Dogman, la recensione

Il 2018 è l’anno in cui i tre più grandi talenti del cinema italiano contemporaneo escono con il loro nuovo film: Paolo Sorrentino con Loro, Matteo Garrone con Dogman e Stefano Sollima con Soldado. Tre artisti molto diversi tra loro, ma incredibilmente coerenti con il percorso autoriale intrapreso. Di Loro abbiamo parlato abbondantemente, di Soldado parleremo più in là, oggi ci interessa in particolare Dogman.

Presentato in concorso alla 71esima edizione del Festival de Cannes, Dogman è il nono film di Matteo Garrone, il sesto da L’imbalsamatore (2002), ovvero l’opera che l’ha fato conoscere al grande pubblico e alla croisette francese. Dogman si ispira a un fatto di cronaca piuttosto noto che destò l’interesse dell’opinione pubblica sul finire degli anni ’80, ovvero il cosiddetto “delitto del Canaro della Magliana”, un raccapricciante omicidio che nel 1988 si svolse nel quartiere Portuense di Roma. Le cronache reali ci raccontano di Pietro De Negri, proprietario di un negozio di tolettatura per cani e artefice del cruento omicidio di Giancarlo Ricci, piccolo boss della criminalità locale, torturato, mutilato e ucciso dal “Canaro” proprio nel suo esercizio commerciale. Garrone ripercorre piuttosto fedelmente la storia di De Negri ma decide di non legarsi essenzialmente a fatti personaggi realmente esistiti, modificando nome e background ai personaggi del film, scegliendo un’altra location e trasportando la vicenda ai giorni nostri.

In Dogman, quindi, seguiamo la quotidianità di Marcellino, interpretato da un magnifico Marcello Fonte, padre separato che dedica anima e corpo al suo lavoro nel negozio di tolettatura per cani. Marcellino è amato da tutti nel quartiere e lui si comporta sempre da amico, anche con Simone, testa calda della zona, schiavo della cocaina – che gli fornisce lo stesso Marcello – e abituato a commettere piccoli crimini e furti in appartamenti. Quando Marcellino si fa complice di un crimine di Simone e si addossa interamente la colpa scontando un anno di carcere, nella testa dell’uomo qualcosa cambia, così come i suoi rapporti con gli abitanti del quartiere, fino a spingerlo a un gesto orribile.

Con una personalità inconfondibile, Garrone affronta una storia di crimine e rapporti umani tingendola un po’ di horror e un po’ di western urbano. Nelle intenzioni del regista – come ci ha raccontato il co-sceneggiatore Massimo Gaudioso – c’era proprio l’idea di raccontare la storia del Canaro come un western moderno, trasformando il quartiere in cui si svolge la vicenda nel tipico paesino polveroso dei film con i cowboy, con tanto di saloon, banca da svaligiare e temutissimo fuorilegge da far fuori per il bene della comunità. In effetti, col senno di poi, tutti questi elementi ci sono in Dogman, ma il film va oltre qualsiasi etichetta di genere e si presenta, in primis, come una favola morale nerissima, quelle tipiche dei fratelli Grimm.

Come a voler proseguire il discorso iniziato con il precedente Il racconto dei racconti, Dogman porta al centro della vicenda un ometto a cui tutti vogliono bene e che vuole bene a tutti, la cui più grande paura è rimanere solo e non essere accettato dagli altri… paura che puntualmente si realizza e chiede all’ometto un prezzo molto alto per riportare la situazione alla normalità. Allo stesso tempo, però, la favola di Garrone è trattata dal regista con uno stile neorealista che non può che richiamare alla memoria certo cinema pasoliniano (lo stesso indelebile volto di Marcello Fonte è profondamente pasoliniano), gettando la macchina da presa letteralmente addosso ai personaggi, pedinandoli, spiandoli nella loro quotidianità, un po’ come era già successo in Reality. La location poi, che dovrebbe essere la zona della Magliana Nuova ma sembra Ostia pur essendo girato a Castel Volturno, richiama inevitabilmente il degrado di Gomorra, mentre l’intrigo intimistico tra delitto e rapporto umano fa pensare a L’imbalsamatore.

E così possiamo constatare quanta coerenza ci sia nell’opera omnia di Garrone, di cui Dogman sembra quasi una summa che acquista un’identità propria, potentissima e deflagrante. Perché Dogman è cinema di genere, ma anche un film di genere anacronisticamente d’autore, ipnotico e disturbante, coinvolgente e profondo. E se nell’insieme tutto risulta armonico e perfettamente riuscito è perché sono le singole parti a funzionare, a cominciare da un cast perfetto e perfettamente diretto: Marcello Fonte è perfetto per il ruolo e ha un viso che buca lo schermo, ma non lasciano indifferenti i comprimari, soprattutto Edoardo Pesce, che ricordiamo in Romanzo Criminale – La serie, fisico imponente e faccia da schiaffi per dar vita all’odioso Simone, terrore del quartiere. Ma sono da citare assolutamente anche Francesco Acquaroli, proprietario del videolottery, e Adamo Dionisi, che invece nel film gestisce il “compro oro” che confina con il negozio di Marcello. Di grande impatto anche la fotografia di Nicolaj Brüel, che dona una profondità particolare ai paesaggi grigi che attorniano il negozio del Canaro, costantemente avvolti da nuvoloni carichi di pioggia.

Dogman non solo è tra le cose migliori dirette da Matteo Garrone, ma è anche uno dei film italiani più intensi e suggestivi degli ultimi anni, capace di entrare dentro lo spettatore durante la visione e non abbandonarlo neanche alla fine, anzi accompagnandolo per giorni.

Dogman è uno di quei film che fa riconciliare lo spettatore con il cinema italiano, da troppo tempo ormai altalenate e senza identità.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un cast eccellente, con la grande scoperta di Marcello Fonte.
  • Atmosfera e coinvolgimento emotivo.
  • Coerente con il percorso registico di Garrone.
  • Smorzare la violenza del racconto reale eliminando di netto alcuni particolari macabri che comunque hanno caratterizzato la storia del Canaro.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Valutazione: +2 (da 2 voti)
Dogman, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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