Fuoco e fumo, la piaga del bullismo nel nuovo film di Stefano Simone

Oggi come ieri, uno dei temi più ricorrenti sulle pagine di cronaca dei giornali è il bullismo, un fenomeno capace, in diversi casi, di sfociare nella tragedia. La giovane età  delle persone coinvolte in questi casi rende, ovviamente, più drammatica la faccenda e per raccontare, anzi urlare, questo morbo insito in ogni società, il giovane regista sipontino Stefano Simone ha realizzato Fuoco e fumo, un lungometraggio che mescola con estrema efficacia il dramma sociale con il linguaggio del thriller.

Realizzato grazie alla collaborazione dell’Istituto Tecnico Economico Toniolo di Manfredonia, Fuoco e fumo racconta l’inizio dell’anno scolastico in una scuola superiore del Sud Italia. Stefano (Gianmarco Carbone) cerca di inserirsi in un ambiente che ancora non conosce bene, a parte la preesistente amicizia di Silvana (Desiree Manzella), una sua coetanea per la quale il ragazzo ha una cotta. La vita di Stefano e dei suoi nuovi amici viene resa difficile da un gruppetto di bulli che tormentano i più fragili della scuola, a cominciare da Dino (Michele Renzullo), un ragazzo gay molto amico di Silvana. Il gruppo di amici capisce che solo l’unione può fare la forza, ma questo non impedisce di far sfociare la vicenda nella tragedia.

Il titolo “Fuoco e fumo” nasce da una frase dello scrittore e politico Benjamin Disraeli: “il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo”. Per estensione, a questa frase ne è direttamente collegata un’altra dello scrittore statunitense Thomas Merton: “è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo”. Un concetto che ben esemplifica la veste di cui si avvolge il bullismo, apparenza pura, una maschera minacciosa dietro cui si nasconde una mancanza di sicurezza e soprattutto di sostanza.

Fuoco e fumo ha dunque una caratura sociale molto forte che ne fa un prodotto dall’identità ben definita, un film di denuncia che però non si ferma alla sola documentazione di una situazione, ma riesce ad estrapolarne una storia di fiction che sa articolarsi secondo i dettami del cinema d’intrattenimento. Lo stesso Stefano Simone ha spiegato così il suo approccio al film:

“La vicenda si sviluppa alternando momenti tipicamente da noir ad altri come la classica storia di formazione e pertanto nel film si noterà più di uno stile anche se, per come si conclude la storia, l’elemento thriller è quello più evidente.”

Lo stile che ha utilizzato è votato al realismo, un film senza fronzoli, diretto e crudo, anche perché non lesina in scene di una certa violenza visiva ed emotiva. Lo stesso regista ci ha spiegato che:

“È stata la prima volta in cui ho utilizzato interamente macchina a mano e focali molto lunghe in modo da non essere invadente e, allo stesso tempo, riprendere i ragazzi come se fosse la loro quotidianità.”

A livello stilistico e prettamente tecnico, Fuoco e fumo si presenta come un lavoro di gran mestiere, il classico passo avanti fatto da un giovane filmaker che ha comunque un curriculum già molto ampio. Stefano Simone, che si è occupato anche della fotografia e del montaggio, mostra qui un’attitudine particolare nel conferire ritmo alla vicenda attraverso un’adeguata costruzione dell’azione: in più di un’occasione, Fuoco e fumo si tinge di action e l’ottimo montaggio contribuisce alla dinamicità di queste sequenze, come quella in cui i bulli inseguono la bionda Melissa Salvemini, oppure la lunga scorribanda notturna dei cattivi ragazzi che, armati e mascherati, sembrano ispirarsi alle azioni dei drughi di Arancia meccanica. Anche la fotografia sovraesposta funziona qui meglio che in altre opere di Stefano Simone, più calibrata e votata all’espressione del colore.

Nell’ora e mezza scarsa di durata, Fuoco e fumo riesce a sviluppare il tema del bullismo in maniera completa e approfondita, andando a toccare non solo le dinamiche tra vittime e carnefici, ma anche il ruolo che hanno le istituzioni: dalla scuola – molto presente in questo film e capace di trovare una incarnazione sia nella professoressa votata al laissez-faire che nel professore dedito alla causa e coinvolto in prima persona, interpretato dal sempre bravo Filippo Totaro – alla famiglia. Seppur non rappresenti l’occhio dello spettatore, un rilievo particolare è dato a Dino, il personaggio interpretato con intensità e umanità dal bravissimo Michele Renzullo, il ragazzo gay che diventa il bersaglio principale della gang di bulli, ma è molto interessante il modo in cui il film di Simone trova sviluppo, avulso da quella vena didattica che di tanto in tanto emerge e legato a un concetto di “violenza chiama violenza” applicato alla lettera e che forse non ci saremmo aspettati.

Però c’è un elemento in Fuoco e fumo che non convince, i dialoghi. In troppe occasioni i ragazzi, soprattutto i protagonisti positivi, si riempiono la bocca di parole che difficilmente verrebbero dette da adolescenti di oggi, frasi troppo “alte” ed elaborate, concetti stranamente nobili, che vistosamente creano anche un po’ di imbarazzo negli attori chiamati a recitarle. L’ideale sarebbe stato adattare la sceneggiatura al linguaggio di tutti i giorni, ne sarebbe uscita valorizzata anche la recitazione dei bravi non-attori coinvolti, ragazzi che si cimentano qui per la prima volta davanti alla macchina da presa e lasciano comunque un’ottima impressione generale.

Con intenti chiaramente votati al cinema di denuncia, Stefano Simone riesce a portare avanti un progetto molto personale che mostra in più occasioni la sua passione per il cinema di genere e Fuoco e fumo risulta un’originale opera di sintesi tra il noir di stampo europeo e il film sociale.

Da vedere.

Roberto Giacomelli

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