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Haunt, la recensione

Controverso, discusso, eclettico, eccentrico e al tempo stesso amato da molti appassionati del genere horror, Eli Roth è un regista che ha segnato gli ultimi quindici anni della scena contemporanea con il suo stile a metà fra il serio e il faceto e intriso di tanta voglia di esprimere tutto il suo amore verso i filoni cinematografici che più ama (trai quali un posto di gran rilevo ha il cinema di genere made in Italy). Caratteristiche che l’autore statunitense ha messo in evidenza sia nei panni di regista che in quelli di produttore, attività fertile portata avanti negli ultimi anni con sempre maggior costanza e in cui si è cimentato nuovamente con Haunt, alla cui regia troviamo Scott Beck e Bryan Woods.

Questi ultimi, reduci dal successo di A Quiet Place, di cui hanno firmato la sceneggiatura, tornano dietro la macchina da presa dopo il thriller/horror Nightlight (2015) con uno slasher in piena regola che risente tantissimo delle loro esperienze artistiche passate e dell’ala protettrice di un Roth sicuramente entusiasta del risultato.

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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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TFF37. Letto n.6

Letto n. 6

La dottoressa del turno di notte di una importante clinica pediatrica muore suicida. La sostituisce Bianca (Carolina Crescentini), che accetta il lavoro senza rivelare di essere incinta. Quando viene a sapere che dovrà passare le notti proprio nella stanza dalla quale si è buttata la collega, le inquietudini hanno inizio. Malgrado lo scetticismo del marito (Pier Giorgio Bellocchio), i timori di Bianca non tarderanno a essere confermati: una notte, seguendo rumore di singhiozzi, fa conoscenza con il bambino del letto numero sei. Vuole la sua mamma. Bianca lo rassicura: domani mamma arriva. Ma la notte seguente il bambino si presenta in infermeria, accusandola di essere una bugiarda. Bianca cerca informazioni sul bambino, scoprendo che il letto numero sei è vuoto da tempo.

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Valutazione: 5.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. Wet Season

Il primo vero colpo di fulmine tra i titoli passati in concorso al 37° Torino Film Festival è arrivato durante i primi giorni di proiezione. Inaspettatamente, ma non troppo: il regista Anthony Chen si era già fatto notare con Ilo Ilo, splendida e toccante opera prima premiata con la Caméra d’or a Cannes nel 2013.

Con Wet Season Chen si conferma uno dei giovani autori più promettenti del panorama orientale portando alla ribalta la cinematografia di un paese come Singapore.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 2 voti)
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TFF37. Le rêve de Noura

Che lo stile di Asghar Farhadi abbia segnato le nuove generazioni di cineasti, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente, è noto. Così dopo Il dubbio – Un caso d’incoscienza e Melborune, realizzati però da due connazionali del regista due volte premio Oscar, ecco Le rêve de Noura di Hinde Boujemaa, regista per metà belga e per metà tunisina che realizza un’opera che deve molto alla lezione del maestro iraniano.

È soprattutto la sua attenzione per i dialoghi e per la gestione dei personaggi, in questo caso ristretti a tre, ad accostarla al cinema di Farhadi (peraltro apertamente citato in una delle sequenze centrali del film). Tuttavia, lo sguardo prettamente femminile che emerge e l’attenzione che la regista dedica a determinate realtà la fa sembrare più vicina alla libanese Nadine Labaki (Cafarnao – Caos e miracoli), con la quale pure sembra avere molto in comune.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. Algunas Bestias

Il titolo più sconvolgente in concorso al 37° Torino Film Festival arriva dal Cile. Rimasto a sorpresa fuori dal palmares deciso dalla giuria presieduta da Cristina Comencini, Algunas Bestias lancia il nuovo promettente sguardo del giovane Jorge Riquelme Serrano.

Con un solo cortometraggio alle spalle, il regista esordisce al lungometraggio avvalendosi di un cast d’eccezione in cui spuntano perfino due nomi importanti: Alfredo Castro, divenuto popolare grazie alla sua collaborazione con l’acclamato Pablo Larraín (per il quale ha interpretato Tony Manero e Post mortem) e Paulina García, la frizzante protagonista di Gloria (poi rifatto con Julianne Moore) del premio Oscar per Una donna fantastica Sebastián Lelio. I due attori, peraltro entrambi noti al grande pubblico per aver preso parte alla serie Narcos, vestono i panni di una matura coppia borghese che conduce un’esistenza tanto solitaria quanto privilegiata in una bellissima casa che sorge in mezzo al verde. Contro di loro si scontra un altro nucleo familiare, quello composto dalla figlia Ana, da suo marito Alejandro e dai loro figli, Consuelo e Máximo, due adolescenti vicini alla tempesta ormonale.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. Ms. White Light

