Final Portrait: conferenza stampa con il regista Stanley Tucci

Final Portrait – L’arte di essere amici, in uscita l’8 febbraio distribuito da BIM Distribuzione, è il racconto della storia vera dello scultore Alberto Giacometti, interpretato dal maestro del trasformismo/premio Oscar Geoffrey Rush, alle prese con un quadro che mise in discussione il rapporto con lo scrittore, storico dell’arte, James Lord. Il ritratto di James Lord, del 1964, è una tra le tele più straordinarie dell’artista: esposta in tutto il mondo è stata battuta in asta da Christie’s, nel 2015, per 20 milioni di dollari.

Diretto da Stanley Tucci, il film raccoglie le emozioni, le azioni e le reazioni del grande scultore e pittore, trascrivendole in una pellicola devota alla ciclicità del processo creativo ed in grado di rappresentare, nel miglior modo possibile, il concetto di opera incompiuta e di finito ed infinito. Concetto base dell’opera omnia del Maestro.

Lo spunto da cui parte il soggetto è il diario di James Lord (che nel film ha il volto di Armie Hammer), “A Giacometti Portrait“, in cui l’americano descrisse i 18 giorni trascorsi con Giacometti nel suo vecchio, grigio, fascinoso atelier parigino a Montmartre.

Abbiamo incontrato il regista Stanley Tucci. Di seguito un resoconto della conferenza stampa tenutasi a Roma.

Non siamo al cospetto di un biopic su Giacometti, ma piuttosto di uno studio sul modo di affrontare la vita e le sue stesse opere d’arte:

“Personalmente non amo molto i biopic in senso stretto. Solitamente si fermano a rappresentare i fatti in maniera sterile, fino a riempire due ore di pellicola. Soffermandomi di più sui dettagli, che poi vanno a creare l’essenza stessa di una persona. Volevo fare qualcosa di diverso, mi interessava raccontare un determinato momento, un periodo ben preciso per dare al racconto un aspetto universale.”

Tucci racconta di avere un rapporto molto stretto con l’arte e quindi descrivere Giacometti è stato per lui un processo naturale:

Mio padre era un artista, inoltre insegnava storia dell’arte a scuola, sono cresciuto in una famiglia che ha sempre amato l’arte. Abbiamo viaggiato molto, abbiamo anche vissuto un anno a Firenze, dove mi sono innamorato perdutamente del rinascimento italianoL’interesse per l’arte mi ha sempre accompagnato durante la vita e Giacometti era uno degli artisti più interessanti che avessi mai studiato. Il libro di Lord raccontava il suo processo artistico alla perfezione e ne sono rimasto incantato. Mi è sembrato naturale trasformare tutto in film.”

Per far funzionare al meglio il film ha preferito non figurare come attore lasciando il campo ad altri colleghi di altissimo livello:

Ci ho pensato a lungo se interpretare un ruolo oppure no, alla fine però ho preferito lasciare campo libero. È difficile auto-dirigersi, oltre a essere uno sforzo enorme non ti permette di avere uno sguardo d’insieme sull’opera, ho preferito restare dietro la macchina da presa.”

La regia di Final Portrait ha un’attenzione particolare verso i dettagli dei volti, dei pennelli, dei dipinti, delle sculture:

“Geoffrey Rush ha studiato due anni per prepararsi al meglio al ruolo di Giacometti, nel frattempo io cercavo i fondi per realizzare il film, cosa che non è mai facile per prodotti indipendenti. Prima di iniziare a girare abbiamo provato insieme per un’intera settimana, recitando il testo come fosse un’opera teatrale. Poi una volta sul set i dialoghi sono stati levigati per farli aderire alla perfezione ai personaggi in carne e ossa. Geoffrey inizialmente ha avuto due difficoltà: aveva dei problemi con gli scatti d’ira di Giacometti e non riusciva a padroneggiare il pennello. Una volta messosi a suo agio, ha svolto un lavoro magistrale. Io l’ho lasciato fare, volevo che fosse spontaneo all’estremo, non bisogna elaborare troppo per non danneggiare la recitazione. Ho scelto di utilizzare la camera a spalla, in movimento, attenta alle minime espressioni e a tantissimi dettagli, proprio per aiutare lo spettatore ad immergersi nello studio. Ho utilizzato due macchine da presa che si muovono liberamente guadagnandone in spontaneità e movimento”.

Tra i due personaggi si denota un giocoforza, una sorta di sadomasochismo a tratti evidente, a tratti velatamente celato:

“Credo che in ogni rapporto artistico ci sia sadismo, masochismo. Ho incontrato tre modelli che hanno davvero posato per Giacometti all’età di 16 anni. Tutti e tre mi hanno confermato le stesse cose, ovvero che il pittore alternava momenti di affabilità ad altri di disperazione e depressione. Lo ricordano come un personaggio affascinante, schiavo dei suoi scatti d’ira, soprattutto con i modelli più adulti, con i più giovani si conteneva di più.”

Il film porta lo spettatore ad analizzare il concetto di follia:

Era un artista che guardava lontano, oltre gli orizzonti, vedeva cose che ancora non esistevano. Alla fine del libro e del film lettori e spettatori pensano che probabilmente fosse pazzo, lui però voltava il suo sguardo verso il futuro, è questo l’aspetto del processo creativo che più mi interessa. Trovo che la qualità di Giacometti sia senza tempo. Le sue sculture potrebbero esser state realizzate in epoca preistorica, come in epoca contemporanea. Perciò è senza tempo. E’ stato in grado di captare qualcosa del genere umano che non ha epoca. Qui la sua forza.”

Per concludere, il regista accenna brevemente alle sue personali scelte lavorative:

“Scegliere di dirigere un film ti permette di raccontare una storia a modo tuo, mentre da attore devi interpretare la storia di qualcun altro. È questo che mi spinge a diventare regista di tanto in tanto, anche se questo è soltanto il mio quinto film. Può anche capitare di fermarmi per molti anni fra un progetto e l’altro, lavoro anche a tanti titoli come interprete. I blockbuster non sono sempre di altissima qualità ma ti permettono di vivere, di mangiare, ho cinque figli e un mutuo come tanti, è lavoro puro e semplice. Io infatti non disprezzo nulla, ogni esperienza ti lascia qualcosa, sia il film indipendente che il grande set di Hollywood, dove magari lavori con colleghi di altissima caratura, interessanti e divertenti. C’è da imparare, sempre e comunque.”

a cura di Ilaria Berlingeri

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