Dark Places – Nei luoghi oscuri, la recensione

Spesso capita che il successo di un film influenzi in maniera massiccia tutta una serie di fattori che portano poi alla produzione di altri ad esso in qualche modo collegati. Ovviamente non parlo di sequel, prequel o spin-off, ma film che al precedente devono qualche cosa di maggiormente collaterale. Dark Places – Nei luoghi oscuri è il “parassita” di Gone Girl – L’amore bugiardo, l’acclamato thriller diretto lo scorso anno da David Fincher. Le due pellicole sono collegate da Gillian Flynn, autrice dei romanzi da cui entrambi i film sono tratti e dato sul quale si sta massicciamente basando la pubblicità di Dark Places.

Diretto dal francese Gilles Paquet-Brenner, già artefice dell’horror Walled In e il drama La chiave di Sara, Dark Places si presenta come thriller dagli elementi gialli che ha la pecca di mettere talmente tanta carne al fuoco da lasciarla, inevitabilmente, poco cotta.

La storia si incentra sulla trentacinquenne Libby Day, celebre alla cronaca perchè unica sopravvissuta, da bambina, a un massacro famigliare di cui fu incolpato il fratello Ben, ora condannato all’ergastolo. Un giorno Libby viene fermata dal giovane e facoltoso Lyle Wirth, che le offre una grossa somma di denaro per raccontare la sua triste vicenda a lui e agli altri membri del Kill Club, ovvero un circolo esclusivo di appassionati ed ex poliziotti che tentano di risolvere vecchi casi insoluti o sul quale c’è stata poca chiarezza. Libby, pur convinta della colpevolezza del fratello, accetta l’offerta per necessità economiche e ben presto si trova a mettere in dubbio molti elementi che fino a quel momento dava per certi.

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Questo è solo l’intrigante punto di partenza di un racconto fin troppo articolato che dà a vedere durante lo svolgimento tutta la sua natura letteraria. Perchè se Dark Places ha un difetto macroscopico quello è la sua evidente natura da adattamento letterario, troppo complesso e pieno di eventi e personaggi da essere concentrato sul grande schermo in un film di neanche due ore. Il risultato è che alcuni elementi chiave, come il Kill Club e la figura di Lyle, vengono per lo più trascurati e la vicenda si trova, per di più, a svilupparsi su ben due piani temporali paralleli, trovando la necessità di raccontare sia il presente di Libby con la riapertura della sua “ferita” e del caso, sia il suo passato che è sfociato nella terribile notte del massacro.

Va da se che non tutto fila per il verso giusto e l’intreccio, intricatissimo e diretto a un finale tanto sorprendente quanto poco plausibile, a tratti si smarrisce e si incarta su se stesso.

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Paquet-Brenner, anche artefice della sceneggiatura, mostra un rigore stilistico che non concede spazio a nessun tipo di stilosità o virtuosismo, mostrandosi asciutto nella messa in scena e in parte compiaciuto giusto nella descrizione della violenza più cruenta, confessando, così, la sua formazione orrorifica.

Cast ricchissimo e di prima qualità, capeggiato da una fin troppo brava Charlize Theron, intensa e capace di tratteggiare il suo tormentato personaggio anche solo con lo sguardo. Al suo fianco Nicholas Hoult, nel ruolo del rappresentante del Kill Club, e Corey Stoll a dar volto al fratello ergastolano, ruolo che da giovane è impersonato dal lanciatissimo Tye Sheridan, affiancato da Chlöe Grace Moretz, ormai abbonata a personaggi disturbati, e la Christina Hendricks di Mad Men.

Senza infamia e senza lode.

Roberto Giacomelli

Pro Contro
  • Un buon cast capeggiato da una ottima Charlize Theron.
  • Un’atmosfera nichilista e desolante che rende bene i toni decadenti del racconto.
  • Troppi eventi condensati in meno di due ore.
  • Manca uno stile visivo personale che possa rendere memorabile o accattivante l’opera.
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