Hellboy, la recensione

In un momento storico come questo, in cui il cinecomic è stato eletto a nuovo rappresentante dell’intrattenimento cinematografico (e televisivo), con miriadi di produzioni che adattano anche la più sconosciuta graphic novel, è abbastanza ovvio che tornasse sul grande schermo anche Hellboy, uno dei personaggi più originali e carismatici mai comparsi su carta stampata.

Creato nel 1993 da Mike Mignola e già portato sul grande schermo da Guillermo Del Toro nel 2004 e nel 2008, Hellboy guadagna oggi un nuovo adattamento cinematografico che è anche un vero e proprio reboot in confronto a quanto fatto da Del Toro nel dittico interpretato da Ron Perlman. Questa volta dietro la macchina da presa è stato chiamato Neil Marshall, grande artigiano di fantastici b-movie fanta-orrorifici del calibro di Dog Soldiers, The Descent e Doomsday. Un reboot che sulla carta suonava alquanto bene e che, a film pronto e confezionato, mostra scoperta la guardia a causa di vistosi problemi produttivi.

Ma andiamo per ordire.

In origine doveva esserci un Hellboy 3, fortemente voluto da Guillermo Del Toro per dare una chiusura alla sua saga che era stata pensata come trilogia; ma Hellboy: The Golden Army non aveva performato granché bene ai botteghini mondiali, nonostante il grande apprezzamento critico generale, tanto che la produzione negò al regista il budget (molto alto, a quanto pare) necessario per dar vita all’ultimo film. La pignoleria del regista messicano e il suo costante impegno in altri progetti, che l’hanno portato fino alla vittoria agli Oscar, ha fatto si che il suo Hellboy 3 fosse definitivamente cancellato e la Lawrence Gordon Production tornasse alla ricerca di partner per continuare a trasporre il fumetto di Mike Mignola. Un percorso abbastanza tortuoso che ha condotto alla Millennium Films – quella de I Mercenari e Attacco al potere, per intenderci – a un vero e proprio reboot del franchise nel 2017 con David Harbour come nuovo interprete sotto il pesante trucco del protagonista e un budget decisamente più contenuto, circa 50 milioni di dollari (contro gli 85 di The Golden Army e i 67 del primo Hellboy). A questo scopo ha giocato bene la scelta di Neil Marshall, abituato a lavorare con esigui budget (Hellboy è tutt’ora il suo film più costoso) che sa massimizzare al meglio con opere comunque spettacolari, oltre che ormai celebre per il gusto splatter, elemento fondamentale per il rilancio del franchise di Hellboy per un pubblico più adulto e horror-oriented, quindi più fedele al fumetto d’origine. E così è stato!

Lo sceneggiatore Andrew Cosby, affiancato nelle prime stesure dallo stesso Mignola, ha adattato la miniserie del 2008 La caccia selvaggia, uno dei picchi qualitativi di tutta la storia editoriale del ragazzone infernale, otto volumi che oltre a portare in scena alcuni personaggi memorabili, si avventura in rivelazioni importanti sul passato di Hellboy.

Il film ci racconta un Hellboy, Red per gli amici, immerso nella quotidianità del suo lavoro come agente di punta del Bureau of Paranormal Research and Defense (BPRD), finché viene mandato da suo padre in missione a Londra e la sua strada si incontra con quella di Nimue, potentissima strega del V secolo, conosciuta come Regina Di Sangue e sconfitta da Re Artù in persona che la fece a pezzi e ne nascose le membra in tanti scrigni custoditi in luoghi sicuri. Ai giorni nostri, il changeling Gruagach sta tentando di resuscitare Nimue favorendo così l’ascesa delle Tenebre sulla Terra e solo Hellboy sembra in grado di impedirlo, ma a caro prezzo…

Minato da continui problemi durante la lavorazione, che ha visto frequenti divergenze tra produttori e regista, con licenziamenti di membri della crew e riscritture in corsa dello script, Hellboy si presenta al pubblico come violento e spettacolare giocattolone non privo di macroscopici difetti.

