Dickens – L’uomo che inventò il Natale, la recensione

Siamo nel 1843. Lo scrittore britannico Charles Dickens è di rientro a Londa dopo un tour negli Stati Uniti per la presentazione del suo grande successo internazionale Oliver Twist. Il soggiorno negli States non è stato dei più gradevoli e lo scrittore, infatti, non ha delle parole lusinghiere per gli yankee. Ma negli ultimi mesi il suo nome, benché celebre, non è stato sinonimo di successo assicurato e infatti i suoi ultimi lavori dopo Oliver Twist non hanno venduto quanto sperato. Oberato dai debiti e con il suo editore con il fiato sul collo, Dickens sta cercando l’ispirazione per trasformare in un successo il suo prossimo romanzo: ha solo sei settimane per dar vita al suo capolavoro e con il Natale alle porte il processo creativo non ne giova.

Da queste interessanti premesse parte Dickens – L’uomo che inventò il Natale, il nuovo film del regista di origini indiane Bharat Nalluri, che prende avvio dal saggio di Les Standiford per raccontare il processo creativo che sta dietro a Canto di Natale di Charles Dickens.

Quello che possiamo considerare il più grande e celebre romanzo a tema natalizio della storia della letteratura è stato portato al cinema e in tv davvero tante volte, dall’intramontabile Canto di Natale di Topolino (1983) fino ad A Christmas Carol (2009) di Robert Zemeckis con Jim Carrey, passando per il cultissimo S.O.S. Fantasmi (1988) di Richard Donner con Bill Murray e Festa in casa Muppet (1992). Ora, però, con Dickens – L’uomo che inventò il Natale passiamo dalla mera trasposizione dell’opera alla ricostruzione dei giorni che hanno accompagnato la creazione dell’opera stessa, ponendo come protagonista proprio l’autore. Un espediente utilizzato più volte dal cinema, basti pensare a Demoni e dei di Bill Condon, Hitchcock di Sacha Gervasi o ancora Neverland di Marc Forster e l’imminente Vi presento Christopher Robin di Simon Curtis, tutte opere che mescolano il biopic con il romanzo o film che sta prendendo vita in quel momento. Con Dickens, Nalluri si adagia proprio su questi precedenti, portandoci involontariamente alla memoria anche Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek, ovviamente con i dovuti distinguo che fanno di Dickens un’opera non del tutto riuscita e, generalmente, molto mediocre.

Innanzitutto, il regista di Il Corvo 3 – Salvation e Un giorno di gloria per Miss Pettigrew non ha uno stile pregnante capace di innalzare Dickens – L’uomo che inventò il Natale al di sopra del semplice biopic natalizio, così ne viene fuori un film molto piatto, sia dal punto di vista prettamente visivo che narrativo, con un ritmo blando affidato esclusivamente alla recitazione concitata di Dan Stevens, che a tratti sembra fare il verso al suo protagonista schizofrenico in Legion, vista la materializzazione dei suoi personaggi che altro non sono che alterego. Ne deriva un’opera che sembra uscita da un palinsesto televisivo natalizio di metà anni ’90, realizzata quasi prevalentemente in interni e con una moralina aleggiante che esplode nel finale spudoratamente natalizio, utile a giustificare il sottotitolo del film.

I fantasmi del passato, presente e futuro, come prevedibile, compaiono a Charles Dickens come se lui stesso fosse lo Scrooge del suo romanzo in itinere, uno Scrooge che nella sua testa assume le sembianze di un Christopher Plummer praticamente perfetto per il ruolo. Allo stesso tempo, mentre si diletta in scatti d’ira (verso la nuova cameriera) e trascura la sua famiglia, Dickens deve anche vedersela con un padre (Jonathan Pryce) trappolone che si fa vivo solo per estorcergli denaro e i fantasmi di un passato trascorso a lavorare in fabbrica, tra soprusi e momenti alla Oliver Twist.

Dickens – L’uomo che inventò il Natale cerca così di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, trasponendo in maniera alternativa Canto di Natale e portando sul grande schermo sprazzi della vita del vero Dickens. Il risultato è davvero modesto e la sensazione ultima è che di questo film non ci fosse davvero bisogno, così omologato a certi prodotti natalizi che andavo in voga anni fa.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Christopher Plumer è un ottimo Scrooge.
  • Ritmo blando e messa in scena televisiva.
  • Privo di qualsiasi stile, sfiora la piattezza.
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