I bambini di Cold Rock, la recensione

Cold Rock è un’ex cittadina mineraria nello Stato di Washington. In paese succedono cose strane, scompaiono bambini e la leggenda vuole che la colpa sia dell’Uomo Alto, una presenza sinistra che si aggira di notte tra le case per rapire i bambini portandoli nei boschi. Julia Denning, il medico del luogo, non crede a queste superstizioni ma una notte viene svegliata da strani rumori che provengono dal soggiorno e si imbatte in un’inquietante figura scura e alta che porta con se suo figlio David. La donna si precipita all’inseguimento del rapitore che carica il bambino su un furgone: per Julia è appena cominciato un incubo terribile!

Pascal Laugier è uno dei nomi di spicco del moderno horror francese, fattosi notare soprattutto per il sorprendente Martyrs, che tanto scandalo ha destato in ogni dove. Finché Laugier è stato chiamato a dirigere il suo primo film in lingua inglese, una produzione americana che ha nel cast un nome di spicco come Jessica Biel.

Era già da un po’ che circolava nell’aria l’esordio americano di questo regista e tra prodotti personali (lo sfumato Details) e marchette di classe (l’altrettanto sfumato remake di Hellraiser), Laugier alla fine si è fatto conoscere su suolo statunitense con un film che è una sorta di compromesso tra le due tipologie di operazione, con una propensione verso l’opera personale.

A sentire il regista, I bambini di Cold Rock è una sceneggiatura che aveva nel cassetto dal 2005, mai presentata perché a suo parere imperfetta, finché ha trovato quel quid che l’ha portato al perfezionamento di alcuni dettagli e il coraggio di sottoporlo ad alcune società di produzione, che l’hanno prontamente promosso. Nasce così I bambini di Cold Rock (The Tall Man, in originale), un intenso e originale thriller che riesce a sorprendere in più di un’occasione.

Quel che convince maggiormente di questo film è la capacità di tenere desta l’attenzione dello spettatore in maniera costante, riuscendo a sorprendere con una serie di colpi di scena e cambi di prospettiva che trasformano il film in itinere. Questo accadeva anche in Martyrs, dove si riusciva a cambiar registro almeno tre volte durante l’intera durata del film, regola prontamente rispettata ne I bambini di Cold Rock.

La premessa iniziale, che potrebbe accomunare questo film a molti altri che hanno come antagonisti boogeymen vari, viene ben presto messa in ombra dal dramma di una donna che perde il proprio figlio in circostanze del tutto misteriose. C’è una leggenda in paese che sembra tanto la classica storia che si racconta ai bambini per limitare la loro voglia di emancipazione, ma c’è anche l’ombra di un orco che forse ai bambini fa cose indicibili. Ovviamente la soluzione è quanto di meno banale si possa immaginare e riesce – anche in ordine ai su citati cambi di prospettiva e cifra stilistica – a rendere questo film particolarmente avvincente e originale.

Poi si nota una continuità tematica con i precedenti film di Laugier che riesce a confermare lo status autoriale di questo regista. In Saint Ange, esordio nel lungo di Laugier, tutto ruotava attorno a un orfanotrofio in ristrutturazione, alla giovane donna delle pulizie incinta e ai fantasmi dei bambini che infestavano bonariamente il luogo. Ne I bambini di Cold Rock anche si esplora la dimensione infantile, violata, violentata e resa inoffensiva proprio come accadeva alle anime inquiete degli ospiti di Saint Ange. Mentre da Martyrs si coglie la dimensione olistica del male e una sottile critica alla società borghese, che per suo stesso status ha il potere di tirare le fila del mondo, di plasmare la società secondo i suoi dettami.

Insomma, I bambini di Cold Rock è un film che colpisce, ma è anche un film che tra un colpo di genio e l’altro presenta qualche difetto che ne ridimensiona l’entusiasmo dello spettatore. Innanzitutto, si notano alcune incongruenze nel comportamento dei personaggi che emergono soprattutto a carte svelate, mostrando la difficoltà a giustificare alcune scelte di sceneggiatura ad effetto. Poi il finale, per quanto azzeccato e suggestivo, presenta un’eccessiva dilatazione con forse troppe parentesi che ne sminuiscono l’efficacia.

Molto brava Jessica Biel (anche produttrice del film) nel ruolo della protagonista, una donna coraggiosa e pronta a lottare per i propri principi; accanto a lei Jodelle Ferland, ormai cresciuta ragazzina di tanti horror (Silent Hill; Seed; Case 39) qui alle prese con un personaggio disturbato, una ragazza muta che vive in condizioni disagiate e desidera incontrare l’Uomo Alto. In un ruolo di contorno anche Stephen McHattie (Watchmen; Immortals), che interpreta il tenete Dodd che si occupa del caso dei bambini scomparsi.

Quando un regista europeo (spesso proprio francese) viene chiamato a dirigere un film negli Stati Uniti non c’è da stare allegri… non tutti si chiamano Alexandre Aja che con Le colline hanno gli occhi ha tenuto alta la bandiera rossa bianca e blu, piuttosto si hanno frequenti casi in cui i risultati sono insipidi polpettoni che sanno di già visto. Basti pensare a David Moreau e Xavier Palud che da Them passano al remake di The Eye, a Eric Valette che dopo Malefique si trova a dirigere Chiamata senza risposta oppure Xavier Gens che da Frontiers va a Hitman – L’assassino. Laugier, invece, se l’è cavata egregiamente e con I bambini di Cold Rock è riuscito a portare avanti un discorso molto personale iniziato con Martyrs e con alcuni rimandi a Saint Ange.

Insomma, I bambini di Cold Rock è un film di Pascal Laugier, questo possiamo affermarlo senza alcun dubbio, e ad eccezione di qualche lungaggine e imperfezione di sceneggiatura, ci troviamo di fonte a un bel film che riesce a catturare l’attenzione.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una storia che sa sorprendere con imprevedibili svolte narrative.
  • Jessica Biel è una protagonista intensa e credibile.
  • Troviamo diversi richiami ai precedenti lavori di Laugier che confermano un percorso molto coerente dell’autore francese.
  • Qualche lungaggine nell’epilogo che mostrano la presenza di alcuni buchi di sceneggiatura.
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