Justice League, la recensione

La strada che la Warner Bros e la DC Comics hanno intrapreso per giungere a Justice League è sicuramente la più tortuosa e dissestata. Arrivare a un film corale senza aver avuto modo di presentare i personaggi che ne avrebbero fatto parte è sicuramente una scelta impopolare e votata alla complicazione dei propri fini, per di più le innumerevoli critiche negative all’operato pregresso hanno fatto si che si cambiasse stile di film in film fino ad arrivare a quella che, forse, è la dimensione ultima del DC Extendend Universe. Insomma, realizzare Justice League è stato un parto pieno di complicazioni che, per forza di cose, sono destinate a riflettersi sulla qualità finale del prodotto.

E così, come era facile aspettarsi, Justice League è un Frankenstein, un prodotto palesemente figlio di mille compromessi, di innumerevoli rimaneggiamenti che ne fanno un’opera schizofrenica e scricchiolante ma, in fin dei conti, godibile. Forse anche in “casa DC” si stanno avvicinando a quella formula creativa ottimale tanto agognata. Forse. Justice League è la traiettoria giusta da seguire, ma sicuramente c’è ancora molta strada da fare.

Innanzitutto cerchiamo di capire la travagliata genesi che sta dietro a Justice League.

Inizialmente il film era stato pensato come un mastodontico progetto diviso in due parti da distribuire a distanza di due anni l’una dall’altra. La generale accoglienza negativa di Batman V Superman: Dawn of Justice, però, ha ridimensionato gli entusiasmi della produzione facendo cambiare “rotta” al tono serioso e dark che lo sceneggiatore Chris Terrio stava dando all’intero DC Extendend Universe raccogliendo il testimone di David S. Goyer e di L’uomo d’acciaio. Inoltre lo stesso progetto in due parti è stato ridotto a un film indipendente con possibilità futura di sequel. Ma la situazione si fa più complicata quando il regista Zack Snyder, già all’opera su L’uomo d’acciaio e Batman V Superman si vede costretto ad abbandonare Justice League a film quasi ultimato a causa della prematura scomparsa di sua figlia. Il film viene affidato a Joss Whedon, orfano della Marvel (con la quale non si è separato proprio in maniera pacifica) e artefice dei due Avengers attualmente distribuiti, che era già stato ingaggiato per scrivere alcune scene aggiuntive di Justice League. Si dice che Whedon sia artefice di circa il 20% delle riprese della versione finale di Justice League e che la versione di Snyder, che doveva durare 170 minuti contro i 119 della theatrical version, sia stata rimaneggiata per adeguare il film al tono di Wonder Woman, recentissimo successo DC che ha di fatto creato la pietra di paragone all’interno dell’Extendend Universe.

Capirete che da queste premesse uno spettatore informato va con i piedi di piombo a guardare Justice League, già rassegnato al fatto che potrebbe non essere il gran film che in realtà dovrebbe essere. Per di più un film di questo tipo arriva troppo presto, senza che buona parte dei suoi protagonisti sia mai comparso sul grande schermo – a parte Wonder Woman, Batman e Superman – e rappresentando quindi un’opera introduttiva per tre importanti comprimari come Aquaman, Flash e Cyborg con tutto il corposo background che si portano dietro.

Ne è venuto fuori un mezzo miracolo perché, incredibilmente, Justice League è un film ordinato e riesce a dare spazio un po’ a tutti, evitando sia quel senso di confusione che c’era in Batman V Superman, sia quell’approssimazione generale presente in Suicide Squad. Allo stesso tempo si percepisce il “compromesso”: da una parte c’è quell’aura dark e seriosa che è segno distintivo dell’operato di Snyder, quello che doveva essere il marchio di fabbrica capace di distingue le produzioni DC da quelle Marvel, dall’altra c’è quella leggerezza e quell’ironia tipiche di Joss Whedon che aggiungono un tocco camp e comedy all’operato e che, purtroppo, tendono ad avvicinare molto questo prodotto a quello della “concorrenza”. Quindi Justice League vive di queste due anime, due stili che si annullano a vicenda creando un ibrido con una personalità indecisa che sarà probabilmente l’ago della bilancia delle produzioni future DC Comics.

