Il Traditore, la recensione

L’ultima fatica del pluripremiato regista Marco Bellocchio, che vede Pierfrancesco Favino nei panni del ‘boss dei due mondi’ Tommaso Buscetta, si è fatta positivamente notare sulla croisette, dove è stata presentata in concorso. Il cineasta di Bobbio, dopo Buongiorno, notte e Vincere, decide ancora una volta di fare oggetto della propria cinematografia la nostra identità storica e politica. Il traditore racconta pagine agghiaccianti e sanguinose della recente storia del nostro Paese, concentrandosi su una figura tanto cruciale quanto controversa.

Il film, coprendo un arco temporale di oltre vent’anni, si apre nel periodo d’oro della mafia corleonese, passa per l’arresto di Buscetta in Brasile e per il Maxiprocesso di Palermo e giunge all’arresto di Totò Riina e agli sviluppi successivi. Punto focale di ogni snodo narrativo è la vicenda pubblica e privata di Buscetta: soldato semplice di Cosa Nostra e, poi, collaboratore di giustizia al fianco di Giovanni Falcone. Agli occhi dei mafiosi, pertanto, ‘Masino’ non è che uno sporco traditore.

Sono due le constatazioni inopinabili dopo la visione. La prima è che Pierfrancesco Favino si conferma uno degli interpreti più talentuosi e versatili dei giorni nostri. Il suo trasformismo è eccezionale, tanto dal punto di vista linguistico che mimetico. Del resto, l’attore romano era riuscito a farsi notare anche in una commedia insulsa come Chi m’ha visto (2017), in cui si cimentava con un perfetto accento pugliese. In questo caso, con l’asticella più alta che mai, regala una performance assolutamente perfetta e un ritratto umano ricchissimo di sfumature.

Lo spettatore, sin dalle primissime sequenze, s’immergerà completamente e con naturalezza nel mondo interiore del protagonista e, con sua stessa sorpresa, potrebbe persino sentirsi in sintonia con lui. Se il suo sguardo enigmatico disorienta e incuriosisce, il narcisismo mai ostentato eppure evidente gli conferisce un velo d’ironia e quelle mezze verità confessate, che celano più di quanto sembri, si fanno spie di una mente brillante e machiavellica.

L’aspetto più interessante della pellicola, prevedibilmente, risiede proprio nella contraddittoria e sfuggente caratterizzazione di Buscetta. Egli è l’uomo d’onore che crede lucidamente nelle proprie motivazioni (lo vediamo nelle sequenze relative all’interrogatorio con Falcone); è un padre devastato dal dolore per la morte violenta dei propri figli; è un criminale senza possibilità di redenzione. Bellocchio e Favino hanno conferito al ‘loro’ Don Masino indiscusso spessore, scrivendo un ruolo che difficilmente si dimenticherà, e  il pubblico, complice una solida messa in scena, avrà modo di riflettere su ciò che questo ‘piccolo uomo’ ha rappresentato nella lotta contro la mafia.

Ma veniamo alla seconda questione cui si accennava poco sopra. È sufficiente una monumentale figura magistralmente interpretata a fare di un film un buon prodotto? Il traditore, a livello diegetico, non è che la trasposizione di arcinoti fatti di cronaca, visti e rivisiti su grande e piccolo schermo. Inoltre, si ricorre spesso e volentieri a scritte in sovrimpressione per contestualizzare flashback o dare un nome ai volti. Questo reiterato e didascalico espediente finisce per disturbare l’immedesimazione e scuotere bruscamente lo spettatore di quell’incubo tentacolare. Quando la regia ci mette del proprio, lo fa in maniera piuttosto banale e ridondante. Ad esempio quando, attraverso il montaggio alternato, associa la prigionia degli esponenti di Cosa Nostra alla cattività di feroci animali selvaggi.

C’è da dire, tuttavia, che la scrittura non ricerca mai la spettacolarizzazione della violenza o della sofferenza. In questo risiede un potenziale appiglio emozionale che mitiga i limiti del lungometraggio. Bellocchio mostra la verità pura e semplice, e questa è talmente drammatica ed efferata che è sufficiente a provocare disgusto e sgomento. In qualche caso, basta un primo piano a centrare il bersaglio. Si veda l’abilità di un altro interprete, il siciliano Fabrizio Ferracane, magnetico e raggelante nel prestare il volto a Pippo Calò, il cosiddetto ‘cassiere’ di Cosa Nostra. Si distingue anche Luigi Lo Cascio, imprescindibile alfiere dei film sulla criminalità, nei panni di un altro celebre pentito: Totuccio Contorno.

In conclusione, Il traditore ripropone senza guizzi narrativi né stilistici tragiche tappe del passato politico italiano senza mai davvero trascendere i confini della mera enunciazione. È sicuramente importante continuare a far conoscere e non dimenticare ciò che la mafia ha ineluttabilmente distrutto e dissacrato ma, forse, sarebbe il caso di aggiornare il linguaggio o contribuire con un punto di vista più nitido. Tuttavia, grazie a un cast in forma smagliante e, soprattutto, a un interprete principale mai così carismatico, abbiamo l’impressione che il film non smetterà tanto presto di far parlare di sé.

Chiara Carnà

PRO CONTRO
  • Pierfrancesco Favino interpreta magistralmente un ruolo complesso e di grande spessore.
  • Il cast, complessivamente affiatato e talentuoso.
  • Messa in scena coerente e scrittura agile.
  • Narrativamente, Il Traditore non è che la didascalica enunciazione di arcinoti fatti di cronaca.
  • Si percepisce la mancanza di un vero e proprio punto di vista e, avendo alla regia un autore come Bellocchio, questo pesa ancora di più.
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Il Traditore, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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