Di base l’Hellboy di Neil Marshall è molto più vicino alla base fumettistica da cui attinge trovando nell’esaltazione di un’estetica creepy e ultra-violenta un segno distintivo molto importante; allo stesso tempo, però, se lo spettatore conosce già il diabolico eroe rosso per i film di Del Toro, è impossibile non notare un notevole passo indietro artistico. Se i film di Del Toro erano fiabe gotiche visivamente ricercate e intrise di humour, il film di Marshall è un grosso b-movie che punta diritto allo stomaco e si prende più sul serio. Una correzione del tiro, a modo suo, anche legittima perché mostra la grande personalità di due autori e una precisa voglia di dare allo spettatore una versione più fedele di un’opera ormai sdoganata, ma anche un probabile K.O. al botteghino che difficilmente troverà appeal per un pubblico non alfabetizzato al mondo di Mignola, come invece potevano esserlo i due film di Del Toro, decisamente più “accessibili” ai profani.

Insomma, Marshall parla principalmente ai fan della “Mano destra del Destino” relegando a un rapidissimo flashback la nascita di Hellboy e introducendo con una certa velocità comprimari di spessore come la medium Alice Monaghan (che ha il volto di Sasha Lane) e il giaguaro mannaro Ben Daimio (Daniel Dae Kim). L’interesse primario è l’azione: un’azione vorticosa e violentissima, con fiotti di sangue, smembramenti, amputazioni in bella vista e ogni tipo di creatura raccapricciante che possiate immaginare. Questa particolare propensione per l’aspetto action-horror dà vita a momenti decisamente memorabili come la lunghissima sequenza, quasi tutta in piano sequenza, dello scontro con i giganti, la cattivissima apocalisse finale tra le strade di Londra e, soprattutto, l’inquietante e onirica sequenza nella casa di Baba Yaga, a base di cannibalismo e impressionanti creature snodate.

La sensazione generale, però, è che ci sia davvero tanta carne al fuoco con troppi personaggi importanti, molte scene madri e una sostanziale corsa narrativa che non dà modo allo spettatore di assimilare tutti gli aspetti di una storia per nulla semplice. Il gran villain del film, per esempio, la Regina di Sangue Nimue, interpretata da una splendida Milla Jovovich, non riesce ad avere quello sviluppo necessario per risultare temibile come dovrebbe e si ricorda più per la presenza scenica dell’attrice che per il reale carisma di un personaggio attorno al quale dovrebbe gravare tutta la vicenda.

Convince David Harbour nel ruolo di Hellboy, meno riconoscibile di Ron Perlman e più al servizio del personaggio chiamato a interpretare, ma dal look grintoso che mescola efficacemente raccapriccio e “badassery”. Così come convince in pieno l’aspetto di tutte le creature che compaiono nel film (un lavoro di creature design magnifico!): dalla realmente spaventosa Baba Yaga a Gruagach il facocero umanoide. Non sempre, però, convince la CGI utilizzata che in alcuni punti ha quel sapore di cattiva fusione con gli elementi dal vero che dice la verità sui mezzi produttivi non all’altezza dell’operazione.

Il nuovo Hellboy va quindi assunto con le dovute precauzioni. Se siete fan del fumetto probabilmente rimarrete molto più soddisfatti di uno spettatore occasionale, che al contrario potrebbe patire la confusione narrativa di cui questo film è colpevole; allo stesso tempo, se cercate un passatempo violento e splatter avrete con Hellboy pane per i vostri denti, visto che si avvicina al genere horror molto più di quello che la campagna marketing potrebbe farci credere.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Il look delle creature è magnifico.
  • Siamo molto vicini alle atmosfere del fumetto.
  • In quanto a violenza e splatter c’è da sfregarsi le mani!
  • Troppa carne al fuoco, con il risultato che la storia si fa confusa e i personaggi poco sviluppati.
  • La qualità della computer grafica non è all’altezza dell’ambizione di alcune scene.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Hellboy, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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