Insatiable: la dissacrazione degli anni ’90

Cosa ha fatto di male Insatiable, la serie tv Netflix scritta da Lauren Gussis e distribuita il 10 agosto 2018, per meritarsi una petizione su Charge.org, con 250.000 firme raccolte, che ne chiedeva la chiusura immediata?

Cosa mai può spaventare la generazione che con trepidazione aspetta le prossime stagioni de Il Trono di Spade e The Walking Dead? Ve lo dico io: il trash delle pellicole per adolescenti degli anni ’90.

Perché Insatiable non è altro che questo: lo spregiudicato scimmiottamento in salsa “millenials” di tutta la filmografia fine anni ’80-‘90 che i trentenni di oggi conservano nelle VHS in cantina; eh sì, sto parlando anche di Schegge di follia e Breakfast Club.

Ripercorriamo insieme questo viaggio nell’epoca ante smartphone: Patty Blondel, ribattezzata “Maiale Patty” (“Fatty Patty” nella versione originale) è un’adolescente sovrappeso che, dopo aver preso un pugno in faccia da un barbone col quale si litigava una barretta di cioccolato, si è slogata la mascella ed è così costretta a una dieta liquida che le fa perdere trenta chili in soli tre mesi.

Dovendo difendersi in tribunale dall’accusa di aggressione mossale dal suddetto barbone, ricorre all’avvocato Bob Armostrong Jr. che, da ex consulente di bellezza fallito, vede in lei e nel suo nuovo bellissimo aspetto un modo per risalire alla ribalta. Affiancata da Bob e dalla sua migliore amica Nonnie, Patty decide di far conoscere la nuova sé stessa al mondo partecipando a concorsi di bellezza e dunque riprendersi la rivincita su tutti coloro che l’avevano fatta sentire inadeguata.

Non mancano né gli interessi amorosi (il belloccio popolare figlio del suo Pigmalione Bob; il bad boy tenebroso figlio del pastore della chiesa della città) né le rivali per le gare (c’è la reginetta di bellezza storica, Magnolia, figlia dell’acerrimo rivale di Bob; ma abbiamo anche la perfida e spregiudicata Dixie, figlia di Regina Sinclair, colei che ha rovinato la carriera di Bob con l’accusa di molestie sessuali) ma non sono questi i veri problemi per Patty e per Bob: entrambi dovranno affrontare i propri demoni interni e uscire dal vortice delle insicurezze che li ha attanagliati per tutta la vita.

Fin qua la serie sembra abbastanza “vintage” e, diciamolo, anche colma di fat-shaming, buonismo spicciolo e frivolezza; e invece no, basta dare uno sguardo attento allo stile e ai toni perché si veda tutta la geniale parodia del prodotto: perché Patty, Bob e Nonnie, proprio loro, i protagonisti, non sono delle belle persone; più il gioco si fa duro e più combinano guai, facendo sembrare i “cattivi” come delle macchiette da soap opera trash.

L’impronta dell’ecclettico regista Andrew Fleming (A Modern Family, Vivere nel terrore) è evidente:  se i primi sei episodi motteggiano in stile commedia camp (sì, insomma, della serie “Sono esagerato e lo so”), gli ultimi discendono sempre più, volutamente, nel grottesco da horror estivo di basso budget.

Una standing ovation per l’interpretazione di Dallas Roberts e del suo ambiguissimo Bob, in conflitto perenne con Bob Barnard (Christopher Gorham , esatto l’Harrison di Popular: un nome, una garanzia), e la propria moglie, l’arrivista Coralee (Alyssa Milano). La protagonista, interpretata dalla giovane Debby Ryan, ancora non riesce del tutto a bucare lo schermo e focalizzare l’attenzione dello spettatore su sé stessa e la sua vicenda, come invece riescono a fare personaggi secondari quali Nonnie (Kimmy Shields) e l’indimenticabile Dixie (Irene Choi), tanto pacchiana da essere indispensabile.

Nel marasma tematico della serie vengono trattati, oltre ai problemi inerenti all’auto-accettazione ( body positive, fluidità sessuale), i vari conflitti familiari (rapporto padre-figlio; padre-figlia, padre inesistente, madri degeneri) tipici del target a cui si vuole fare riferimento.

Tirando le somme: Insatiable non è di certo il capolavoro di cinismo dell’anno, ma nemmeno il Satana fatto pellicola da cui dobbiamo proteggere i nostri ragazzi; è una critica a quel positivismo assoluto, a quel “Ce la devo fare per forza” che ci è stato inculcato e che le nuove politiche pedagogiche stanno combattendo con il positivismo del “Lo faccio perché mi fa stare bene”.

Ilaria Condemi de Felice

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