Justice League si apre con una sequenza bellissima, un found footage di Superman a cui viene chiesto cosa trova di buono negli esseri umani, a cui il kryptoniano risponde con un ambiguo silenzio. In questo breve filmato c’è l’eredità ultima di Snyder e la sua intelligente visione del Super-Uomo, della sua superiorità e del suo essere un Dio che “gioca” con gli uomini. Da qui riprendiamo le fila di quanto accaduto in Batman V Superman, la morte di quest’ultimo che ha gettato nel caos Metropolis (ma non solo), perché l’assenza di un protettore invincibile rende duro l’operato degli altri eroi e il proliferare della criminalità. Finché Batman si rende conto che delle strane creature si aggirano per le strade della città, creature alate che si nutrono della paura (no, Jonathan Crane non c’entra nulla stavolta). Allo stesso tempo a Themyscira, l’isola delle Amazzoni, si materializza Steppenwolf, il temibile generale di Darkseid, che uccide molte guerriere ed entra in possesso di una delle tre scatole madri, che unite insieme possono conferire dei poteri inimmaginabili. Le altre due scatole sono nascoste ad Atlantide e sulla Terra, prossimi obiettivi dello spietato generale e del suo esercito di demoni alati. Per impedire a Steppenwolf di raggiungere le scatole, Batman e Wonder Woman chiedono la collaborazione di Arthur Curry, detto Aquaman, erede al trono di Atlantide, e individuano nei potenziati Barry Allen e Victor Stone due preziosi alleati.

Justice League riesce a destreggiarsi tra diverse tematiche con una certa naturalezza, a cominciare dalla difficoltà che l’umanità e gli altri supereroi stanno affrontando dopo la morte di Superman. Tra tutti sono soprattutto Batman e Wonder Woman a rivestire un ruolo fondamentale. Il primo si ritiene responsabile della morte del kryptoniano e non riesce ad elaborare la perdita di quello che ha capito troppo tardi essere un alleato. Il Batman di Justice League, interpretato sempre dal convincente Ben Affleck, è disilluso e stanco, ha “20 anni di avventure sulle spalle”, ma è anche testardo e ricco di risorse, unico a non avere superpoteri e poco interessato a figurare come leader del gruppo, ruolo che sembra lasciare a Wonder Woman. L’amazzone interpretata dalla bellissima Gal Gadot è il vero collante della Justice League, condottiera senza macchia e senza paura che sembra essere l’unica ad aver idealmente raccolto il testimone di Superman.

Poi ci sono i nuovi arrivati che, pur trattati senza reale approfondimento e spesso descritti attraverso piccole scene chiave, riescono ad avere una funzione ben precisa nella storia. Aquaman è selvaggio, irruento e scontroso, il classico anti-eroe riluttante abituato ad agire da solo, che rifiuta la proposta di unirsi alla “lega” per entrare in scena solo nel momento clou. Jason Momoa fisicamente non c’entra nulla con l’Arthur Curry dei fumetti, ma questa riscrittura del personaggio è efficace e il look tamarro ha il suo perché all’interno di una strategia di aggiornamento e differenziazione. Poi c’è Barry Allen, Flash, che ha il corpo minuto di Ezra Miller e il carattere sbarazzino del ragazzo che si diverte a collaborare con i tizi più fighi del mondo. Flash è l’elemento comico della Justice League e ha lo stesso entusiasmo di Peter Parker in Civil War, diciamo che la sua funzione di stemperare la tensione è necessaria, ma purtroppo il personaggio finisce qui: Flash è quello che fa le battute. Stop. Non c’è altro in questo Barry Allen, che qualche volta vediamo interagire con il padre in prigione, e dispiace perché il personaggio ne esce assai sminuito. Infine abbiamo Victor Stone, aka Cyborg, che ha il volto di Ray Fisher. Cyborg è un personaggio molto interessante, un passato tragico, l’aiuto di un padre che è un po’ il Dr. Frankentein e lui stesso la Creatura, pronto a scoprire nuovi poteri ogni giorno che passa e completamente in balia della sua nuova natura, che spesso non riesce a controllare. Cyborg è un personaggio immenso, ma in Justice League è il mezzo per raggiungere un obiettivo, palesemente quello a cui hanno puntato meno, rendendolo centrale solo perché il suo bizzarro potere serve a portare a termine la missione.

Justice League vive di un ritmo indiavolato, praticamente non esistono tempi morti e tutta l’azione è costruita su lunghissime scene madri, almeno un paio davvero ben riuscite. A tratti si soffre un po’ di crisi di rigetto da CGI con un uso talmente invadente degli effetti visivi (non sempre di qualità eccelsa) da desiderare altro. Nel suo complesso però, e nonostante gli evidentissimi difetti, Justice League funziona. Funziona perché diverte, perché ha quell’aria scanzonata e un po’ assurda dei fumetti a cui si ispira, perché è un b-movie consapevole di esserlo e non aspira a troppo se non a essere un giocattolone utile a definire una linea stilistica per il DC Extended Universe.

Justice League non farà la storia del cinecomic come, negli ultimi anni, è accaduto ad altri esponenti di questo filone, questo è sicuro. Però nel panorama pasticciato delle recenti trasposizioni DC Comics è uno degli esempi più godibili.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Nonostante le complicazioni produttive e postproduttive, ne è venuto fuori un prodotto dignitoso e divertente.
  • Ogni personaggio ha il suo spazio.
  • Ritmo indiavolato e scene madri a go-go.
  • Personalità un po’ schizofrenica che è riflesso dei rimaneggiamenti subiti.
  • Alcuni personaggi importanti sono decisamente bidimensionali.
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