Archivio categorie: In sala

Molly’s Game, la recensione

Oggi a Hollywood il potere e l’influenza di uno sceneggiatore può essere pari o superiore a quello di un regista o un attore. Ce lo insegna Aaron Sorkin, che negli anni è diventato una vera istituzione per il cinema e la televisione made in USA, fino al suo esordio alla regia nel 2017 con Molly’s Game.

Il primo script importante firmato da Sorkin risale al 1992, Codice d’onore, il che lo porta a lavorare come script doctor per film del calibro di Shindler’s List, The Rock e Nemico pubblico. Una carriera tutta in ascesa che arriva alla serie tv West Wing – Tutti gli uomini del presidente, a cui segue un periodo buio fatto di droga, alcool e prigione.

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Parlami di Lucy, la recensione

La tendenza degli ultimi anni da parte di molti registi di ogni nazionalità è quella di rendere complesso e pieno di sfaccettature psicologiche e morbose un genere molto semplice e lineare come l’horror. Tale strada viene portata agli estremi da Giuseppe Petitto il quale, dopo una carriera caratterizzata da documentari e film di impegno politico e sociale, bagna il suo esordio alla regia con un horror soprannaturale e dalle forti tinte drammatiche, dal titolo Parlami di Lucy.

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Escobar – Il fascino del Male, la recensione

«Non mi interessava come si procurava i soldi, ma come li spendeva!»

(Virginia Vallejo)

Pablo Escobar Gaviria, conosciuto anche come Il Re della cocaina, è stato uno dei criminali più carismatici e di spicco nella seconda metà del ‘900. Implicato, per breve tempo, anche nella sfera politica, Escobar è considerato – ancora oggi – il criminale più ricco della Storia, con un patrimonio stimato di oltre trenta miliardi nei primissimi anni novanta.

In un periodo storico come questo, in cui il cinema e la televisione sembrano essere sempre più ammaliati dalla criminalità, era inevitabile che i riflettori si accendessero su una figura così “importante” come quella di Escobar.

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Ghost Stories, la recensione

Esiste una tradizione tutta britannica di film horror a episodi che, all’epoca dell’uscita, ha fatto tendenza e ha fondato un canone produttivo ben preciso. Parliamo soprattutto della Amicus Productions, casa di produzione che si specializzò proprio in film a episodi dopo l’immediato successo de Le cinque chiavi del terrore (1965), a cui seguirono Il giardino delle torture (1967), La casa che grondava sangue (1971), Racconti dalla tomba (1972), La morte dietro il cancello (1972) e La bottega che vendeva la morte (1974), solo per citare i più celebri. Tutti figli del seminale Incubi notturni, che nel 1945 aveva gettato le basi per tanto horror a venire. Oggi, che l’horror a episodi non è più troppo in voga al cinema e appannaggio della serialità televisiva antologica, arriva sul grande schermo Ghost Stories, che si riallaccia proprio a quella tradizione tutta inglese del racconto d’atmosfera suddiviso in più storie raccolte da un unico filo conduttore e una cornice propedeutica al racconto.

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Doppio amore, la recensione

Era il 1886 quando lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson pubblicava la sua opera più importante dal titolo Lo strano caso del Dott. Jekyll e Mr. Hyde, romanzo nel quale veniva trattata per la prima volta una storia incentrata sul concetto del doppio e di due personalità diverse all’interno della stessa persona. Un’idea, che in psicologia si traduce nel contrasto tra Es e Super-Io, che nel cinema ha avuto tantissime rivisitazioni e che può essere trasposta anche nel rapporto tra gemelli, persone dall’aspetto identico ma dai caratteri diversi. È ciò che è accaduto nel cult Inseparabili di Cronenberg ed ora in Doppio Amore del regista francese François Ozon, il quale porta sullo schermo il romanzo Lives of the Twins di Joyce Carol Oates per raccontare una storia torbida nella quale a farla da padrona sono le passioni amorose, pulsioni sessuali e il disagio di una protagonista tramortita e divisa a metà tra due gemelli che aprono in lei una ferita mai sopita.

