bilanciare l’intento documentativo con la partecipazione fictional e, a questo punto, ci si chiede se non fosse stato più efficace realizzarne direttamente un documentario.

Tutto bello, ma manca l’anima.

Borg McEnroe ha vinto il Premio BNL del Pubblico alla 12^ edizione della Festa del Cinema di Roma e sarà nei cinema italiani dal 9 novembre distribuito da Lucky Red.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ricostruzione impeccabile di un’epoca e di un evento sportivo importante.
  • Ottimo lavoro svolto dai due attori protagonisti.
  • Il film non coinvolge, risulta freddo, e appare più indicato a chi il tennis lo mastica.
  • L’espediente dei flashback sul passato risulta eccessivamente didascalico.
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Borg McEnroe, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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