Archivio categorie: In sala

Alpha – Un’amicizia forte come la vita, la recensione

Il cinema d’avventura per ragazzi si manifesta periodicamente quasi a volerci comunicare che uno dei generi d’intrattenimento più longevi e sani sia ancora lì, pronto a rassicurarci con storie di crescita dall’immancabile messaggio positivo. Negli ultimi anni, però, questo genere ha abbandonato la sua raffigurazione classica cedendo spesso e volentieri a una contaminazione con linguaggi più moderni ed estendendo la sua portata a storie e personaggi mutuati dai fumetti e dai videogiochi. Per questo motivo film come Alpha – Un’amicizia forte come la vita ci appare come una mosca bianca e seppure abbracci in toto l’ottica del rinnovamento tecnologico applicato all’aspetto visivo, ha un’aria così classica da riportare alla mente il grande cinema d’avventura di una volta.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Santiago, Italia, la recensione

Esistono pagine di storia che, seppure irreversibilmente tragiche, rimangono sconosciute ai più. Una di queste è quella che fu scritta in Cile l’11 settembre 1973 e alla quale Nanni Moretti dedica il suo ultimo film Santiago, Italia.

Quel giorno l’esercito guidato da Pinochet rovesciò il governo di Salvador Allende, ponendo fine alla democrazia e instaurando una violenta dittatura destinata a durare diciassette anni. Una vicenda che vide il tramonto di una dirompente speranza, quella del cambiamento, soffocata per sempre. Moretti, attraverso le testimonianze dei rifugiati politici cileni in Italia, si concentra sul ruolo svolto dall’ambasciata italiana a Santiago, che a tantissimi oppositori diede non solo asilo (e quindi modo di sfuggire alle persecuzioni) ma anche l’occasione di raggiungere il nostro Paese, dove la permanenza fu loro garantita a tempo indeterminato.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Il castello di vetro, la recensione

Il castello di vetro è il grande affresco di una famiglia eccentrica, resiliente e affiatata: una straordinaria storia di eccessi. Oggi si definirebbe “famiglia disfunzionale”, ma l’appellativo non renderebbe l’idea.

Tratto dal best-seller autobiografico della celebre giornalista americana Jeannette Walls, seconda di quattro figli, il film punta sulla presenza della straordinaria Brie Larson (Premio Oscar per Room), che incarna la Walls da giovane. Jeannette è una donna che, influenzata dalla natura piacevolmente selvaggia del suo problematico padre, e della non meno problematica madre, trova la determinazione per costruirsi una vita di successo, seguendo le proprie regole.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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La prima pietra, la recensione

È il 23 dicembre ed un normalissimo giorno di scuola, prima delle vacanze di Natale, scorre mentre tutti sono in fermento per la recita imminente. Un bambino, durante la ricreazione, lancia una pietra dal cortile: rompe una vetrata e ferisce bidello e consorte che, fatalità, passavano proprio li dietro in quel momento. Chi ha lanciato la pietra? Samir, un bambino musulmano. L’accaduto, naturalmente, darà vita ad un surreale dibattito, ricco di colpi di scena, che vedrà protagonisti il preside Ottaviani (Corrado Guzzanti), la maestra (Lucia Mascino), il bidello e sua moglie (Valerio Aprea e Iaia Forte) e la mamma del bambino insieme a sua suocera (Kasia Smutniak e Serra Yilmaz).

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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Colette, la recensione

Colette è stata una delle più grandi scrittrici francesi del XX secolo… eppure questa frase non è altro che una riduzione approssimativa della personalità di questa donna formidabile. La sua, infatti, è stata una vita caratterizzata dalle molteplicità: di carriere (scrittrice sì, ma anche critica teatrale, giornalista, attrice di varietà, commerciante), di amori (due mariti e molti amanti), di convinzioni (emancipata ma avversa alle suffragette). E il regista Wash Westmoreland cerca di delineare parte delle sfaccettature di Colette all’interno dell’omonimo film, dandoci un assaggio che ci fa desiderare di degustare la porzione completa.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Non ci resta che vincere, la recensione

Non ci resta che vincere (Campeones) di Javier Fesser è una commedia spagnola con un protagonista assoluto (Javier Gutiérrez) e una nutrita squadra, in senso vero, di comprimari.

Marco Montes (Gutiérrez) è il cinico, arrogante e presuntuoso vice allenatore di una prestigiosissima squadra di basket spagnola. Durante una partita di campionato perde le staffe e si lascia andare un po’ troppo. Quella sfuriata, in diretta televisiva, gli costa il posto.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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La casa delle bambole – Ghostland, la recensione

Buona parte dei successi horror degli ultimi 15 anni devono molto al cinema del terrore degli anni ’70: remake più o meno ufficiali e film che a quel decennio guardano con insistenza, cercando ispirazione nelle pellicole di quegli anni e nei registi che hanno esordito in quel periodo di grande fermento e sperimentazione. Autori come Rob Zombie, Eli Roth, James Wan e film come Non aprite quella porta di Marcus Nispel, L’alba dei morti viventi di Zack Snyder, Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja, i più recenti Halloween di David Gordon Green e Suspiria di Luca Guadagnino. Tutto ha origine in quel magnifico decennio.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Roma, la recensione

L’ultima fatica del messicano Alfonso Cuarón non ha nulla a che vedere con il precedente Gravity, per il quale il regista si era visto nel 2014 consegnare l’Oscar per la migliore regia.

Con Roma Cuarón torna infatti nella sua terra natia, a sette anni di distanza da Y tu mamá también, con un lungometraggio personalissimo e ispirato ai suoi ricordi d’infanzia. Forse proprio per questo il film è interamente in bianco e nero, come per ribadire la scelta di uno sguardo sbiadito dal tempo trascorso.

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Valutazione: 6.8/10 (su un totale di 4 voti)
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Bohemian Rhapsody, la recensione

Ad un cinefilo può capitare di attendere con trepidazione l’uscita di un film e di prenotare per tempo la poltrona migliore della sala migliore della sua città per il primo spettacolo del primo giorno di programmazione. Magari ha letto in anteprima le tiepide critiche della stampa ed ha, quindi, un’aspettativa bassa. Può capitare anche che, ai titoli di coda, tutto sia cambiato; che scopra di avere gli occhi lucidi e nella mente il proposito di tornare al più presto in sala per una seconda visione. Non è fantasia, ma esattamente ciò che è successo a chi vi scrive. 

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Il Grinch, la recensione

Se oggi dovessimo scegliere delle immagini da associare al Natale, al fianco di prevedibilissime icone popolari, religiose e culinarie, rientrerebbe senza ombra di dubbio il ghigno verdastro del malvagio Grinch. Creato nel 1957 da Theodor Seuss Geisel, meglio noto come Dr. Seuss, il Grinch è il protagonista di un celebre racconto in versi in rima, destinato ai ragazzi ma con un acuto sotto testo molto che fa satira sul potere commerciale e consumistico del Natale.

La notorietà del Grinch, essere dalla peluria verde, scontroso e profondamente avverso al Natale, è stata alimentata dal lungometraggio d’animazione Il Grinch e la favola di Natale! (1966) di Chuck Jones e Ben Washam, diventato in breve tempo un classico del palinsesto televisivo natalizio in tutto il mondo, fino al film live-action di Ron Howard del 2000, dove Jim Carrey interpretava la creatura con “il cuore di due taglie più piccolo”.

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