Copperman, la recensione

«Sventurati i popoli che hanno bisogno di eroi».

Così recitava il drammaturgo tedesco Brecht nella prima metà del novecento e chissà cosa avrebbe detto o pensato oggi che la febbre da eroe, anzi “supereroe”, sta dilagando in tutto il mondo. Se è vero che non si contano più i cinecomics d’oltreoceano è bene notare come, a poco a poco e in maniera molto timida, anche in Italia si respira questa volontà di creare un paladino mascherato. Così, dopo lo sconcertate ragazzo invisibile di Salvatores e il ben più interessante superuomo di Mainetti, arriva un terzo supereroe mascherato che ha il volto di Luca Argentero. Corazzato fino ai denti con un’armatura di rame e armato di razzi segnalatori, questo nuovo combattente italiano si muove silente fra le stradine di un piccolo comune umbro per difendere i più deboli e sconfiggere i prepotenti. Signori e signore, ecco a voi Copperman.

Anselmo è un bambino “speciale”. Affetto da un leggero ritardo mentale, il piccolo affronta ogni cosa con estrema fantasia ed è convinto che un giorno possa diventare anche lui un supereroe. Anche lui, si, perché Anselmo sa molto bene che suo padre non è con lui poiché impegnato a difendere città e cittadini con il suo superpotere dello “sugar free”. Questo è quello che gli ha sempre fatto credere sua madre, con la quale Anselmo vive, una donna protettiva che per mantenere intatta la purezza di suo figlio non ha mai avuto il coraggio di dirgli che il padre è, in realtà, un bastardo scappato prima che lui venisse al mondo. Le giornate scorrono tranquille fino a quando Anselmo conosce a scuola Titti, una bambina decisamente diversa, gentile e premurosa come non lo è stato mai nessun altro bambino. Anselmo si innamora subito di Titti e con lei inizia a trascorrere le giornate fino a quando scopre che l’amichetta – cresciuta senza mamma – è succube delle violenze di un padre ubriacone e manesco. Quando il padre di lei viene arrestato e Titti portata in riformatorio, Anselmo vede la sua vita improvvisamente svuotata. Passano gli anni e Anselmo è cresciuto. Vive sempre con la madre e non ha smesso di guardare il mondo con gli occhi di un bambino ma adesso ha delle responsabilità in più e così lavora come inserviente in un centro di salute mentale. Stanco di vedere e subire ingiustizie, Anselmo si è creato una seconda identità, quella di Copperman, un supereroe mascherato determinato a portare ordine in paese. Un giorno come un altro, durante una “missione” notturna, Anselmo/Copperman scopre che in paese è tornata Titti, ormai adulta e con una figlia piccola. La vera missione di Copperman, ora, è riconquistare il grande amore della sua vita e salvarla dalla tirannia di un padre ancora troppo presente.

Dopo una lunghissima parentesi televisiva e dopo il lungometraggio invisibile Nevermind, è Eros Puglielli il regista designato per raccontare le bizzarre e tenere avventure di questo singolare “Uomo Rame”.

Fin dai tempi di Dorme, stravagante e sperimentale esordio giovanile, Puglielli ha dimostrato d’essere un cineasta poco convenzionale, sicuramente attento all’innovazione così come a nuovi linguaggi narrativi ed espressivi. Nonostante sia stato fagocitato, negli ultimi dieci anni circa, dalla macchina televisiva che lo ha “intrappolato” nel circuito fiction, c’era da immaginarselo che un (super)eroe nelle sue mani non sarebbe stato certo un supereroe come tutti gli altri.

Infatti possiamo affermare a cuor leggero che un film come Copperman ci sta anche molto stretto nel genere a cui verrebbe naturale circoscriverlo. Il suo, più che un film di supereroi e superpoteri, è un dramma agrodolce in cui il “super” diventa sinonimo di “diverso”, così come il “diverso” sta ad intendere tutte quelle persone nate con disturbi (fisici o mentali) più o meno gravi.

In un discorso come questo, in cui il metaforico ha nettamente il sopravvento sullo spettacolare, tutta la questione relativa ai fumetti e ai supereroi diventa quasi pretestuosa e, in alcuni momenti, si ha persino la sensazione che il limite principale del film sia riconducibile proprio all’entrata in scena di Copperman.

Diviso nettamente in due tempi ben distinti, il film di Puglielli sembra avere anche due anime altrettanto ben distinte e nemmeno troppo bene miscelate.

Il primo tempo, quello sicuramente meglio riuscito, ci mostra la routine di Anselmo piccolo, un bambino molto particolare che passa le sue giornate a fantasticare sui colori, a guardare il lavasciuga e a disegnare cerchi. Tra tutti questi “impegni” c’è anche la passione per i supereroi, e per i fumetti più in generale, ereditata dalla madre che è tanto una genitrice quanto una preziosa amica.

