Archivio categorie: In sala

A Chiara, la recensione

Con A Chiara, il regista Jonas Carpignano (classe 1984) conclude la sua trilogia ambientata nella cittadina calabrese di Gioia Tauro, iniziata nel 2015 con Mediterranea e proseguita con A Ciambra (2017). Presentato alla 74° edizione del Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, il lungometraggio ha vinto il Premio Europa Cinema Label.

A Chiara racconta la storia di un’adolescente, Chiara (Swamy Rotolo), una quindicenne che vive a Gioia Tauro con i genitori e le tre sorelle. La sua tranquilla esistenza, fatta di scuola, compiti e amiche, viene sconvolta quando suo padre, un uomo che ha sempre ammirato e amato infinitamente, sparisce senza lasciare traccia. La scoperta che l’uomo è un noto trafficante di droga, ricercato dalla polizia, costringe la ragazza a fare i conti con la dura realtà dei fatti, segnando anticipatamente il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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47 metri: Great White, la recensione

Il sempre fertile filone del thriller acquatico a base di minacce faunistiche si arricchisce di anno in anno con incubi in alto mare che stanno facendo riscoprire ai produttori la voglia di affrontare seriamente questo sottogenere. Molti dei più recenti successi arrivano curiosamente dall’Australia e se pochi mesi fa sono hanno fatto capolino i sequel (solo nominali) Black Water: Abyss e 47 metri: Uncaged, che portavano in scena rispettivamente coccodrilli e squali albini, adesso è la volta dei grandi squali bianchi che popolano l’Oceano Pacifico in 47 metri: Great White.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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No Time to Die, la recensione

Siamo giunti al 25°, distributivamente sospiratissimo, capitolo della saga più longeva della storia del cinema, quella dell’agente dell’MI6 007. Un traguardo importante e delicato che oltre a segnare l’addio al personaggio del Bond corrente, Daniel Craig, No Time to Die ha anche l’oneroso compito di chiudere narrativamente una saga, cosa mai accaduta prima d’ora nella storia cinematografica dell’agente nato dalla penna di Ian Fleming. Perché quello iniziato nel 2006 con Casinò Royale è il primo arco narrativo bondiano ad avere un legame seriale tra film e film, ovviando alla struttura autonoma quasi antologica dei precedenti film e creando un unicum narrativo lungo cinque pellicole.

Alla fine è successo e nonostante i ripetuti rinvii distributivi causati dall’emergenza sanitaria e la costanza con cui la MGM ha insistito a voler far uscire fortunatamente il film solo al cinema, No Time to Die ha messo veramente la parola fine a un arco narrativo rivoluzionando la storia di James Bond.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Titane, la recensione

<<Dovunque vi saranno molte macchine per sostituire gli uomini, vi saranno sempre molti uomini che non sono altro che macchine>>

Louis de Bonald

Con un coup de théâtre che ha spiazzato molti, la giuria del 74° Festival di Cannes ha premiato con la Palma d’oro Titane, l’opera seconda di Julia Ducournau, un film tanto affascinante e complesso quanto repellente, ostico, animalesco.

Chi ha già visto Raw – Una cruda verità (2016), l’opera prima della regista francese, può farsi una mezza idea su cosa aspettarsi in Titane, ovvero un hellzapoppin’ di suggestioni che giocano con l’orrore, la scoperta di se stessi e la ricerca dello shock visivo ed emotivo e fuggono da una vera e propria classificazione di genere. Con Titane, Julia Ducournau si spinge decisamente oltre il suo film sul cannibalismo e costruisce un oggetto molto particolare e sfaccettato che gioca con il genere horror inserendolo in un discorso sulla mutazione corporea decisamente estremo.

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Valutazione: 8.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Space Jam – New Legends, la recensione

Correva l’anno 1996, anche se per noi italiani bisognò aspettare i primi mesi del 1997, e nei cinema arrivava un film destinato a diventare un cult per un’intera generazione di giovani spettatori: Space Jam. Si trattava di un’opera a tecnica mista live action e animazione, chiaramente nato dalla lezione dell’immortale Chi ha incastrato Roger Rabbit?, che univa il mondo dello sport con quello dei mitici Looney Tunes eleggendo a protagonista umano della vicenda il campione dell’NBA Michael Jordan. Il risultato fu di grande impatto per il pubblico (meno per la critica, che non gradì) e Space Jam, oltre a diventare una macchina perfetta per il merchandising, è diventato in poco tempo uno dei più celebri e remunerativi film sportivi di sempre.

Sono passati esattamente 25 anni e la Warner Bros. ha pensato di rispolverare quel vecchio successo con un nuovo film che ne incarnasse le medesime caratteristiche, un sequel per certi versi ma che suona a tutti gli effetti come un reboot: Space Jam – New Legends.

