Final Portrait – L’arte di essere amici, la recensione

Siamo a Parigi, nel 1964, tra l’esistenzialismo artistico degli anni ’50 e il nuovo mondo. Quel nuovo mondo in cui Andy Warhol proponeva i suoi primi Brillo. Siamo nello studio di Alberto Giacometti, quasi come ospiti infiltrati di straforo, invitati a sbirciare dai vetri sporchi delle  finestre. La classica fisarmonica francese invade le prime inquadrature ma, attenzione: è solo un inganno per lo spettatore!

Portati a pensare di trovarci davanti ad una pellicola squisitamente Francese, veniamo invece accolti in una situazione sporca di creta, polvere e colori ad olio. Veniamo catapultati nel vecchio, grigio, fascinoso atelier di Montmartre. Alberto Giacometti è l’Artista del suo personale palcoscenico. Geoffrey Rush è l’alter ego di Giacometti. Rush non recita una parte, la incarna talmente alla perfezione da diventare incredibilmente il sosia di Giacometti.

Giacometti/Rush è il Protagonista assoluto e con la P maiuscola, che decide quando è il momento di bere, quando ricevere l’amante, quando soffermarsi assorto con le dita che indugiano nella creta, quando il momento per dare una pennellata in più ad un quadro e quando darne una in meno. Decide quando è il momento di ridere o di assecondare uno scatto d’ira.

Nel 1964 Giacometti è un artista affermato, che vende opere a cifre record e nasconde pacchi di soldi sopra lo scarico del water. L’intenzione del regista è chiara fin dalla prima iconica inquadratura, incorniciata nel bianco di una personale sull’artista dove egli compare seduto, in atteggiamento depresso, sovrastato, quasi schiacciato, dal suo stesso cognome, autografato sulla parete: simbolico binomio contraddittorio di genio universalmente riconosciuto e di sregolatezza, pregna di costante insoddisfazione. Un giorno, Giacometti chiede al critico d’arte americana e biografo James Lord, che qui ha il volto azzeccatissimo di Armie Hammer, di posare per lui. Le sedute sarebbero dovute durare poco più di un paio di giorni ma vengono spesso interrotte da visite al bar e da lunghi giri in auto, obbligando Lord a rinviare più di una volta il suo volo di ritorno.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici è il nuovo film di Staney Tucci, il quinto da regista, che ci regala non un biopic, come si potrebbe banalmente fraintendere, ma piuttosto uno spaccato sullincompiutezza, aspetto preponderante nella natura stessa dell’arte del Maestro Giacometti, che trascorse l’intera sua esistenza a fare e disfare le proprie opere, senza mai ritenerle soddisfacenti.
Il film racchiude il senso della vita nel tentativo dell’artista di terminare un ritratto. Fare e disfare ogni giorno alla ricerca di qualcosa che non è perfetto ma straordinariamente imperfetto…da esser perfetto!

Tucci fa notare chiaramente di non amare i biopic, che solitamente si fermano a rappresentare i fatti in maniera sterile, fino a riempire due ore di pellicola. Propone quindi qualcosa di diverso: raccontando un determinato momento, un periodo ben preciso restituisce al racconto un aspetto universale soffermandosi sui dettagli che vanno a creare l’essenza stessa di una persona.

Geoffrey Rush ha studiato due anni per prepararsi al meglio al ruolo di Giacometti, mentre la produzione cercava i fondi per realizzare il film, operazione mai facile per prodotti indipendenti. Prima di iniziare a girare, Tucci e Rush hanno provato insieme per un’intera settimana, recitando il testo come fosse un’opera teatrale. Poi, una volta sul set, i dialoghi sono stati levigati per farli aderire alla perfezione ai personaggi in carne e ossa. Rush in particolare pare abbia avuto due difficoltà iniziali: aveva dei problemi con gli scatti d’ira di Giacometti e non riusciva a padroneggiare il pennello. Una volta messosi a suo agio, ha svolto un lavoro magistrale risultando spontaneo all’estremo.

