Ghost Stories, la recensione

Esiste una tradizione tutta britannica di film horror a episodi che, all’epoca dell’uscita, ha fatto tendenza e ha fondato un canone produttivo ben preciso. Parliamo soprattutto della Amicus Productions, casa di produzione che si specializzò proprio in film a episodi dopo l’immediato successo de Le cinque chiavi del terrore (1965), a cui seguirono Il giardino delle torture (1967), La casa che grondava sangue (1971), Racconti dalla tomba (1972), La morte dietro il cancello (1972) e La bottega che vendeva la morte (1974), solo per citare i più celebri. Tutti figli del seminale Incubi notturni, che nel 1945 aveva gettato le basi per tanto horror a venire. Oggi, che l’horror a episodi non è più troppo in voga al cinema e appannaggio della serialità televisiva antologica, arriva sul grande schermo Ghost Stories, che si riallaccia proprio a quella tradizione tutta inglese del racconto d’atmosfera suddiviso in più storie raccolte da un unico filo conduttore e una cornice propedeutica al racconto.

Trasposizione dell’omonima pièce teatrale, che dal 2010 miete successi nei teatri di tutto il mondo, Ghost Stories porta in scena la vicenda del professor Goodman (Andy Nyman), esperto di paranormale e specializzato soprattutto nello smascherare truffe e imbrogli legati proprio al mondo ultraterreno. Un giorno, il celebre psicologo Charles Cameron, ormai ritiratosi dalle scene da anni, convoca Goodman per affidargli tre casi che lui non è riuscito a risolvere: un guardiano notturno testimone di un’apparizione spettrale in un edificio in ristrutturazione; un ragazzo rimasto in balia di una creatura misteriosa dopo averla investita con l’auto nel mezzo di un bosco; un agente di borsa entrato in contatto con un poltergeist nella sua abitazione. Lo scettiscismo di Goodman verrà messo a dura prova… così come quello dello spettatore più avvezzo a certo cinema di genere. Perché Ghost Stories è quel tipo di film che riesce a mettere in crisi chi ne deve scrivere, specialmente se si tratta di una persona che ha fatto il callo al genere horror.

Molto apprezzato dalla critica generalista, spesso con parole anche fin troppo entusiaste, Ghost Stories è il classico buon film che forse sarà maggiormente apprezzato da chi al genere horror è meno avvezzo, magari i più giovani o chi, comunque, non ha una grande esperienza con il cinema dell’orrore. Questo perché, nel suo complesso, il film scritto e diretto da Jeremy Dyson e Andy Nyman, autori anche della pièce teatrale, è un prodotto ben al di sopra della media del genere, con una confezione impeccabile, bravi attori, una scrittura attenta e quel leggero sense of humour tipicamente britannico. Solo che si tratta di un enorme déjà-vu.

Tutto sa di già visto, dalle atmosfere spettrali di alcuni luoghi all’iconografia di determinate scelte visive, ma anche le stesse storie raccontate richiamano alla mente immagini e suggestioni preesistenti, per non palare della storia che fa da cornice ai tre episodi e, soprattutto, al colpo di scena finale, visto e stravisto in una marea di film dello stesso genere, anche in tempi non troppo lontani. Insomma, un minestrone i cui singoli elementi sono indubbiamente di qualità, ma dal sapore fin troppo familiare allo spettatore.

Dei tre episodi, sicuramente il più accattivante è il secondo, in cui il giovane Alex Lawther, che abbiamo visto nella serie Netflix The End of the F***ing World, è intrappolato nella sua auto dopo aver investito quello che sembra essere un caprone parlante. Il giusto equilibrio tra paura e grottesco, con quel tocco di ironia ottimamente gestita e capace di stemperare una tensione che si taglia col coltello. Tensione che comunque non manca anche nel primo episodio, molto più banale nella messa in scena e nelle idee, ma capace di assestare un paio di suggestivi momenti di spavento davvero niente male. Meno ispirato l’ultimo episodio, di cui è protagonista Martin Freeman di Lo Hobbit, Sherlock e Black Panther, un ottimo attore che dà vita a un personaggio sfaccettato che riesce ad andare oltre l’episodio stesso per estendere i suoi tentacoli sulla vicenda personale del Prof. Goodman. E quello che convince meno è proprio il modo come Ghost Stories lega i tre racconti di fantasmi con il vissuto del protagonista, fatto di eventi traumatici e sorprese a cui non è difficile arrivare con buon anticipo dalla fine. Questo perché c’è quell’alone di pretestuoso che forse si sarebbe anche potuto evitare, dando alla storia un maggior tocco di semplicità ma anche più genuinità.

Non sarà dunque quel film geniale e sconvolgente che stanno cercando di vendervi, ma Ghost Stories è comunque un’opera che sa sparare con efficacia più di un proiettile, grazie anche a una bella e suggestiva colonna sonora di Frank Ilfman, perfettamente in linea con il sapore macabro e surreale del film.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Alcuni efficaci momenti di spavento.
  • Bravi attori.
  • Musiche adatte al contesto.
  • Sa un po’ tutto di già visto, a partire dall’epilogo.
  • Uno di quei casi in cui il colpo di scena si poteva evitare per rendere il prodotto più genuino.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Ghost Stories, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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