Fleabag: quello che Lena Dunham non vi ha mai detto

Tutto ebbe inizio nel 1998 quando l’HBO pubblicò la prima puntata dell’illustre Sex and the city, serie di culto per generazioni di giovani donne emancipate che, oltreché l’amore, sognavano di trovare l’ultimo paio di Manolo Blahnik; le celeberrime avventure di Carrie Bradshow (Sara Jessica Parker), Samantha (Kim Cattrall), Charlotte (Kristin Davis) e Miranda (Cynthia Nixon) erano ambientate in una patinatissima New York, tra interviste giornalistiche e happy hour con affascinanti uomini d’affari.

Ma dopo lo scintillio di inizio millennio, il sopravvento di Internet e l’attacco alle Torri Gemelle, nel 2012 la medesima HBO pubblicò la “bukowskiana” Girls, scritta e interpretata da Lena Dunham (Questi sono i 40, American Horror Story), le cui protagoniste erano delle disilluse e squattrinatissime millenials, con poco fascino e tanta instabilità emotiva.

Ma se il personaggio della viziosa e lamentosa Hannah Horvath (Lena Dunham) era riuscito a conquistare tutti (co-protagonisti, pubblico e critica) col suo “realismo sporco”, poco realistico e molto radical-chic, si è dovuto aspettare il 2016 per la consacrazione sul piccolo schermo del personaggio della “vera” millenial disillusa.

Fleabag

Siffatta figura comparve l’1 agosto del 2013 all’ Edinburgh Fringe nella mordace piece teatrale scritta e interpretata dalla fenomenale Phoebe Waller-Bridge (Broadchurch, Vi presento Christopher Robin, Solo: A Star Wars Story) che col suo successo ha portato alla realizzazione di una serie televisiva di due stagioni (la seconda uscita il 25 maggio 2019), Fleabag, da sei episodi l’una, coprodotta dalla BBC Three e da Amazon Video.

La protagonista è un’anonima trentenne londinese soprannominata dai propri familiari “fleabag” – nello slang britannico significa “persona scorretta” – che vive in un sobborgo di Londra e ha un pub a tema porcellini d’India, inizialmente gestito assieme alla migliore amica, prima della misteriosa morte di quest’ultima.

Fleabag è originaria di una famiglia benestante ma disfunzionale: la sorella (Sian Clifford) è una manager in carriera con manie di controllo sposata con un uomo viscido e alcolizzato (Brett Gelman) il cui figlio ha delle palesi turbe psichiche; il padre (Bill Paterson) è un uomo debole e senza personalità che dopo la morte della moglie si sta per risposare con la madrina di battesimo delle figlie (Olivia Colman), un’artista egocentrica e manipolatrice.

Fleabag

La vita della nostra eroina si snoda tra richieste di prestiti per ingrandire la propria attività, fugaci relazioni con sconosciuti dagli incisivi importanti, furti di statuette e frecciatine al vetriolo con i familiari; a fare da cornice è anche l’enigma della singolare morte della migliore amica che sembra avere delle connessioni con gli atteggiamenti autodistruttivi della nostra anti-eroina.

A differenza di Hanna Horvath che trova sempre qualcuno che la ami così com’è e perdoni le sue bravate infantili, magari offrendole anche un lavoro, Fleabag è una donna sostanzialmente solitaria, che usa il cinismo per difendersi dallo sguardo moralista dei suoi conoscenti, tutti dediti alla carriera e all’apparenza, che lei non si vergogna di derubare e pungolare.

Il personaggio creato da Phoebe Waller-Bridge è tragicomico nel senso letterale del termine perché nonostante sembri non raggiungere una stabilità economica-affettiva è al tempo stesso una sorta di “illuminata” che riesce a far emergere la meschinità degli altri.

Fleabag

Uno degli elementi tecnici più peculiari della narrazione è lo sfondamento della quarta parete grazie a cui la protagonista, prima di ogni scena, attira la complicità dello spettatore e commenta assieme a lui le proprie disavventure; se la serie tv non fosse figlia di un monologo teatrale si potrebbe dire che questo espediente sia stato incoraggiato dal successo di House of Cards e Deadpool.  A Frank Underwood (Kevin Spacey) è forse ispirata la sardonica mimica facciale della protagonista che con pochi silenzi e fugaci sguardi alla telecamera riesce a “demolire” chiunque le si trovi davanti, anche la magnifica Olivia Colman (La Favorita, Assassinio sull’Orient Express) che meriterebbe un altro Oscar per come riesce a farsi odiare dal pubblico.

Curioso il modo in cui ogni personaggio secondario riesca ad apparire frivolo, ottuso o addirittura ingenuo ma in un modo tutto particolare, la figura della sorella è la sua inconsapevole “spalla tragicomica” a cui Sian Clifford dona movenze nevrotiche e tic ansiosi.

A far da scenario è la Londra dei salotti dabbene con i placidi giardini nella luce della domenica mattina, i meeting di lavoro con aziende finlandesi, i vernissage di arte moderna e i pub strapieni del sabato sera ma, data l’origine teatrale dello show, è notabile la poca attenzione data agli ambienti, sia esterni che interni e invece come ci si focalizzi sui volti dei personaggi.

Phoebe Waller-Bridge è dunque l’Helen Fielding (Il diario di Bridget Jones) del teatro e la sua Fleabag è una Bridget Jones senza rimpianti, chili di troppo e amici fidati ma con una verve che non fa prigionieri.

Ilaria Condemi de Felice

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