Contagion, la recensione

Beth Emhoff torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, ma gli strani sintomi che presenta e che lei attribuisce a un semplice jet lag sono invece il preludio alla contrazione di un virus che, dopo due giorni di sofferenze, la uccide. Questo è solo il primo caso di un contagio che pian piano si sviluppa su scala mondiale: nessuno conosce l’origine del virus ne un modo per combatterlo. Mitch, marito di Beth, dopo la morte improvvisa anche del figlio acquisito, si ritrova a lottare insieme alla figlia adolescente contro un mondo che sembra andare in pezzi. Cheever, il vicedirettore del Centro USA per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, cerca di tenere la situazione sotto controllo per far si che non si scateni il panico e nel frattempo la dottoressa Mears e la dottoressa Orantes si mobilitano per cercare l’origine e la cura al virus. Ma nel frattempo il blogger Alan Krumwiede si scaglia contro le alte sfere del potere sostenendo che i cittadini non sono informati su ciò che sta accadendo, gettando così in paranoia la popolazione.

Il personaggio interpretato da Kate Winslet, parlando dei metodi di comunicazione sull’epidemia, esprime alla perfezione lo scopo di Contagion: “Uno squalo di plastica in un film è riuscito a tener lontane le persone dagli oceani, ma avvisi sui pacchetti di sigarette non riescono a dissuadere dal fumare”.

Non è il significato, ma il significante a fare la differenza! Infatti, se con un tocco di pignoleria volessimo giudicare l’utilità del film di Steven Soderbergh quando è stato prodotto, sia in termini di originalità della trama che di tempestività argomentativa, allora avremmo dovuto bollare Contagion come già visto e fuori tempo massimo. In fin dei conti la trama e lo sviluppo appaiono come un mix con più enfasi drammatica tra Virus letale e il di poco precedente Carriers – Contagio letale, così come l’allarmismo per il virus dell’H1N1 era ormai svanito e archiviato quando il film è uscito tanto da sminuire l’attualità del soggetto (paradossalmente molto più attuale nonché profetico in tempi di Covid-19).

Contagion

E allora si deve ricorrere al come la storia è stata narrata, avvicinando Contagion al citato squalo spielberghiano piuttosto che agli avvisi simil epitaffi che campeggiano sui pacchetti di sigarette.

Soderbergh confeziona un film tanto impeccabile nella confezione quanto efficace nel comunicare l’ansia e l’angoscia di una situazione pandemica. Ed è questa, appunto, la differenza dall’affollato panorama di film su contagi ed epidemie, una visione quasi scientifica sull’argomento che a fine visione non può lasciare indifferenti, anzi riesce ad incutere un sottile timore paranoico.

Le terribili immagini e le argomentazioni che scorrono sullo schermo sono realistiche, nel 2020 diremmo possibili, e le conseguenze drammatiche che alimentano la vicenda di Contagion non possono che risultare realmente inquietanti.

Contagion

Soderbergh si approccia alla tematica senza enfasi spettacolare, anzi con un rigore quasi documentaristico. Questa freddezza (distintiva in parte del cinema di questo regista) è però un’arma a doppio taglio perché se da una parte rende tutto più vero e quindi spaventoso, dall’altro può anche lasciare distaccato lo spettatore e non farlo appassionare alle molte storie e personaggi che compongono il film. In modo simile a Traffic, anche in Contagion la storia è raccontata in maniera corale, ci sono tanti personaggi, nessuno protagonista più di un altro, che neanche si incontrano tra loro. Si tratta di star del firmamento hollywoodiano che interpretano pedine di un disegno divino in cui la crudeltà del destino e il cinismo della vita hanno il sopravvento. Non ci sono buoni o cattivi, ognuno ha la sua piccola storia in cui realisticamente a contare è la sopravvivenza propria e dei propri cari. Ovviamente non mancano le scene madri in cui c’è la sterzata di altruismo, spesso inserita come elemento di riscatto per personaggi descritti in modo troppo rigoroso, ma vanno ad alternarsi a menzogne di paladini della giustizia e scene in cui anche i bambini muoiono in maniera orribile.

Contagion

Il limite di Contagion è dunque questa sua freddezza stilistica e narrativa che sicuramente porterà qualcuno a sentirsi respinto dalla visione, unita anche a una certa lentezza nel ritmo. Per il resto abbiamo un film ben confezionato e con un cast di prim’ordine in cui si riconoscono i volti di Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Jude Law, Kate Winslet, Laurence Fishburne e Marion Cotillard. Il tutto è supportato da una suggestiva colonna sonora di Cliff Martinez e da una bellissima fotografia curata dallo stesso Soderbergh.

Così come ognuno di noi ha irrimediabilmente un certo timore a immergersi in mare aperto mentre il famoso motivetto martellante di John Williams riecheggia nella testa, allo stesso modo subito dopo aver visto Contagion è inevitabile non farsi prendere da un po’ di paranoia se il nostro vicino di posto sull’autobus comincia a tossire o uno sconosciuto ci porge la mano “in senso di resa”.

Presentato fuori concorso alla 68° edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Estremamente realistico e, a inizio 2020, potremmo dire profetico.
  • Incute timore e paranoia.
  • Molto curato dal punto di vista formale con una bellissima fotografia e una suggestiva colonna sonora.
  • Il racconto corale tende a creare distacco con la storia di ognuno.
  • Il ritmo a tratti lento.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Contagion, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

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