In una campagna umbra che ricorda in modo insolito l’Alabama, è curioso notare come il primo tempo di Copperman sia una sorta di Forrest Gump dei nostri tempi con richiami ben precisi al capolavoro di Zemeckis che vanno dalla caratterizzazione di Anselmo, all’escamotage narrativo del flashback. Seduto in un campo, con la schiena poggiata ad una balla di fieno, Anselmo adulto racconta tutta la sua vita ad una bambina incuriosita e già questo non può che portarci alla memoria le chiacchierate sulla panchina del buon Forrest. Ma il vero punto di contatto tra il film di Puglielli e quello di Zemeckis sta nella maniera in cui viene affrontata la travagliata storia d’amore tra Anselmo e Titti, pronta a ricordarci in tutto la dolcissima storia tra Forrest e Jenny, tanto che in alcuni punti sembra quasi di assistere ad un remake non dichiarato (basti pensare alla fuga dei due bambini nel campo, dopo l’aggressione del padre ubriaco di lei).

Nel secondo tempo del film, invece, fa la sua comparsa Copperman e da questo momento in poi qualche ingranaggio inizia ad incepparsi, purtroppo. Una volta che il film ci mostra Anselmo cresciuto (Argentero), infatti, si ha la sensazione marcata che tutto il discorso relativo ai supereroi poteva anche non esserci. E forse sarebbe stato anche meglio. L’entrata in scena di Copperman è molto brusca e, nonostante ci sia stato tutto un primo tempo incentrato su Anselmo bambino, la percezione è quella che manchi proprio la famigerata origine del supereroe. Un film di “origini” (come direbbe l’Uomo di Vetro) ma senza le origini, in questo caso. Iniziato il secondo tempo vediamo che Copperman esiste, i giornali già parlano di lui, ma allo spettatore non viene dato modo di conoscere bene come e quando un ragazzo “speciale” come Anselmo abbia deciso di diventare un eroe mascherato.

Tutto ciò non rappresenta necessariamente un problema, sia chiaro, ma agendo in questa maniera si mette lo spettatore nella situazione di affezionarsi ad Anselmo più per la sua love story travagliata che non per la sua seconda vita da supereroe. In questo la figura di Copperman diventa quasi un di più. Senza di lui, solo con Anselmo, il film poteva andare avanti ugualmente e sarebbe stato lo stesso un bel film. Anche perché il film di Puglielli ha tantissimi altri meriti, come un discorso molto sottile relativo al concetto di “famiglia” e l’utilizzo di un cast che, da solo, riesce a fare la differenza.

Il cast, infatti, rappresenta sicuramente la punta di diamante del film e sfoggia uno stuolo di attori non dal grande appeal per il pubblico ma dal talento comprovato. Oltre al già citato Luca Argentero, piuttosto a suo agio nei panni di Anselmo/Copperman, si distinguono per intensità e bravura la sempre convincente Antonia Truppo (Jenny….ehmm…Titti adulta), Galatea Ranzi (la mamma di Anselmo), Gianluca Gobbi (il padre violento di Titti) ed un bravissimo Tommaso Ragno qui in una delle sue interpretazioni migliori, nei panni dell’introverso Silvio, un fabbro silenzioso e dal passato oscuro che diviene mentore (è lui che crea l’armatura di Copperman) nonché una figura paterna per Anselmo.

A convincere poco, invece, è la delineazione a tratti macchiettistica e stereotipata di certi caratteri, come accade per il sempre rabbioso papà di Titti, e l’inserimento sul finale della squadra di supereroi scappata dalla clinica psichiatrica. Sotto quest’aspetto, Puglielli si diverte a mettere in scena la sua Justice League ricorrendo ad un manipolo di personaggi colorati e grotteschi, inseriti chiaramente come elemento divertente ma che danno come risultato finale solo una notevole caduta di stile.

Copperman è sicuramente un prodotto interessante. Un’analisi delicata e intimista del concetto di supereroe vogliosa di estrapolare questo dal consueto contesto urbano per calarlo in una dimensione più piccola, a misura d’uomo, una realtà tra il magico e il dimenticato in cui basta essere un po’ speciali per apparire “super” agli occhi degli altri.

Peccato solo per quelle piccole incertezze ed ingenuità sparpagliate un po’ qua ed un po’ là. Con una scrittura più “matura” il film di Puglielli avrebbe potuto tranquillamente contendersi la palma per il miglior supereroe italiano tra quelli che si sono rivelati fino ad ora.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Un racconto di (super)eroi intelligente e delicato.

Il reparto attoriale è davvero di gran livello.

Sceneggiatura un po’ acerba che inciampa in qualche luogo comune di troppo e non riesce a mescolare bene le due “anime” del film.

La squadra di “supereroi” scappata dalla clinica psichiatrica è davvero tanto imbarazzante.

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