Il sacrificio del cervo sacro, la recensione

Dopo il successo di The Lobster, Yorgos Lanthimos torna a dirigere Colin Farrell in un nuovo potente dramma familiare a forti tinte horror (sebbene da un certo momento in poi la trama verta decisamente su questo genere).

Nei credits de Il Sacrificio del Cervo Sacro (The Killing of a Sacred Deer) troviamo inoltre il fedele Efthymis Filippou che col regista greco firma la sceneggiatura premiata al Festival di Cannes 2017 (in ex aequo con quella di A Beautiful Day di Lynne Ramsay).

Messo da parte il futuro distopico ed estremista di The Lobster, Lanthimos torna al nucleo familiare, il topos già protagonista di Dogtooth, l’opera che lo consacrò come autore internazionale grazie anche ad una nomination all’Oscar per il miglior film straniero.

La famiglia quindi è ancora una volta quella rispettabile (ma stavolta più appagante) di estrazione borghese e fondata su un pater, non più padrone e severo ma carismatico e venerato dai consanguinei con una devozione quasi tribale.

Steven Murphy è uno stimato chirurgo che conduce una tranquilla e soddisfacente esistenza in una ridente villetta insieme ai suoi cari: sua moglie Anna, oftalmologa, e i figli Kim e Bob.

Da qualche tempo Steven ha iniziato a frequentare il misterioso Martin, un ragazzo rimasto da poco orfano di padre che il medico vede di nascosto ai familiari.

Il legame tra i due, inizialmente poco chiaro, fila liscio tra pomeriggi passati insieme, generosi regali consolatori elargiti dall’uomo e programmate visite alla madre di Martin. Un rapporto che sembrerebbe inoltre regolato da un patto tacito e in fondo iniquo in cui soltanto Steven ha accesso alla vita privata di Martin (e non il contrario) e la posizione di potere sembrerebbe quindi obbedire ad una rigida e consolidata gerarchia sociale.

Quanto a Martin, apparentemente sembrerebbe che il ragazzo stia operando un transfert in grado di compensare il vuoto lasciato dalla scomparsa figura paterna. Eppure l’interesse morboso che nutre nei confronti del chirurgo cresce a dismisura ed assume sempre più la forma di un vero e proprio stalking.

Il ragazzo inizia quindi a visitarlo nell’orario di lavoro e valica infine la porta della famiglia Murphy. Un ingresso che però non sarà privo di conseguenze e che stravolgerà il solido equilibrio dell’universo di Steven.

In seguito alla visita di Martin, un virus misterioso e mortale colpisce prima il piccolo Bob e si diffonde poi rapidamente all’interno del gruppo di famiglia (ritratto perlopiù in un interno).

Una morte ingiusta e inutile, quella del padre di Martin, pesa infatti sulla coscienza di Steven. Il debito deve essere pagato e Martin metterà quindi il medico di fronte ad una drammatica scelta: uccidere uno dei suoi cari per non perderli tutti e tre.

Se in un ottimo film di Almodóvar, La pelle che abito, avevamo un rapporto ambiguo tra due personaggi che traeva origine da un amplesso indesiderato e che poteva essere risolto soltanto attraverso la soggiogazione sessuale, qui il parametro risolutivo è dato dalla morte, ma ancor di più dalla scelta. Una morte provocata involontariamente può essere giustificata da una presa di coscienza che può avvenire soltanto con la scelta.

Ne Il Sacrificio del Cervo Sacro Lanthimos incrocia quindi la tragedia greca con l’horror psicologico lavorando innanzitutto sul senso di colpa (rimosso) del personaggio magistralmente interpretato da Farrell (che ha per partner una Nicole Kidman evidentemente in vena di echi kubrickiani). Il sovrano giusto e saggio non è più inattaccabile, ma viene punito per i suoi stessi valori (forse non sempre rispettati) e nel più crudele dei modi.

Ciò che colpisce in questo film è innanzitutto il ruolo del personaggio di Steve, innocente e inquietante quanto la piccola Eve di Happy End di Michael Haneke. Il ragazzo non sembra agire in nome di una cieca e rabbiosa vendetta quanto piuttosto nell’ottica di un lucido disegno fai da te in grado di restaurare gli equilibri minacciati.

In un universo dove la rispettabilità ha la meglio sulla giustizia, Martin non trova altra via che applicare la vecchia legge del taglione (una vita per una vita, quindi), l’unica in grado di essere freddamente equa e di cancellare qualsiasi subalternità.

Giustizia super partes quindi? Assolutamente no. Perché Martin comunque ci gode nella visione di questo macabro spettacolo di disgregazione del nucleo familiare che di fatto coincide con il trionfo del suo pessimismo. Eppure tutto questo deve accadere perché la colpa sia riparata e sia possibile una riappacificazione.

Ne Il Sacrificio del Cervo Sacro Lanthimos gioca con le diverse dinamiche ancestrali che il soggetto gli offre sotto il filtro di una latente accusa alla società contemporanea (la giustizia fa sempre il suo corso? Le colpe vengono sempre riparate?). Ma lo sguardo del regista è lucido e sempre distante, anaffettivo nei confronti dei suoi stessi personaggi, forse tutti da condannare. Per questo Lanthimos sceglie di non rivelarne affatto alcuni importanti dettagli che forse renderebbero la trama meno ostica ma che lo porterebbero a tradire i suoi intenti di partenza. E la sua stessa cifra stilistica, espressa prevalentemente in campi lunghi e in lente e ansiogene carrellate, sembra sancire questa presa di posizione neutra.

La carne sul fuoco è davvero tanta e non è solo quella del cervo da sacrificare, metafora di una generazione macchiata dall’hybris, ma anche quella dei corpi che abbondano nell’intero film: striscianti, pallidi e privi di vita o sinuosi e sensuali. Perché Martin non agisce in nome di una giustizia astratta e ideale, ma concreta e materialista.

Ma la carne sul fuoco è anche quella degli eccessi stilistici di cui si arma l’ispirato regista che possono talvolta appesantire la materia visiva. Tuttavia, glielo si perdona perché riesce a muoversi in maniera fluida e lineare all’interno di luoghi freddi e angoscianti lasciando ben poco spazio all’imperfezione.

Claudio Rugiero

PRO CONTRO
  • Una formula stilistica coraggiosa e ambiziosa
  • Un cast interessante in grado di cimentarsi in prove attoriali apparentemente fuori dalle corde degli interpreti.
  • Una regista ispirato al lavoro su una materia filmica difficile ma perfettamente riuscita.
  • Atmosfere dense e pesanti possono rendere la visione talvolta ostica.

 

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