Dopo la guerra, la recensione

Siamo a Bologna nel 2002. Nell’università risuonano le proteste per la riforma del lavoro, mentre un giudice viene assassinato. La responsabilità politica dell’atto criminale viene attribuita a Marco (Giuseppe Battiston), militante di estrema sinistra, condannato per omicidio, che ora vive in Francia da 20 anni, grazie alla Dottrina Mitterand (in vigore dal 1985 al 2003) che concedeva il diritto d’asilo. Quando il governo italiano ne chiede l’estradizione, Marco deve fuggire insieme alla figlia 16enne, nata e cresciuta in Francia, Viola (Charlotte Cétaire). La vita dei due precipita, portando nel baratro anche quella della famiglia italiana di Marco, che, da un giorno all’altro, si trova costretta a pagare per le sue colpe passate, in maniera completamente ingiustificata.

 Dopo la guerra, opera prima di Annarita Zambrano, presentata a Cannes 2017 nella sezione Un Certain Regard (uscita italiana il 3 maggio), propone un tema ambizioso:  la riflessione su colpe e violenze passate, che ritornano prepotentemente nel presente e sul dolore privato che si fonde a quello pubblico.

La regista espone, con sguardo compassionevole verso i personaggi, l’affresco umano e politico di una famiglia vittima di se stessa, inciampata nella storia, costretta ad affrontare la responsabilità del legame di sangue e la violenza di un paese che non può perdonare. C’è la storia di quel carico di colpa dei delitti antichi che ricadono su chi resta. È interessante il fatto che una regista nata nel 1972 decida di dedicare un film alle ferite ancora aperte della lotta armata che insanguinò l’Italia negli anni in cui lei veniva al Mondo. Ogni riferimento all’omicidio di Marco Biagi non è puramente casuale. È chiaro che la sceneggiatura prende spunto proprio da quel fatto di cronaca nera del 2002, dalla conseguente estradizione dalla Francia e dall’arresto dell’ex BR Paolo Persichetti.

Quindi: siamo di fronte ad un film sul terrorismo o sul rapporto tra un padre e una figlia? La regista decide di voler sostenere entrambi i fronti. Da un lato vediamo la famiglia di Marco che si ritrova a lottare con i fantasmi di un passato che pensava di avere affossato. Dall’altro affronta il rapporto tra il BR, non pentito, e una figlia con cui non ha neanche mai parlato in italiano. Però… c’è un però!

Gli episodi raccontati non sempre funzionano nella loro rappresentazione e sembrano drammaticamente slegati tra loro. Ad esempio, nella scena iniziale, ambientata nel 2002,  anche la modalità della contestazione al professore da parte degli studenti che gridano slogan contro l’abrogazione dell’Articolo 18 risulta finto.

Gli interpreti sono buoni, c’è da dirlo. Battiston non sfigura recitando in francese, ma è chiaro che non ci crede fino in fondo, anche se incarna bene il ruolo di padre-padrone e riscatta in parte l’opera. Viola, interpretata da Charlotte Cétaire, nonostante si trovi alla sua prima prova sullo schermo regge il confronto con Battiston, e diventa in pieno la nuova vittima di Marco. In fin dei conti è lei che paga più di tutti la direttiva di Mitterrand, quella disposizione non più valida che la trascina in balia del brigatista e della sua trascorsa militanza. L’attrice se la cava con stile. Anche Barbora Bobulova, che interpreta la bolognese sorella di Marco sposata con un giudice, risulta misurata e calata dignitosamente nella parte.

La regia non è disprezzabile anche se spesso rasenta la fiction tv.

Il problema, grosso, del film è la sceneggiatura. Dai dialoghi allo sviluppo della storia. Il tutto sembra non essere mai all’altezza del tema, risultando debole e puerile. Lo sguardo resta superficiale e il racconto risulta inerte e beceramente biforcato. La sceneggiatura sembra deliziasi del soggetto, per poi disinteressarsene del tutto. Le due linee narrative restano parallele ed isolate: si va avanti per mezz’ora con l’una, poi mezz’ora con l’altra. Tanto che ci si scorda, in maniera alternata, cosa accade in Francia e cosa in Italia. Tra una narrazione e l’altra si procede per frasi fatte, associazioni al limite della sopportazione (terrorismo associato all’eroina)  senza nessuna via d’uscita se si tralascia il colpo di scena finale insulso, forzato e perfino scorretto tecnicamente. Purtroppo l’esordio di Annarita Zambrano, nonostante sia animato da tutte le buone intenzioni possibili, non è all’altezza del tema che s’è scelto.

Dopo la guerra è un’occasione perduta. Una coproduzione Francia, Italia e Belgio che non riconcilia lo spettatore con la storia e nemmeno con il cinema! Siamo ben lontani da quello che potrebbe essere considerato un film “modello” in questo campo: Bella Addormentata. Come in questo caso, anche nell’opera di Marco Bellocchio si affronta il tema di una situazione collettiva che risente di una vicenda personale drammatica. L’ impressione è che in Dopo la guerra si scomodino inutilmente argomenti troppo spinosi. La faccenda della lotta armata sembra un escamotage per raccontare una famiglia disgregata che, sotto sotto, vorrebbe riunificarsi e per fare, al contempo, un ritratto di una ragazzina che ha un padre che le tarpa le ali.

Ilaria Berlingeri

PRO CONTRO
  • La recitazione di  Charlotte Cétaire.
  • Battiston che recita in Francese.
  • La sceneggiatura e i dialoghi.
  • La biforcazione della narrazione.
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