Escape Room, la recensione

Nel 1997 usciva un piccolo film destinato a lasciare il segno e lanciare il mini-filone horror dei trap-movie, parliamo di Cube – Il cubo, stupendo esordio al lungometraggio dell’italo-canadese Vincenzo Natali. Da allora in molti hanno seguito l’orma di quell’opera escogitando fantasiose trame con personaggi intrappolati in prove mortali, alcuni con estrema fortuna reinventando il filone e contaminandolo con violenza estrema e splatter, come accaduto con la saga di Saw, altri cadendo nell’assoluto anonimato, come del resto è successo ai due seguiti dello stesso Cube.

Oggi Adam Robitel, già responsabile di Insidious: L’ultima chiave, tenta di ripercorrere la strada aperta da Cube, lasciando da parte le truculenze di Saw, e porta sul grande schermo Escape Room.

Rifacendosi alla moda contemporanea dei giochi di fuga dal vivo, in cui la logica dei partecipanti e la cooperazione sono fondamentali per uscire da una situazione di reclusione o di pericolo ludico, Escape Room racconta la storia di sei individui sconosciuti tra loro che vengono contattati per prender parte a una esclusiva escape room, la cui riuscita garantirebbe un premio di ben 10 mila dollari. I sei, già selezionati dopo la risoluzione di un rompicapo ricevuto per posta, si trovano subito immersi tutti insieme in una situazione di estremo e realistico pericolo, ma si rendono presto conto che il pericolo è reale e solo uno di loro potrà uscire vivo dalla escape room!

Forte di un ottimo esordio nelle sale statunitensi, che ha praticamente già garantito al film di Robitel un numero due, Escape Room è un efficace giocattolino che fonda tutto il suo appeal sulle ingegnose trappole a cui sono sottoposti i protagonisti. Una stanza che, a poco a poco, si surriscalda fino a diventare letteralmente un forno, uno scenario innevato con tanto di fragile specchio d’acqua ghiacciato, una stanza sottosopra che pian piano perde pezzi lasciando i personaggi nel vuoto, la location di un fatiscente ospedale dove bisogna improvvisarsi dottori per fuggire. Un mosaico di fantasiose prove mortali che tengono col fiato sospeso fornendo un contesto al body-count che il film tesse. Una conta dei cadaveri che però non vuole mai indugiare più di tanto sulla violenza esibita, sul gore, lasciando quel filo di cinica crudeltà fruibile comunque a qualsiasi pubblico, anzi creando un particolate appeal verso quello più adolescenziale, vista anche l’età di alcuni dei personaggi più in vista.

Sono proprio i personaggi il secondo interesse su cui si fonda Escape Room: un parterre di protagonisti che rispondono a una caratterizzazione basic ma efficace proprio per la semplicità. C’è Zoey, genio della fisica, timidissima e introversa che il volto grazioso di Taylor Russell (Lost in Space) e la capacità di arrivare immediatamente alla soluzione dei rompicapo; Danny, interpretato da Nik Dodani (Atypical), è un esperto giocatore di escape room, entusiasta e unico del gruppo a capire davvero la logica di questi giochi; Ben è invece un disadattato, non ha particolari doti intellettive ne la passione per enigmi e giochi di logica, semplicemente si trova lì e si sente anche fuori posto, a impersonarlo Logan Miller (Tuo, Simon).

A questi tre ragazzi si aggiungono gli adulti: Jason, interpretato da Jay Ellis (Insecure), uomo d’affari, arrivista e narcisista; Amanda, che ha il volto di Deborah Ann Woll (Daredevil), ex soldato dell’esercito USA con trauma alle spalle; Mike, il Tyler Labine di Reaper, camionista sempliciotto intimorito dai progressi raggiunti dalla tecnologia.

Ognuno di loro corrisponde a una precisa tipologia di personaggio da film horror e non è difficile per i più scafati prevedere l’ordine del body-count.

Ritmo incalzante, coinvolgimento emozionale molto alto ma un difetto macroscopico: gli ultimi dieci minuti di film. Ad un certo punto, quando è ora di mostrare il bandolo della matassa, Escape Room finisce per somigliare a un altro celebre film che ha segnato il genere horror post-2000, poco male, il problema è che si cerca un colpo di scena abbastanza sciocco votato ad aprire porte per eventuali sequel. Il classico espediente che manda a monte la sospensione dell’incredulità accumulata fino a quel momento.

Senza aggiungere nulla di realmente nuovo al filone del trap-movie, Escape Room si destreggia con sicurezza e senso del coinvolgimento nelle dinamiche del body-count. Servita su un piatto d’argento la possibilità di serializzazione.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ritmo molto elevato e buon senso del coinvolgimento spettatoriale.
  • Trappole fantasiose.
  • Somiglia ad altre cose viste al cinema negli ultimi 25 anni.
  • Manca quel tocco sadico che possa renderlo un cult dell’horror.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Escape Room, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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