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The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, la recensione

Tra i più influenti artisti del XIX secolo, Oscar Wilde è ancora oggi una fonte d’ispirazione per molte persone, figura carismatica oltre che grande scrittore, contraddistintosi anche per alcune turbolente questioni private e pubbliche che ha pago a caro prezzo. Ovviamente il cinema non poteva rimanere indifferente dinnanzi a una personalità di tale caratura e in più occasioni lo scrittore irlandese è stato catturato sul grande schermo, sia in quanto le sue opere sono diventate ispirazione per lungometraggi, sia in quanto protagonista stesso di film che raccontano la sua vita. A quest’ultima categoria appartiene The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, film che sancisce l’esordio alla regia dell’attore Rupert Everett, che questo film lo ha anche scritto e interpretato nel ruolo di protagonista.

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Io sono Tempesta, la recensione

Numa Tempesta (Marco Giallini) è un carismatico e cinico finanziere che, condannato per evasione fiscale, si ritrova a scontare la sua pena: un anno di servizi sociali in un centro di accoglienza. Lì conoscerà non soltanto il giovane Bruno (Elio Germano) e suo figlio, ma anche un variegato gruppo di senzatetto pronto a sorprenderlo e non in positivo…

Io sono Tempesta, ultima fatica di Daniele Luchetti, è la storia della caduta di uno scellerato riccone senza scrupoli, uno speculatore perennemente attorniato da escort e loschi burocrati. Una personalità non così distante da quelle di cui troppo spesso ascoltiamo le beghe nei notiziari, non credete?

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Rampage – Furia animale, la recensione

Il ritorno del monster-movie sta portando Hollywood a una nuova golden age del cinema fantastico, come accadeva negli anni 50 e 60, quando creature mostruose generate da esperimenti governativi o provenienti da altri pianeti o dai luoghi più remoti della Terra scatenavano tutta la loro furia distruttiva contro l’umanità, distruggendo metropoli e generando terrore. In questi ultimi anni, da Cloverfield a Godzilla, passando per Monsters e Pacific Rim, senza tralasciare Kong, Jurassic World e in certo senso Transformers, i mostri stanno sfilando copiosi sul grande schermo, quasi tutti nati da grandi budget (e grandi profitti) come a dimostrazione che quella tendenza propria del b-movie di una volta è ora peculiarità dei blockbuster.

A questo assalto di mostri un po’ troppo cresciuti si aggiunge oggi un terzetto di animali mutanti di dimensioni spropositate: un gorilla albino, un lupo selvatico e un alligatore, minacciosi protagonisti di Rampage – Furia animale.

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Sherlock Gnomes, la recensione

Da quando è nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes non ha conosciuto mai riposo. Questo affascinante personaggio è stato proposto e riproposto in ormai tutte le salse, ma di certo non era mai stato uno gnomo da giardino!

Dal 12 aprile 2018, però, arriverà nelle nostre sale Sherlock Gnomes, prodotto dalla casa di Elton John, Rocket Pictures e distribuito dalla 20th Century Fox.

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Il prigioniero coreano, la recensione

«Fai attenzione: oggi la corrente va verso Sud», lo avvisa una sentinella, ma a fare sempre molta attenzione, il pescatore Nam Chul-woo (Ryoo Seung – bum) ci è abituato. Non puoi permetterti distrazioni quando abiti in un villaggio della Corea del Nord e ti muovi ogni giorno sulla linea di confine, all’altezza del 38° parallelo. Confine d’acqua, nel caso di Nam, ed è proprio l’acqua a tradirlo: una delle reti si aggroviglia attorno all’elica della sua piccola barca, il motore si blocca e la corrente che «va verso Sud» trascina lentamente e inesorabilmente il pescatore in zona nemica: la Corea del Sud. Nam si ritroverà letteralmente imprigionato tra le due ideologie.

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