DolceRoma, la recensione

Di film che parlano del mondo del cinema ce ne sono a iosa, spesso sono stati grandi maestri a immergersi in tematiche metafilmiche, da Fellini a Tarantino, passando per De Palma, i Coen, Craven e Scorsese… solo per citare alcuni nomi molto noti. Un filone che risulta però sempre di difficile approccio, sia da parte di chi lo sceglie per raccontare una storia, sia di chi ne fruisce, perché si potrebbe inciampare nello spiacevole errore di far film che parlano principalmente agli “addetti ai lavori”. L’ultimo lavoro di Fabio Resinaro, DolceRoma, viaggia proprio su quel territorio di confine che divide l’opera metacinematografica auto-compiaciuta dal cinema di genere spendibile sulle grandi masse di spettatori.

Dopo la buona prova di Mine, in coppia con il collega Fabio Guaglione, Resinaro cambia completamente genere e adatta il libro di Pino Corrias Dormiremo da vecchi, facendo di DolceRoma un curioso mix di commedia (genere prevalente), pulp e thriller. Avvalendosi della collaborazione di Fausto Brizzi, co-autore del soggetto e regista di seconda unità, Resinaro confeziona un’opera bizzarra e imperfetta, ma altamente godibile che ha buona parte della sua riuscita nell’interpretazione costantemente sopra le righe di Luca Barbareschi, comprimario e produttore del film con la sua Eliseo Cinema.

Il trentenne Andrea Serrano aspira a diventare un artista ma, di fatto, vive pulendo gli obitori. Quando il suo primo romanzo Non finisce qui viene notato dal produttore cinematografico Oscar Martello, per Andrea c’è la svolta: chiamato a Roma al cospetto di Martello, il ragazzo viene affiancato allo sceneggiatore e regista di quello che sarà l’adattamento cinematografico di Non finisce qui. Ma, come Andrea aveva previsto durante la stesura dello script, il film che ne viene fuori è davvero brutto. C’è solo una cosa per salvare capre e cavoli: montare un caso mediatico attorno al film in uscita, così da stimolare l’interesse dei media e dei potenziali spettatori.

DolceRoma è chiaramente un film, almeno in parte, autobiografico perché racconta il mondo del cinema dal suo interno in maniera così graffiante e lucida da mostrare una palese partecipazione. Viscidi produttori megalomani, attrici disposte a tutto per sfondare, registi incapaci cresciuti col mito di un cinema dannosamente autoriale, compromessi produttivi con la criminalità organizzata e la solita triste realtà di un’industria cinematografica limitata e limitante che non può dar forma alle ambizioni degli autori. DolceRoma ci racconta questo ambiente, queste figure e le inserisce in una trama che a poco a poco si tinge di noir, avendo però sempre ben salda l’idea di un’ironia sopra le righe, grottesca.

Un mix che, nel suo complesso, funziona abbastanza bene donando al film un ritmo invidiabile e una trama in costante evoluzione che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. C’è da dire, però, che nel momento in cui DolceRoma tenta di immergersi nei meandri del thriller, con morti, ricatti, misteri e sparizioni, mostra anche scoperta la guardia perché adotta soluzioni (leggasi colpi di scena) ampiamente prevedibili, mutuati da altri celebri film hollywoodiani che sembra voler scimmiottare. E a tratti, infatti, DolceRoma appare anche come un “vorrei ma non posso… ma anche se non posso lo faccio ugualmente” e così notiamo alcuni sconfinamenti nel trash, non sempre voluto, che si traducono in brutti effetti visivi e scene d’azione goffamente coreografate.

Come si diceva, Barbareschi fa la figura del leone e, pur non essendo il protagonista, è l’unico personaggio sufficientemente forte da rimanere ben impresso nello spettatore durante e a fine visione. A Barbareschi, in fin dei conti, viene chiesto di interpretare se stesso calcando la mano sui toni e sugli eccessi: Oscar Martello è il produttore cinematografico con cui nessuno umanamente vorrebbe avere a che fare eppure dannatamente efficace nel fare il suo lavoro, un Pietro Valsecchi all’ennesima potenza. Promossa anche Claudia Gerini nel ruolo della moglie di Martello, vero motivo dell’affermazione economica dell’impero cinematografico dell’uomo, appassionata di apicoltura e solita fare intensi bagni dal sapore bathoriano nel miele per mantenere giovane la sua pelle.

Il volto che buca lo schermo è invece quello di Valentina Bellé, giovanissima attrice dal curriculum già corposo (Una questione privata, Amori che non sanno stare al mondo, Il permesso – 48 ore fuori) che interpreta l’attrice scelta per dar corpo alla vendicativa protagonista del film Non finisce qui, una sorta di Milla Jovovich mista a Jennifer Garner armata fino ai denti contro la camorra.

Deludono, invece, Lorenzo Richelmy e Libero De Rienzo. Il primo è il protagonista vero e proprio, Andrea Serrano, ragazzo di talento ma “senza palle” che passa da lavapavimenti di un obitorio al mostruoso mondo del cinema romano. Personaggio stereotipato a cui dà vita un’interpretazione altrettanto stereotipata a cui è chiesta una costante passività che, alle lunghe, stanca e gioca malissimo con il risvolto finale. De Rienzo, attore di gran talento e simpatia, qui è chiamato a vestire gli improbabilissimi panni di un esecutore della camorra, una sorta di parodia di Genny Savastano di Gomorra, solo che il pessimo napoletano dell’attore e la ridicolaggine di cui volutamente si carica non riescono ad elevare il personaggio al di sopra dell’inutile macchietta.

Migliore nella sua prima metà che nell’epilogo, DolceRoma è un film riuscito a intermittenza, sicuramente divertente, folle e colorato, a tratti anche coraggioso, ma in troppe occasioni indeciso sulla sua identità e con quella voglia di strafare che a tratti lo penalizza.

Per citare un altro film italiano uscito in sala in questi giorni, bene ma non benissimo.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Folle e divertente al punto giusto da farsi ricordare.
  • Luca Barbareschi e il suo personaggio.
  • Spesso si fa e si mostra più di quello che ci poteva permettere.
  • Lorenzo Richelmy e Libero De Rienzo non funzionano proprio.
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