Fino all’Inferno, la recensione

I fratelli pugliesi Eros e Roberto D’Antona (entrambi registi, ma Roberto è anche attore) si sono fatti le ossa dirigendo fan film (ricordiamo quelli su Dylan Dog) e web series su Youtube, spesso in coppia, oltre a vari cortometraggi, e ora sono approdati – meritatamente – nel professionismo con film distribuiti in sala e in homevideo.

Dopo aver fondato, insieme alla regista e attrice Annamaria Lorusso, la casa di produzione L/D Productions, Roberto D’Antona esordisce alla regia di un lungometraggio con l’horror The Wicked Gift (2017), una terrificante vicenda a base di incubi e demoni; con il suo secondo lungo, Fino all’inferno (Road to Hell, 2018) cambia invece totalmente registro, dirigendo un pulp “all’americana” ricco di riferimenti espliciti a Tarantino e Rodriguez, mescolando elementi action, da gangster-movie e horror, il tutto condito da un’ampia dose di ironia.

Scritto dallo stesso D’Antona, Fino all’inferno è incentrato su tre criminali in fuga dal boss per cui lavoravano: sono Rusty (Roberto D’Antona), Anthony (Francesco Emulo) e Dario (Alessandro Carnevale Pellino). Dopo aver rapinato una farmacia, fuggono su un camper dove prendono come ostaggio una donna, Julia (Annamaria Lorusso) e suo figlio, che a loro volta stanno scappando da una minaccia non precisata. Il viaggio in camper diventa così una vera corsa fino all’inferno, inseguiti sia dagli scagnozzi del boss sia da alcuni killer al soldo di una potente e misteriosa organizzazione. Al gruppo si aggiungono un ex poliziotto (Mirko D’Antona) e la fidanzata di Rusty. Ma i sicari non sono l’unica minaccia, visto che qualcuno porta dentro di sé un virus in grado di trasformare gli esseri umani in mostri assetati di sangue.

I rapinatori in fuga, gli ostaggi, il camper, i mostri: tutto ciò farà di certo venire in mente agli spettatori il cult Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, che è infatti uno dei modelli dichiarati. E se diciamo che i due principali killer dell’organizzazione sono un bianco e un nero vestiti in giacca e cravatta, cosa può far venire in mente se non Pulp Fiction? Fino all’inferno, ancora più che gli altri film dei fratelli D’Antona, è innanzitutto un atto d’amore verso il cinema, o meglio verso determinati generi cinematografici: il pulp di Tarantino e Rodriguez, con azione, violenza e ironia, ma anche le scene di combattimento in stile John Woo, e in generale tutto il cinema action/horror anni Ottanta, compresi Raimi e Carpenter. Roberto D’Antona è infatti cresciuto a pane e film, ha assorbito la passione per questi autori (fra i tanti) e li ha messi in centrifuga in Road to Hell: in certi film, il citazionismo rischia di diventare qualcosa di manieristico, banale e fastidioso, ma non è questo il caso, perché l’intento citazionista e la volontà di non prendersi sul serio sono talmente sfacciati ed esagerati da risultare un vero divertimento, un luna park cinematografico ad alto ritmo che prende per mano lo spettatore senza mai stancarlo, anche se le due ore circa di durata (dato curioso per un film indipendente) potevano essere asciugate un po’ in certi momenti. La sceneggiatura è complessa ma ben scritta, con varie storie che si intersecano e misteri da risolvere che solo man mano si dipanano, catturando ancora di più l’attenzione.

Nel corso del viaggio che la regia ci fa compiere insieme ai protagonisti, troviamo veramente di tutto: si comincia con un flash-forward in tipico stile pulp, si prosegue con una rapina dove i protagonisti portano maschere di teschi, incontriamo poi gli scagnozzi del boss ma soprattutto i due sicari che omaggiano Pulp Fiction (il bianco è Michael Segal, volto noto del cinema indie italiano e specializzato in ruoli da duro), due mad doctor e una parata di belle donne: l’ostaggio Annamaria Lorusso col figlio, Erica Verzotti (produttrice esecutiva del film), l’esotica Kavita Albizzati (fidanzata di Rusty) e la cosplayer Giada Robin, qui impegnata in una scena erotico/necrofila con Segal. Dunque, scene erotiche (soft), combattimenti corpo a corpo che riecheggiano un po’ i vari The Raid e John Wick, sparatorie frenetiche (compresa la preparazione del duello finale in stile western), sanguinarie scene horror (vedremo anche la bella Lorusso trasformarsi in una specie di vampiro), alternate a gag e battute a volontà (forse persino troppe). I personaggi più interessanti sono Rusty e Anthony, grazie agli attori Roberto D’Antona e Francesco Emulo (rispettivamente Dylan Dog e Groucho nel fan film) che sfoggiano una mimica facciale da slapstick comedy, un po’ alla Jim Carrey per intenderci, Julia (un’intensa ed espressiva Annamaria Lorusso) e l’agente 066 (il sempre ottimo Michael Segal). L’unica nota negativa, che è poi uno dei problemi fondamentali del cinema indipendente italiano, è il doppiaggio, che in certe situazioni è più da telefilm e meno cinematografico rispetto alle immagini.

I film dei D’Antona possiedono anche quell’aria da “factory familiare” che ricorda un po’ i B-movies italiani degli anni Settanta e Ottanta, cioè un cast artistico e tecnico formato sempre da quei componenti; il che non è sinonimo di scarsa professionalità, anzi, trattasi di un gruppo affiatato, appassionato e competente che riesce a curare il film con una tecnica decisamente valida. Innanzitutto balza agli occhi la fotografia, molto colorata (colori forti e saturi, comprese alcune scene al neon) e cinematografica, lontana da quel fastidioso effetto “soap-opera” che tante volte ci capita di vedere negli indie nostrani. Il regista stesso cura anche l’ottimo montaggio, molto frenetico, soprattutto nelle scene d’azione; un valore aggiunto è poi la colonna sonora di Aurora Rochez, una sonorità elettronica adrenalinica e martellante che richiama vagamente le vecchie sonorità dei Goblin.

Insieme a Insane (2015) di Eros D’Antona, Fino all’inferno porta avanti quindi un genere che possiamo definire “spaghetti-pulp”, una naturale prosecuzione ed evoluzione dei loro precedenti cortometraggi.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Confezione tecnica professionale e dall’estetica cinematografica.
  • Divertimento assicurato.
  • Scene d’azione ben coreografate.
  • Buone scene horror.
  • Sceneggiatura e regia di livello più che buono.
  • Doppiaggio di stampo televisivo.
  • Durata eccessiva (circa due ore): pur scorrendo bene, si potevano asciugare alcune lungaggini.
  • Una dose eccessiva di gag, talvolta riuscite e talvolta meno.
  • Non tutti gli attori riescono a recitare allo stesso livello.
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