Archivio categorie: Netflix

CURSED: la serie dark fantasy “sorellina” di The Witcher

È ormai appurato che dopo il successo planetario de Il trono di spade il genere fantasy, in qualsiasi sua forma (libri, romanzi, fumetti, anime etc..), sia letteralmente passato al lato oscuro e che qualsiasi prodotto con questa etichetta deve avere protagonisti dannati e sfumature gritty “d’ordinanza”.

Un titolo come Cursed (traduzione di “maledetto”) non poteva non andare a nozze con questo “andazzo”: dal romanzo omonimo scritto da Tom Wheeler (Empire, Il Gatto con gli stivali, Lego Ninjago: Il film) e illustrato dal fumettista Frank Miller (300- L’alba di un impero, The Spirit) è stata tratta la serie tv Netflix rilasciata questo 17 luglio che rielabora la quasi millenaria “materia di Bretagna”  concentrandosi sulla figura di quella che diventerà la misteriosa Dama del Lago – a cui appartiene la famosa “manina” che in molti film/cartoni esce dalle acque per dare Excalibur a Merlino/Re Artù.  

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The Old Guard, la recensione

Dalla miniserie a fumetti di Greg Rucka e Landro Fernandez, The Old Guard, Skydance Media e Netflix traggono un omonimo film che ha tanto il sapore del primo capitolo di una probabile saga, una origin story che mostra però il fiato molto corto e non invoglia a immergersi a lungo termine in quella che dovrebbe essere la risposta Netflix ai blockbuster fumettistici Marvel e DC.

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Valutazione: 5.5/10 (su un totale di 2 voti)
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Il principio del Rancore. Ju-On: Origins

Il 3 Luglio è sbancata su Netflix Ju-On: Origins di Sho Miyake, miniserie di appena sei episodi che cerca di rilanciare sul “versante giapponese” la mitologia di una saga horror ormai ventennale. Dopo la disastrosa nuova versione americana di qualche mese fa (The Grudge di Nicholas Pesce), sembrava che ormai la linfa vitale e mortifera dello spettro rancoroso Kayako fosse inevitabilmente esaurita.

Eppure, lo spirito creato da Takashi Shimizu non si arrende, e sembra che la sua maledizione non solo colpisca i personaggi dei vari film della saga ma anche gli spettatori cinematografici, costretti ciclicamente ad avere a che fare con questo rancore che non conosce fine.

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Wasp Network, la recensione

Olivier Assayas torna in gara a Venezia con un film delicato: Wasp Network è il nome assunto dal sistema antiterroristico cubano sul finire della guerra fredda, giunto agli onori della cronaca nel 1998 all’arresto dei cosiddetti Cuban Five. Cinque agenti cubani (in realtà gli arresti furono una decina) operanti senza permesso su territorio statunitense. Eroi per qualcuno, terroristi per qualcun’altro. E per Assayas?

Il film non prende le mosse né da un eroe né da un terrorista, ma da un traditore. Il pilota René Gonzales (Édgar Ramírez) saluta moglie e figlia come tutte le mattine, sale sul suo aereo e vola in America. Non esattamente la mossa più apprezzata dal regime castrista. A motivare la sua fuga le ristrettezze dovute all’embargo statunitense. Olga Gonzales (Penélope Cruz) si troverà così a dover portare avanti la famiglia da sola, convivendo con lo stigma d’essere la moglie di un traditore.

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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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The Eddy: la musica protagonista

L’8 maggio è uscita su Netflix la nuova serie prodotta e diretta (le prime due puntate) da Damien Chazelle (Whiplash, La La Land), The Eddy. Per la sceneggiatura, Chazelle si è affidato alle capaci mani di Jack Thorne, affermato scrittore noto soprattutto per Skins, Shameless, This is England (la serie).

Come c’era da aspettarsi, visto che prima di tutto è un prodotto di Chazelle, The Eddy è una serie immersa dall’inizio alla fine nel suo grande amore per il jazz. Il protagonista è Elliot Udo (interpretato da Andrè Holland, già visto in Castle Rock, Selma e Moonlight) un ex pianista americano che, dopo la morte di un figlio e la separazione dalla moglie, decide di trasferirsi a Parigi e aprire un jazz club insieme al suo migliore amico. Le cose cambieranno radicalmente quando la figlia ribelle di Elliot (Amandla Stenberg) si trasferirà dal padre e il socio d’affari e amico verrà trovato morto.

