Una donna fantastica, la recensione

Qualcosa nell’aria, probabilmente?

 Prodotto di una cinematografia che eufemisticamente potremmo definire in stato di buona salute e appetibile sul piano internazionale, questo vitale cinema cileno che ci regala calibri del tipo di Patricio Guzmàn e Pablo Larrain (che però ora è forse anche un po’ nordamericano statunitense), Una Donna Fantastica segna il ritorno dietro la macchina da presa del quotato Sebastian Lelio. A quattro anni circa dallo sdoganamento internazionale operato da Gloria, acclamato e premiato studio di una femminilità in cerca di definizione, identità e pienezza di vita, attraverso e malgrado il mondo che la circonda.

Una Donna Fantastica non si allontana troppo dal modello. Ritratto di signora con tabù, ma dove in Gloria la pietra dello scandalo andava rintracciata tra le pieghe di un corpo e un’anima, vecchi all’anagrafe ma giovani nelle pulsioni, qui ci si spinge un gradino oltre. Daniela Vega canta, balla, ride, piange, vola, cammina controvento (vedere per credere), subisce violenza, tira dritto. Porta la sua transessualità dalla vita allo schermo non come un guanto di sfida, un flagello, una provocazione, o ammantata di un’insopportabile vocazione al martirio. Con naturalezza e senza domande, proprio come l’amore che lega la sua Marina a Orlando, un bravissimo Francisco Reyes. Ha poco tempo ma molto mestiere per suggerire tenerezza e intimità con la sua co – protagonista, perché le muore quasi subito fra le braccia, e per il resto del film se ne va qua e là, spettro silenzioso. Ovviamente la famiglia di Orlando, non proprio un emblema di progressismo, approfitta della sua dipartita per far presente a Marina il proprio pensiero. Che è tutto tranne che benevolo.

Daniela Vega di fatto esordisce con Una Donna Fantastica. Ciò aggiunge rispetto e ammirazione per l’efficacia di una performance che gioca costantemente sul binario del cambio di registro e delle possibilità espressive. Merito della regia di Lelio, che certo beneficia in termini di autostima accresciuta dai successi passati, e gioca molto con la forma e l’identità, non solo della sua protagonista, ma anche del film. Look accattivante e sovrapposizione di generi, romantico / thriller / fantastico e via discorrendo, Una Donna Fantastica è un film trans – genere su una donna transgender, per ammissione dello stesso Sebastian Lelio. Resta da capire cosa sceglierà di vedere il pubblico nel film, una storia d’amore, una provocazione militante, o piuttosto nella sua protagonista.

Daniela Vega è un uomo, una donna, un uomo che si immagina di essere donna, tutte e due le cose insieme o niente di tutto questo?

Marina è innanzitutto una combattente. Tira pugni contro il vuoto, e chissà che un persino un occhio superficiale non si accorga che la sua è una lotta totale. L’aria, lo spazio, gli oggetti e le relazioni, ognuno  dei suoi incontri, tutto sembra intenzionato a mettere in discussione corpo e anima, la verità e l’identità. L’incontro di boxe che Daniela Vega ingaggia con il mondo, lei che in patria è già diventata una star, la porta al tappeto molte volte, ma senza KO. Non cerca la gentilezza negli sconosciuti come Blanche DuBois, né trova il suo riscatto in un bagliore di calore umano, come la Cabiria di Fellini. Ma si rialza sempre, sorretta da una forza di inerzia che è il risvolto di un’irresistibile attrazione verso tutto ciò che è bello.

Se di favola si parla, questa è senza morale, figlia di un mondo che non regala niente, men che meno una bella luce in fondo al tunnel. Una sana dose di realismo dei sentimenti mescolato al realismo magico della messa in scena.

E forse è proprio questo accumulo di idee e di motivi, nella forma e nel contenuto, questa fluidità di genere (in tutti i sensi!) e questa estetica patinata che sovraccaricano Una Donna Fantastica e appannano un pochino il suo splendore. Manca il rigore e il senso di compiutezza di Gloria, e lo scarto qui separa un grande, da un grandissimo film. Una Donna Fantastica è comunque un oggetto notevole, e crediamo valga la pena di accontentarsi e precipitarsi a vederlo.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
Ora, l’uso cinematografico dello specchio come riflesso sull’identità e l’intimità di un personaggio non se l’è inventato di certo Sebastian Lelio. Ma il modo in cui gli specchi sono usati e valorizzati, nel corso del film, è riuscitissimo. Il rischio che il film, tra forma e contenuto, sia un po’ troppo ridondante.
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