Cetto c’è, senzadubbiamente, la recensione

Avevamo lasciato Cetto La Qualaunque in fuga all’estero per evitare il carcere a cui era stato condannato per il suo indecoroso iter politico. Si trattava di Tutto tutto, niente niente (2012) poco riuscito sequel del ben più meritevole Qualunquemente (2011), opere nate dalla sinergia creativa di Giulio Manfredonia (regista), Antonio Albanese (interprete e sceneggiatore) e Pietro Guerrera (sceneggiatore). Ora Cetto La Qualunque torna al cinema per una terza avventura, Cetto c’è, senzadubbiamente, che riprende le fila – più o meno – dagli eventi del secondo film.

Cetto La Qualunque vive in Germania, ha abbandonato la politica e ha intrapreso la strada imprenditoriale aprendo una catena di pizzerie, inoltre ha sposato una bella ragazza del posto da cui ha avuto una bambina particolarmente irrequieta. Quando viene chiamato al capezzale della zia morente, Cetto si precipita in Calabria, a Marina di Sopra, con sua moglie e l’inseparabile assistente tuttofare Pino. Qui la zia gli rivela un segreto: suo padre non è un venditore ambulante, come gli hanno fatto credere, ma il Principe Luigi Buffo di Calabria. Inoltre, proprio in quei giorni, si sta aprendo la possibilità di riportare l’Italia alla monarchia assolutista. Quale occasione più ghiotta per Cetto di rientrare in politica direttamente dall’ingresso principale? Infatti l’uomo, supportato da una massonica lega di uomini dal sangue blu, viene proposto come ideale candidato a Re.

senzadubbiamente

L’idea geniale che è alla base di un personaggio indubbiamente riuscito come Cetto La Qualunque sta nel mettere alla berlina l’Italietta di oggi (e di ieri) e gli umori che la investono periodicamente raccontando le imprese di un uomo miserabile che si fa portavoce del popolo bue. Un ritratto satirico e dissacrante che all’epoca nasceva come palese parodia di un Silvio Berlusconi sagacemente ingabbiato in un (allora) presente ma con caratteristiche anche del passato, oggi galoppa con molta naturalezza il successo di una politica che vuole dare voce ai peggiori istinti dell’essere umano e trova la sua efficace caratterizzazione in un leader che possa avere “pieni poteri” e si contraddistingua per una semplicità costruita e un voler essere vicino al popolo. Quale miglior espediente, dunque, che ripristinare nientemeno che la monarchia? In fin dei conti la democrazia è sopravvalutata, ha sempre pensato Cetto, e ora l’occasione gli è servita su un piatto d’argento da un Paese che ha perso la propria identità e “si beve qualunque minchiata – dice il personaggio – e io sono la minchiata giusta al momento giusto!”.

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Il concept che sta alla base di Cetto c’è, senzadubbiamente è molto buono e racchiude in poche righe un sapore di satira intelligente, scorretta e divertente, come del resto era stato proprio il primo film della saga. Solo che, nonostante le premesse e le buone intenzioni, il nuovo film di Giulio Manfredonia zoppica e mostra la difesa scoperta abbastanza presto.

Dopo una prima parte divertente e ricca di gag tipicamente “cettoliane”, in cui vediamo quanto (non) è cambiato il personaggio interpretato da Antonio Albanese e lo troviamo alle prese con una riscoperta del suo territorio e la sua gente (il figlio Melo è diventato il sindaco progressista e ambientalista di Marina di Sopra, sua moglie si è fatta suora), il film comincia a ingolfarsi e infiacchirsi. Sembra quasi che il soggetto non fosse così ad ampio respiro da supportare un lungometraggio da 90 minuti e quindi ci si comincia a ripetere, a cercare intrighi per tener desta l’attenzione, a divertire sempre meno, fino a un finale che finale non è perché proprio sul climax del racconto si getta immotivatamente in piazza un videoclip rap con Gué Pequeno che mette la parola fine sul film.

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Il personaggio di Albanese ha quel carisma imprescindibile che ne ha fatto un’icona e il team che vede all’opera lo stesso attore con lo sceneggiatore Guerrera ha ormai capito su quali peculiarità puntare per mantenere unica la sua irresistibile scorrettezza, ma si ha la sensazione anche stavolta che Cetto La Qualunque possa essere valorizzato più dalla televisione che dal cinema, dagli sketch in programmi tv invece che dai tempi di un lungometraggio.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Cetto La Qualunque è un personaggio divertente e riesce a tradurre con efficacia gli umori di un Paese.
  • Antonio Albanese mattatore, sempre.
  • Il film alterna a una prima parte ben riuscita una seconda fiacca, mostrando una sbagliata calibrazione degli eventi.
  • Il finale che non è un finale…
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