Ghost in the Shell, la recensione

Ci sono almeno due prodotti nell’immaginario collettivo che legano l’animazione giapponese con il genere fantascientifico distopico e cyberpunk, uno è Akira, l’altro è Ghost in the Shell. Entrambi sono tratti da manga, entrambi rielaborano un immaginario preesistente, soprattutto cinematografico, di nazionalità statunitense ed entrambi, a loro volta, hanno influenzato in maniera consistente il genere. Se Akira è stato più volte caldeggiato dalle majors per una trasposizione live-action senza averne ancora avuto una concretizzazione, diversamente è andato a Ghost in the Shell, che è diventato un film per la regia di Rupert Sanders.

Nato dalla matita di Masamune Shirow nel 1989, Ghost in the Shell ha assunto una grande celebrità nel 1995 quando è arrivato nei cinema di mezzo mondo l’anime diretto da Mamoru Oshii. Il grande successo ha dato origine a tre serie tv d’animazione, diversi videogames e anche un sequel, diretto sempre da Oshii nel 2004. L’idea di riportare Ghost in the Shell al cinema per una versione con attori in carne ed ossa è nata nel 2008, quando la Dreamworks ha acquistato i diritti di trasposizione del manga e dopo diversi rinvii e casting (si era pensato anche a Margot Robbie per il ruolo della protagonista), Ghost in the Shell trova finalmente attuazione sotto la direzione di Rupert Sanders e per il ruolo principale viene scelta Scarlett Johansson.

Sanders non ha una grande carriera alle spalle, ma gli è bastato un unico blockbuster, ovvero Biancaneve e il cacciatore, per convincere la Dreamworks ad affidargli il progetto. Non è stata una cattiva idea, col senno di poi, dal momento che una parte consistente della buona riuscita di Ghost in the Shell è proprio il lavoro svolto dal regista nella gestione generale delle non facili scene e nella direzione degli attori. A colpire maggiormente in questo adattamento è il potentissimo impianto visivo che dà vita a una metropoli futuristica incredibilmente suggestiva: una città multietnica che richiama architettonicamente quella già vista nell’anime ma si discosta il più possibile da Blade Runner, che era forse il pegno più evidente dell’opera di Shirow e, soprattutto, di Oshii. In Ghost in the Shell ci muoviamo in una città perennemente grigia e bagnata (anche se di fatto non vediamo quasi mai piovere), con ologrammi che campeggiano tra i grattacieli e un’evidente meccanicità delle strutture stradali e architettoniche. Ed è proprio il tema della macchina a gravare sull’intera rappresentazione di questo mondo, dove ogni persona è stata “alterata” da innesti meccanici che ne potenzia le abilità. Lo status di cyborg è routine, come nella nostra contemporaneità potrebbe essere farsi un tatuaggio.

In questo ambiente incredibilmente suggestivo si muove il Maggiore, primo essere cibernetico dotato di un cervello umano, che lavora per la Sezione 9, una particolare agenzia di polizia privata gestita dalla multinazionale Hanka Robotics e specializzata in terrorismo cibernetico. Un misterioso individuo, che si fa chiamare Kuze, sta uccidendo con l’utilizzo di robots o cyborg gli ingegneri della Hanka Robotics e il suo movente sembra sconosciuto. Sulle sue tracce c’è proprio la Sezione 9, con il Maggiore in prima linea, finché l’azione di Kuze comincia a far riaffiorare alcuni ricordi sopiti alla cyborg.

Le differenze tra Ghost in the Shell di Sanders e quello di Oshii sono tante e sostanziali da farne un’opera complementare piuttosto che sostitutiva. È come se il film si ambientasse nello stesso mondo dell’anime ma ne esplorasse aspetti differenti, che riprendono a grandi linee la storia e le tematiche per seguire poi una strada del tutto personale. A cominciare dalla sostanziale riscrittura del personaggio principale, che ha le fattezze perfette di Scarlett Johansson, una scelta felicissima che inizialmente aveva anche suscitato una ridicola polemica per whitewashing del prodotto. Guardando il film si capisce come ogni possibile dubbio, alla fine, viene risolto e il lavoro svolto dalla Johansson sulla caratterizzazione – soprattutto fisica e nelle movenze – è notevole.

In confronto all’immaginario giapponese – quindi manga e anime – il film di Ghost in the Shell svolge un processo di semplificazione e chiarificazione. I punti più ostici, ma se vogliamo anche più confusi, del materiale originale vengono qui risolti con spiegazioni chiare e semplificative che se da una parte sminuiscono la portata filosofica di un prodotto complesso come Ghost in the Shell, dall’altra lo rendono giustamente anche più fruibile alle grandi masse alle quali il film è indirizzato.

Magnifica la gestione dell’azione, con grandi scene coreografate con un ottimo gusto estetico e dalla presa spettacolare assicurata, spesso esaltate da un 3D mai invasivo ma adatto a sottolineare la bontà delle scenografie.

Ultima doverosa citazione va al grande Takeshi Kitano, che dona il suo marmoreo volto da cinema al capo della Sezione 9 e ha almeno una delle scene più memorabili del film, in cui sembra essere direttamente dentro una delle sue più rappresentative opere degli anni ’90.

Probabilmente incontrerà l’antipatia (in parte preventiva) dei fan più nerd dell’anime e del manga, ma Ghost in the Shell è un’opera dall’indubbio fascino e dal valore qualitativo non indifferente.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’aspetto visivo è innovativo e suggestivo.
  • Scarlett Johansson è stata un’ottima scelta.
  • Kitano è il personaggio più figo del film.
  • Tende a spiegare forse troppo.
  • La freddezza generale.. ma non è detto che sia un difetto!
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Ghost in the Shell, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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    One Response to Ghost in the Shell, la recensione

    1. Fulci Forever ha detto:

      Bella recensione, io la penso come te.
      Ho recuperato il film del 1995 in vista di questo, ma non mi ha entusiasmato allo stesso modo.
      Kitano mitico, considera che lo conosco solo per il prof di Battle Royale.

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      Valutazione: 5.0/5 (su un totale di 1 voto)
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