Si apre con una scena di forte impatto uno dei titoli (sulla carta) più interessanti in concorso al 37° Torino Film Festival: l’inquadratura di un gruppo familiare affranto e poi quella di un’anziana parente stesa sul letto di un ospedale. Accanto a lei c’è una giovane donna in giacca e camicia che gli legge alcuni capitoli del suo romanzo preferito. Apparentemente sembrerebbe che i personaggi siano tutti legati dal sangue e il fatto che si stringano in un momento così drammatico avvalora la nostra prima impressione. Questa viene però smentita con il venir meno dell’inferma, quando la ragazza si sottrae all’abbraccio familiare estraniandosi con una serie di frasi di circostanza che legge su dei bigliettini che ha con sé. La scena prende una piega quasi grottesca e per un attimo veniamo allettati dall’idea che quello che vedremo sarà tutto così come lo vediamo in questa originale apertura.

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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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TFF37. True History of the Kelly Gang

Se ne parlava per una possibile partecipazione a qualche festival, prima per Cannes poi per Venezia, invece niente. Per un po’ se ne sono perse le tracce, poi eccolo qui al Torino Film Festival 2019 nella sezione Festa Mobile. Il lungometraggio in questione è True History of the Kelly Gang e a dirigerlo è l’australiano Justin Kurzel, un regista noto per i suoi progetti spesso ambiziosi ma dai risultati disastrosi (alle spalle un non entusiasmante Macbeth e un terribile Assassin’s Creed). Passate le produzioni britanniche e statunitensi, Kurzel torna nella natia Australia per misurarsi con una leggendaria figura della sua terra: il criminale Ned Kelly, già trasposto sul grande schermo da Tony Richardson nel 1970 e da Gregor Jordan nel 2003.

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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. La Gomera

Il titolo scelto per rappresentare la Romania nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero 2020 è La Gomera di Corneliu Porumboiu, che dopo essere passato in concorso a Cannes 2019 è stato incluso anche nella sezione Festa Mobile del 37° Torino Film Festival.

Un film che si apre con i migliori auspici, a cominciare dai bei titoli di testa che scorrono sullo schermo e sui quali leggiamo un nome importante tra i produttori: quello della regista tedesca Maren Ade, autrice del bellissimo Vi presento Toni Erdmann, un nome che è una garanzia e le aspettative non vengono certo deluse.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. Guns Akimbo

Guns Akimbo si inserisce in un filone ben preciso: action movie sopra le righe. Se in Crank avevamo uno Statham costretto a fare il pieno di adrenalina (o elettricità), in Shoot ‘em Up un Owen sgranocchia-carote, qui la gimmick è che Daniel Radcliffe ha due pistole inchiodate alle mani. Bisogna aggiungere altro? Sì, perché in questo film forse c’è più di quanto appaia a prima vista. Forse.

Miles (Daniel Radcliffe) è un cacciatore di troll virtuali. Un nerd che passa in rassegna i siti più biechi al solo scopo di fare la morale agli altri utenti. Fino al giorno in cui bacchetta le persone sbagliate: i creatori di Skizm, applicazione di massacri in diretta. Scaricandola si ottiene un posto in prima fila per osservare due persone che si ammazzano. Miles li insulta; per ripicca quelli lo catturano, gli impistolano le mani e lo mettono in gioco contro Nix (Samara Weaving), una leggenda nel mondo di Skizm.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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TFF37. Synonymes

Esplosivo e grottesco, Synonymes si presenta da subito come un oggetto misterioso e non semplice da definire. Caratterizzato da un’incredibile capacità di cogliere l’attualità attraverso uno sguardo nuovo e originale, il film dell’israeliano Nadav Lapid (autore di The Kindergarten Teacher, da cui è stato poi tratto Lontano da qui di Sara Colangelo e con Maggie Gyllenhaal) sembra dialogare direttamente con i più recenti successi del cinema europeo. Così, dopo i denti finti di Winfried/Peter Simonischek in Vi presento Toni Erdmann e l’animalesca performance art di Oleg/Terry Notary in The Square, ecco il cappotto ocra di Yoav (Tom Mercier), un giovane ex militare israeliano fuggito in Francia. Proprio quest’ultimo indumento diventa metonimia del suo radicale percorso identitario, che nello specifico consiste nel rifiuto delle proprie (odiate) origini, viste soltanto come un soffocante impedimento. Il suo corpo, snello e atletico da spingerlo a cercare lavoro come modello, sembra essere a suo agio soltanto in quel capo che in realtà non gli appartiene, mentre sulla pelle apporta tutte le immaginabili migliorie (dal congelamento al constante allenamento).

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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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