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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Prey, la recensione

Quello tra il genere horror e la piattaforma di streaming più famosa e potente del pianeta, ossia Netflix, è un rapporto a dir porco tormentato, dagli equilibri precari e ancora tutti da trovare e, soprattutto, caratterizzato da un andamento altalenante tra luci, poche a dirla tutta, e ombre, tante forse troppe. Una situazione di stasi derivata dal fatto che il colosso mondiale non ha ancora individuato una linea produttiva ben precisa da seguire ed anzi cade spesso nell’errore di voler accontentare diverse fasce di appassionati, cercando di strizzare l’occhio sia ai veterani del genere che al pubblico più giovane, o addirittura a chi di horror ne mastica poco. Insomma, la logica è quella del “un colpo al cerchio e uno alla botte” che però non ha mai portato lontano.

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Valutazione: 5.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Venezia78. Qui rido io, la recensione

Vincenzo m’è padre a me!”, ripete meccanicamente Peppiniello in Miseria e nobiltà innescando il tormentone comico. Una frase entrata nella storia del teatro, del cinema, della commedia italiana nel suo complesso, grazie all’estro di Eduardo Scarpetta, uno dei più grandi commediografi della Storia del nostro Paese, creatore della maschera comica Felice Sciosciammocca (portato al cinema con grande successo da Totò) e padre biologico di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, ovvero il trio di talenti più importante della scena teatrale italiana del dopoguerra per almeno un trentennio.

Mario Martone, che oltre ad essere un uomo di cinema è un uomo di teatro, cattura l’immagine di Eduardo Scarpetta e il personaggio che ne è scaturito per fornirne una descrizione costantemente in bilico tra realtà e scena. Qui rido io, in concorso alla 78ª Mostra del Cinema di Venezia e al cinema dal 9 settembre, fornisce uno spaccato limpido di un’epoca, la Napoli della Belle Époque, di un contesto, l’ambiente artistico teatrale, e affronta la tematica della paternità, intesa tanto dal punto di vista biologico quanto da quella prettamente artistico.

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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Malignant, la recensione

Non è azzardato considerare James Wan uno dei più concreti eredi del movimento New Horror hollywoodiano che si è sviluppato nell’underground cinematografico post-sessantottino. Fermo restando che nel cinema del giovane regista di origini malesi non c’è (e non ci vuole essere) quel fervore politico e quegli intenti sociali che muovevano le opere dei primi Romero, Cronenberg, Craven e Hooper, nel suo operato si nota comunque una diretta influenza da stili, argomenti e topòi in generale che hanno caratterizzato la rinascita del cinema horror americano. Perché James Wan è stato uno spettatore affamato di immagini, uno studente diligente, un vero fan ed è grazie al “passato” di cui si è nutrito che ora è tra gli autori di punta di questo genere, capace non solo di inanellare un successo economico dietro l’altro, ma anche di vantare un nutrito numero di pellicole oggi considerate tra i classici contemporanei del cinema horror.

Ed è proprio grazie a questo perdurare di successi che Wan può permettersi si passare con estrema nonchalance da un blockbuster come Aquaman a un horror low-budget estremo e creativo come Malignant prima di tornare nuovamente al cinecomic con Aquaman and the Lost Kingdom.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Venezia78. Dune, la recensione

In principio Dune era un romanzo di Frank Herbert pubblicato a metà anni sessanta. Un racconto interplanetario complesso e articolato che fece da ispiratore e capostipite per molte sceneggiature di genere fantascientifico divenute film intramontabili, come l’intera saga di Star Wars.  Durante gli anni settanta Dune incantò Alejandro Jodorowsky che ne avviò un progetto per un film faraonico rimasto, però, sempre e solo sulla carta (a tal proposito segnaliamo l’interessantissimo documentario Jodorowsky’s Dune che è nelle sale in questi giorni). Il decennio successivo venne il turno di David Lynch che riuscì a realizzarne un vero film, accolto con favore dal pubblico ma non dalla critica, con effetti speciali costosissimi e cast importante. Oggi Dune è diventato finalmente un film adulto grazie alla computer grafica e al genio visionario del regista canadese Denis Villeneuve.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli, la recensione

Anno Domini 2021, Fase 4 del Marvel Cinematic Universe.

Mentre beghe legali contrappongono la ormai ex Black Widow ai vertici della Disney e il catalogo Disney+ si arricchisce di serie Marvel Strudios, con l’agognata apertura al Multiverso grazie a Loki e l’esplorazione di realtà alternative con What If…?, sul grande schermo esordisce un nuovo supereroe, Shang-Chi, il primo in ruolo da protagonista a portare nell’MCU suggestioni dall’Estremo Oriente.

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli è un’esclusiva cinematografica (in sala dal 1° settembre), a differenza degli altri prodotti Disney distribuiti negli ultimi mesi quasi in day-to-date con la piattaforma di streaming Disney+, e in quanto tale sarà il vero banco di prova su cui testare il grado di affetto (e interesse) del pubblico cinematografico ai prodotti Marvel anche nell’era pandemica.

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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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