Green Book, la recensione

L’industria cinematografica hollywoodiana sta attraversando un periodo molto importante: sta documentando il raggiungimento di una parità razziale che mai come oggi era stata così sotto i riflettori, additata al mainstream, celebrata, premiata e promossa. Ne sono testimoni il successo e le posizioni di potere di molti registi, produttori, sceneggiatori e attori afroamericani e lo sono anche tanti film che parlano di razzismo e integrazione, anche quando a dirigerli sono dei bianchi. È il caso di Green Book, che vede al timone Peter Farrelly, vecchia conoscenza della miglior commedia scorretta made in USA, un’avventura on the road con le dinamiche del buddy movie che racconta la vera storia di un’amicizia che è riuscita a scardinare quell’ottusa coltre di razzismo oscurantista che permeava la sociètà americana degli anni ’60.

Ispirato alle vite del musicista Don Shirley e dell’attore Frank Anthony Vallelonga (noto come Tony Lip), Green Book racconta l’incontro e la nascita dell’amicizia tra i due. Ambientato nella New York degli anni ’60, il film ci introduce il personaggio di Tony Lip nel momento in cui è in pausa forzata come buttafuori del Capocabana a causa della chiusura stagionale del noto locale. Alla ricerca di un lavoro che lo possa tenere tenere impegnato per i prossimi mesi, l’italoamericano con la passione per il cibo e una sottile vena razzista, viene convocato dal musicista Don Shirley per proporgli un lavoro da autista. Il Don Shirley Trio, infatti, dovrà fare un tour nel profondo sud del Paese per i prossimi due mesi e il noto pianista ha bisogno di qualcuno che oltre a scorrazzarlo di città in città possa anche badare a lui e difenderlo in caso di difficoltà. Eh si, perché Don Shirley è nero e il tour si svolgerà nella porzione degli Stati Uniti più profondamente razzista, dove vigono ancora leggi razziali che impediscono ai neri di circolare liberamente dopo il tramonto e utilizzare gli stessi spazi dei bianchi. Dopo un iniziale tentennamento, Tony decide di prendere seriamente in considerazione la proposta di lavoro (alzando il suo compenso) e questa sarà l’occasione per entrambi per diventare delle persone migliori.

Quello che fa di Green Book un film bellissimo e incredibilmente riuscito è la felice sinergia di molti fattori, a cominciare da un duo di attori perfetto, dall’indubbia chimica, che rende appassionate, divertente e credibile una storia che di fatto è quanto di più classico possa esserci. La sceneggiatura di Brian Hayes Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga (figlio del vero Tony Lip) adatta una storia realmente accaduta alle esigenze del grande cinema d’avventura in cui toni dolci e amari si susseguono per perseguire l’obiettivo di una crescita caratteriale nei protagonisti. Green Book è cinema molto classico, ci sono echi della Hollywood che percorre il trentennio 50-80, c’è tutta una costruzione on the road che sembra essere sempre una garanzia di ritmo, e c’è la dinamica da buddy movie tra i due protagonisti che non avrebbe sfigurato in un poliziesco di quelli che hanno proliferato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Un’alternanza tra elementi che sembra quasi un valzer, tanto è elegante e ben gestito questo mix di suggestioni narrative che trova in ogni occasione la perfetta quadratura del cerchio.

Ma dicevamo degli attori, due protagonisti giganteschi, Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Il primo dà a Tony Lip una caratterizzazione magnifica, uno spaccone dal cuore d’oro estimatore della cucina più godereccia, ignorante e legatissimo alla famiglia, razzista si ma solo perché la società in cui vive rende questo la normalità. Il Don Shirley di Mahershala Ali è l’esatto opposto: elegante, colto, fragile, complesso, apparentemente rassegnato alla discriminazione razziale di cui è costantemente oggetto ma con un grande e nobile piano. Entrambi i personaggi hanno modo di imparare da questo tour, dalla presenza dell’uno nella vita dell’altro, per comprendere come l’umiltà, la generosità e la collaborazione possano essere delle armi potentissime per combattere il pregiudizio.

Green Book è sicuramente un film facile nei temi che sceglie di trattare e lo fa in modo tale da piacere a chiunque, indistintamente da età, sesso ed etnia. Ma è un film che questa facilità sa gestirla a meraviglia evitando sempre e comunque di scadere nella banalità, nel patetismo e nella lezioncina morale che poteva essere inevitabilmente dietro l’angolo. In questo contribuisce anche l’ottimo mestiere di Peter Farrelly che ha esplorato in quasi tutti i film che ha diretto insieme al fratello Bobby il concetto di diversità, spesso unendolo sagacemente alla scorrettezza e al cattivo gusto. Qui non ci sono quegli eccessi per cui il suo cinema è famoso, ma c’è una padronanza delle tematiche tale sa rendere naturale qualsiasi svolta narrativa che in un altro prodotto mainstream avrebbe assunto un sapore sicuramente più zuccheroso.

Green Book è candidato a 5 premi Oscar, tra cui miglior film, migliori attori e migliore sceneggiatura, e tra i molti prodotti che quest’anno vanno ad esplorare i confini della differenza di razza è quello che si muove nel modo più classico e, paradossalmente, meritevole proprio perché capace di parlare a tutti.

Un’ultima cosa! Il titolo del film fa riferimento a quelle guide cartacee che raccoglievano tutti i posti in cui gli afroamericani erano graditi, dagli hotel alle tavole calde, indispensabile per un nero che non voleva incappare in situazioni di sicura discriminazione.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Green Book è l’esempio di come oggi si possa scrivere un’ottima sceneggiatura di stampo classico.
  • Viggo Mortensen e Mahershala Ali sono fantastici.
  • Nonostante la durata, il film ha un ritmo costante.
  • Si esce dal cinema di buon umore.
  • È pur sempre un film di buoni sentimenti che cerca di piacere a qualsiasi tipo di pubblico. Questo non è essenzialmente un “contro”, ma sicuramente imbocca una strada facile.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Green Book, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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