C’è tempo, la recensione

Stefano (Stefano Fresi), precario e un po’ immaturo, vive a Viganella, un paesino di montagna dove svolge due lavori bizzarri: l’osservatore di arcobaleni e il guardiano di uno specchio che riflette i raggi del sole illuminando il paese, dove si è trasferito insieme alla moglie Luciana. Alla morte del padre, straricco e mai conosciuto, Stefano scopre, nel giro di pochi minuti, di avere un fratello tredicenne, Giovanni (Giovanni Fuoco), e di doversi prendere cura di lui, essendo l’unico parente in vita. Un notaio gli affida, quindi, la tutela legale del ragazzino. Stefano, in difficoltà economica, inizialmente accetta l’incombenza della gestione di un minore per ricevere in cambio un generoso lascito.

Inizia così un percorso di reciproca conoscenza fra il quarantenne chiacchierone ed il 13enne saputello e precisino. I due, profondamente diversi, intraprendono, quasi per caso, un viaggio on the road, (a bordo del Maggiolone nero decappottabile di Stefano Fresi) che, fra differenze iniziali e improvvise complicità, si colora ad ogni tappa. In una di queste tappe i nostri incontrano Simona (Simona Molinari) cantante in tour, accompagnata dalla figlia Francesca (Francesca Zezza) quattordicenne.

Il viaggio diventa, così, un’esperienza da dividere in quattro e tocca luoghi simbolici come il labirinto della Masone e le capitali padane del cinema; la Rimini, di Fellini e del bellissimo cinema Fulgor; la Parma dei luoghi di Novecento di Bertolucci; ma, soprattutto, termina nella Parigi di Jean Pierre Leaud. La presenza dell’attore francese nel film è uno dei tanti sparpagliati omaggi a I 400 colpi di Truffaut. Questo, in particolare, non è solo un ringraziamento al grande maestro ma, piuttosto, un omaggio all’idea stessa di giovinezza e di vita, al desiderio di libertà e di viaggio.

C’è tempo, il primo film di finzione di Walter Veltroni, in uscita giovedì 7 marzo per Palomar e Vision Distribution, è un po’ una commedia all’italiana, un po’ un mix di citazioni e un po’ un road movie, ma, soprattutto, è una dichiarazione d’amore per il cinema, stracolma di citazioni, declamata da un cinefilo doc. Veltroni filma un racconto intriso di quel senso di “nostalgia canaglia” per i tempi andati. Non manca all’appello neanche la nostalgia per un gelato anni ’80, fuori produzione da anni. Una malinconia talmente pura tanto da spingere l’Algida a rimettere, per la prossima estate 2019, in commercio il ghiacciolo “Arcobaleno”! Come se n’è accorta l’Algida, se ne accorge lo spettatore: C’è tempo è un lavoro sognante e sincero. Sì, è vero, la regia sfiora un’estetica un tantino kitsch, tipica di chi vuole omaggiare i grandi maestri del cinema riuscendo nell’intento a tratti sì, a tratti no. E se fosse proprio questo ciò che rende unico questo progetto?

È un piccolo film, arrivato dopo diversi documentari e migliaia di film visti. È un evidente atto di amore – racconta il regista – per il cinema italiano. Chi ama il cinema potrà riconoscere più di cinquanta grate citazioni, giocate tra scenografia, costumi, luoghi è battute. È un omaggio alla commedia all’italiana, quella che cercava di legare l’intenzione di comunicare significati e messaggi sociali e persino politici, in modo non aristocratico, con il rispetto e l’amore per tutto il pubblico, non solo per quello più colto”.

C’è tempo, non prescinde neanche per un attimo da chi l’ha scritto, co-sceneggiato e diretto. È proprietà di quel Walter Veltroni, scrittore, politico e direttore di giornale prima di cimentarsi con il documentario e con questo film. L’identità dell’autore emerge da ogni singola inquadratura, ed è giusto così. Anche il titolo della canzone, usata per i titoli di testa e di coda, de “Lo Stato Sociale”, che a sua volta rende omaggio, al brano “C’è tempo” di Ivano Fossati ci parla dell’autore. Veltroni è così, “Sempre lo stesso, sempre diverso”. Una persona ossessionata dal buio e dalla paura che, per mettere via le inquietudini, racconta una favola luminosa e ricca di buoni sentimenti, controcorrente in un’era come questa. Nonostante si sia circondato di solidi professionisti, da Doriana Leondeff alla sceneggiatura a Davide Manca alla fotografia, il film risulta estremamente “Veltroniano”, a tratti un po’ amatoriale, il che non toglie nulla alla genuinità dell’intenzione. Ma una pecca c’è: ogni volta che la storia sta per prendere una svolta dolorosa, Veltroni decide di “tagliare” e svoltare bruscamente direzione. È chiaramente una scelta, un messaggio: la vita diventa dolorosa…continuiamo a cercare ed inseguire arcobaleni. Il film inevitabilmente ne risente.

Le convinzioni del regista sono però sempre dosate ed espresse con un linguaggio e una forma opportuna, sempre pacata, signorile e mai invadente. Quella che ci racconta è una favola sin dalle prime inquadrature: nella casa di Stefano ci sono tantissimi omaggi a grandi film. C’è la pistola rossa con i pois bianchi usata da Marco Ferreri in Dillinger è morto e si nota la cuffia blu di Nanni Moretti in Palombella Rossa. Mentre nella stanzetta di Giovanni (che sembra proprio una sorta di Veltroni junior, visto che la sua passione per il cinema iniziò proprio a quell’età), appeso alla parete, c’è il poster proprio de I 400 colpi. Simboli e rimandi ovunque, per mettere alla prova anche i cinefili più estremi. Anche la presenza di Laura Ephrikian, che interpreta la madre di Stefano, è un ringraziamento di Veltroni a quella regina di quei “musicarielli” che andava a vedere al cinema vicino casa.

C’è tempononostante errori puerili nel montaggio, dialoghi non troppo convincenti e pecche che possono essere perdonate ad un’opera prima, è ben diretto, genuino e piacevole. Andate a vederlo e ne resterete coinvolti. Poco importa se a volte di più e altre di meno. Date tempo a voi stessi e date tempo a Veltroni che ha saputo dirigere ottimamente due bambini non attori: compito non facile. Date spazio ai buoni sentimenti che, purtroppo, stanno passando di moda. Cercate il messaggio e non smettete di inseguire gli arcobaleni.

C’è (sempre) tempo per tutti, per migliorare e migliorarsi; anche per l’ex sindaco di Roma!

Ilaria Berlingeri

PRO CONTRO
  • La fotografia.
  • I due bambini che pur non essendo attori risultano credibilissimi.
  • La narrazione a volte deraglia.
  • La love story non è bene coesa con il resto. Se ne poteva fare a meno.
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C'è tempo, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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