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Non ho mai…: il trionfo dell’inclusività in salsa camp

Il 27 aprile Netflix ha rilasciato lo scoppiettante Non ho mai… scritto e ideato da Lang Fisher (Brooklyn Nine-Nine, The Mindy Project, The Onion News Network) e Mindy Kaling (The Office, E poi c’è Katherine, The Mindy Project, Saturday Night Live) che racconta le disavventure di un’adolescente americana nerd e secchiona di origine indù e delle sue svitate amiche.

Nonostante la trama quasi banale, potete stare tranquilli, non è un’altra stupida commedia americana e il pubblico che ha amato Insatiable e le sue ciniche sfumature camp non rimarrà deluso.

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Summertime: malinconia portami via

Avevi ragione tu mia cara

La vita non dura mai, una sera

Il tempo di una follia

Che breve poi fugge via

E poi

Cosa rimane dentro noi

Questa celeste nostalgia…

 

Ebbene sì, l’eterno Riccardo Cocciante la sapeva lunga già nel 1982 quando cantò Celeste nostalgia.

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Hollywood: l’epoca d’oro del Cinema (ri)vista da Ryan Murphy

Il confine tra la realtà e l’immaginazione è spesso labile e il cinema, la letteratura, la televisione ce lo ricordano di continuo in una eterna sfida in cui siamo chiamati ad ascoltare storie inventate, ma del tutto verosimili. Ma cosa accadrebbe se partissimo da una storia vera per confluire poi in uno sviluppo (e un epilogo) del tutto fantasioso? Accade che sfociamo nel territorio del “what if”, ormai caro a Quentin Tarantino, che prende il là da eventi reali per modificarli progressivamente in corso fino a raggiungere obiettivi del tutto fantasiosi. Insomma, cosa sarebbe accaduto se Adolf Hitler fosse stato ucciso in Francia nel 1944? E se quella notte di agosto del 1969 Sharon Tate e i suoi amici non fossero stati uccisi dalla Manson Family? E, soprattutto, se nella Hollywood di fine anni ’40 qualcuno si fosse imposto a favore di neri, omosessuali e donne, oggi il cinema e la società tutta sarebbero differenti?

Proprio quest’ultimo “what if” interessa la miniserie Hollywood, 7 densissimi episodi da 50 minuti l’uno che potete trovare su Netflix e che portano la firma in regia e sceneggiatura, insieme a Ian Brennan, del “Re” del piccolo schermo Ryan Murphy.

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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Batter Call Saul – Stagione 5: la spada di Damocle

Il 20 aprile si è conclusa la quinta stagione di Better Call Saul, la serie spin-off di Breaking Bad, ormai da tempo affermatasi come prodotto di grande qualità (ma non ci saremmo aspettati niente di meno da Vince Gilligan). Una serie che negli anni ha ricevuto svariati premi – tra cui due Critics Choise Television Awards – soprattutto per i suoi interpreti, la fotografia e la regia.

Come era prevedibile aspettarsi, Better Call Saul viene spesso paragonato al suo predecessore, sia per sentenziare che nulla potrà mai esserne all’altezza, e sia per azzardare che ci troviamo davanti a un prodotto perfino superiore. E per quanto sarebbe in effetti ingiusto metterli a confronto in questo modo, l’impulso viene spontaneo, essendo due prodotti dello stesso autore e facenti parte dello stesso universo narrativo. Senza togliere inoltre che i suoi due personaggi principali compiono una simile parabola discendente. Ma se in Breaking Bad assistiamo alla lenta autodistruzione di un ego frustrato, nel secondo prodotto di Gilligan la questione si articola su più piani.

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Tyler Rake, la recensione

L’action è un genere cinematografico davvero anomalo.

A differenza di altri generi, non è necessariamente legato alla contemporaneità, nonostante sia strettamente connesso all’avanzamento tecnologico del medium cinema. L’action odierno, piuttosto, è imbrigliato in canovacci narrativi che si ripetono immutati da almeno quarantacinque anni (e sono comunque mutuati dal western), assicurando allo spettatore un senso di confortante famigliarità: non importa se un film d’azione è ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, nel post 11 settembre o in un futuro prossimo, avremo sempre la sicurezza che c’è un eroe o antieroe (ma anche più di uno) impegnato in una missione ai limiti del possibile utile a risolvere anche conflitti personali e farlo uscire dall’avventura (vivo o morto, questo spetta allo sceneggiatore) cambiato, evoluto.

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