Il temperamento artistico è descritto in maniera sublime nel suo momento di ricerca della perfezione. Una ricerca che prosegue senza sosta facendo e disfacendo di continuo l’opera.

Credo che faccia parte di ogni artista. Appartiene anche a me la necessità di questo movimento costante verso la creazione di qualcosa di veritiero, non perfetto. Credo sia lo scopo di ciascun artista e anche il mio. Mi affascina il processo artistico e come un artista si misura col processo l’avanzare della sua arte. Sicuramente il processo creativo porta a far pensare che l’artista non è folle ma ha una capacità di guardare oltre. Ha una capacità di guardarlo nel futuro.” Così Tucci parla del suo film e del processo creativo del film stesso.

Il rapporto reale fra i due protagonisti è stato tremendamente travagliato. Ce lo racconta l’autobiografia dello stesso James Lord dal titolo Un ritratto di Giacometti, dalla quale è tratta la sceneggiatura. Giacometti era costantemente frustrato e ogni giorno riusciva a dipingere pochissimo, cancellando tutto e ricominciando da capo a intervalli regolari, in un loop continuo e senza via d’uscita. Il fastidio di Lord nel sopportare le sedute a volte irritanti e fuori controllo, diventa anche dello spettatore, che si trova completamente inglobato in quello studio d’artista che a tratti si trasforma in una gabbia senza chiave. La porta dell’atelier è sempre beffardamente aperta, ma né Lord né noi riusciamo ad uscirne. Come Lord siamo risucchiati, mentre tra i nostri si instaura un senso di accennato sadomasochismo. Il contraltare che viene a crearsi tra i due protagonisti è quello tra l’eleganza precisina dello yankee, bello come un top model ed il caos ontologico dello studio.

Primissimi piani e dettagli rendono alla perfezione il tentativo introspettivo. La regia stessa sembra mutare di minuto in minuto, assieme al tentativo di ricerca della perfezione del ritratto in questo caso, cinematografico.

La scelta della camera in movimento all’inizio destabilizza ma aiuta ad immergersi completamente all’interno dello studio come se fossimo ospiti che sbirciano a volte dalle finestre e a volte dalla sedia dietro l’artista all’opera. La scelta di Tucci è quella di utilizzare due camere a spalla, che si muovono liberamente e che fanno guadagnare al film spontaneità. Il movimento è stato voluto proprio per aiutare l’immersione totale. La macchina da presa si lega alla struttura delle sedute di Lord e spia ogni piccolo gesto, scrutando mani e volto del soggetto indagatore che è l’artista e dell’oggetto indagato, il modello. Proprio in questo meccanismo ci accorgiamo che i ruoli possono invertirsi: il modello diventa “lo spione” (parole di Lord) di colui che lo ritrae.

Giacometti si rivela nello sguardo terso di Tucci quale creativo totale, artigiano maniacale e paranoico, instabilmente lucido e maledettamente inaffidabile. “Trovo che la qualità di Giacometti sia senza tempo. Le sue sculture – racconta il regista – potrebbero essere realizzate sia in epoca preistorica che contemporanea. Perciò è senza tempo. È stato in grado di captare qualcosa del genere umano che non ha epoca. Qui la sua forza. Riuscire a far vedere l’infinito nel non finito”.

In sintesi, Final Portrait, nelle nostre sale dall’8 febbraio, è un film imperdibile ed indispensabile per chi ama l’arte a 360° e per chi sa apprezzare il linguaggio che il cinema mette in atto, in casi come questo di rara qualità, quando è chiamato a confrontarsi con altre forme espressive. Final Portrait non è un film sull’arte e sull’amicizia (come il sottotitolo vorrebbe insinuare) ma è un film dentro l’arte.

Ilaria Berlingeri

PRO CONTRO
  • Goeffrey Rush assolutamente protagonista della scena.
  • Ottima prova registica di Tucci che regala un non-biopic eccellente.
  • Volendo cercare “il pelo nell’uovo”: il senso d’ansia pungente che si prova immedesimandosi in Lord.
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Final Portrait - L'arte di essere amici, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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