FEFF22. Beasts Clawing at Straws, la recensione

Quante volte abbiamo visto un film che gira attorno a una valigetta piena di fortune e che fa incrociare le vicende di diversi malviventi? Tante, troppe, direte voi. In fin dei conti Quentin Tarantino ci ha vinto un Oscar e Guy Ritchie ci ha costruito una carriera, prima che le majors lo fagocitassero fino all’annullamento. Eppure qualcuno riesce ancora a tirar fuori qualcosa di molto buono da un soggetto che, sulla carta, potrebbe apparire un tabernacolo di cliché pulp/crime. È quello che accade nel sudcoreano Beasts Clawing at Straws, presentato in premiere italiana al Far East Film Festival 2020 e tratto da un romanzo del giallista giapponese Sone Keisuke.

Tutto inizia con una borsa Louis-Vuitton piena di denaro abbandonata nell’armadietto degli spogliatoi di una sauna di Pyeongtaek e ritrovata, a fine turno, dall’uomo che si occupa della manutenzione della struttura. Attenzione però, questo non è esattamente l’inizio della storia che invece prosegue in maniera episodica incastrando piani temporali differenti, ognuno affidato a un diverso personaggio in qualche modo collegato a quell’evento.

Strutturato in una decina di capitoli, ognuno caratterizzato da un titolo e da un misterioso tratto grafico di cui scopriremo il senso solo alla fine, Beasts Clawing at Straws porta in scena storie di ordinaria criminalità e di straordinaria miseria (economica o morale) che si incastrano come in un puzzle grottesco e violento. Passiamo da un funzionario doganale corrotto e dedito alle truffe a una ragazza che lavora come prostituta ed è vittima di un marito violento, ma c’è anche un ometto in crisi famigliare ed economica, un immigrato clandestino cinese, un usuraio accompagnato da un energumeno muto e una maitresse senza scrupoli. Storie che non presentano particolari tratti di originalità ma che costruiscono un insieme avvincente e assolutamente ben costruito capace anche si riservare diverse sorprese.

Colpisce in positivo il lavoro del coreano Kim Young-hoon, qui al suo esordio, che scrive e dirige il film mostrando sia un particolare talento nel costruire gli intrecci nel modo più cinematografico possibile, sia nel gestire un racconto complesso e scomposto rendendolo semplice e ordinato. Non manca un ritmo particolarmente incalzante e un’attenzione particolare al cast, su cui spiccano il divo Jung Woo-sung, che interpreta lo sfortunato funzionario doganale, e soprattutto Jeon Do-yeon, col tatuaggio di uno squalo sulla coscia, che interpreta una donna tanto affascinate quanto crudele, una singolare femme fatale vero elemento cult dell’intero film.

Dall’estetica e dal linguaggio particolarmente internazionale, come ormai è un po’ tutto il cinema sudcoreano, Beasts Clawing at Straws lascia il segno nell’ormai logoro panorama crime graffia con uno dei finali più appaganti visti nel genere in questi ultimi tempi.

Il film di Kim Young-hoon si è aggiudicato il Gelso Bianco con menzione d’onore nell’ambito del 22° Far East Film Festival.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una trama intricata raccontata in maniera semplice e ordinata.
  • Personaggi pittoreschi molto ben scritti.
  • Ritmo notevole.
  • Jeon Do-yean e la sua Yeon-hee.
  • Se si è un po’ stufi del crime/pulp forse è meglio girare alla larga.
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Valutazione: 7.5/10 (su un totale di 2 voti)
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