Kingsman – Il cerchio d’oro, la recensione

Nel 2014 una nuova tipologia di agenti segreti si è affacciata sul grande schermo guadagnando, immediatamente, una poltrona d’onore nella sconfinata galassia cinematografica delle spy stories. Sono i Kingsman, organizzazione super-segreta anglosassone contraddistinta da una rigida etica professionale ed un’eleganza – tanto nel vestiario quanto nei modi – decisamente fuori dal comune. Liberamente tratto da una miniserie a fumetti di Mark Millar e Dave Gibbons, diretto da Matthew Vaughn e interpretato da un inedito Colin Firth, Kingsman – Secret Service è stato subito lodato da pubblico e critica per le meravigliose sequenze d’azione e la capacità di riuscire a trovare quel giusto ma difficile equilibrio tra action e ironia. Una rivelazione che non poteva certo restare un unicum ed ecco che a tre anni di distanza arriva nelle sale Kingsman – Il cerchio d’oro, seconda adrenalinica avventura che permette agli eleganti agenti segreti in doppiopetto di tornare sul campo per fronteggiare una nuova minaccia ancora più pericolosa della precedente.

Eggsy (Taron Egerton) non è più una matricola, adesso è un Kingsman a tutti gli effetti. Vive nella sua residenza segreta con la compagna, la Principessa Tilde (Hanna Alström), e con il suo inseparabile carlino J.B. Un equilibrio che sta per essere spezzato dalla diabolica Poppy (Julianne Moore), imprenditrice fuori di testa a capo dell’organizzazione “Il cerchio d’oro”, che grazie ad una fuga di informazioni riesce ad individuare ed eliminare in un solo colpo tutti i Kingsman e l’intero quartiere generale. Eggsy e Merlino (Mark Strong) sono gli unici agenti a scampare al massacro e per riuscire a fronteggiare la minaccia, adesso, non possono far altro che unirsi alla loro controparte statunitense, gli Statesman, agenti speciali poco raffinati e capitanati da Champagne (Jeff Bridges).

Non sapevamo bene quando ma sapevamo tutti che prima o poi un sequel sarebbe arrivato, dato l’enorme potenziale alla base del franchise e considerato il clamore suscitato dal primo capitolo. Dopo aver stravolto e parodizzato il mondo dei cinecomics con il primo bellissimo Kick-Ass, Vaughn decide di applicare la stessa formula a quel cinema spionistico fatto di agenti segreti e super criminali desiderosi di piegare il mondo ai loro piedi. Una parodia – seriosa – che guarda inevitabilmente a James Bond o Jason Bourne (non a caso le iniziali J.B. diventando il nome del cane carlino del protagonista) per dare vita, però, ad un prodotto dignitoso e di grande qualità capace di creare un proprio mondo puntando tutto sulla filosofia dell’eccesso. Scene d’azione stupefacenti, violenza gratuita a più non posso, villan improbabili e fantasiosi e tanti momenti costellati da un’irriverenza intelligente e inaspettata. Tutto questo era Kingsman – Secret Service, impossibile non accendere la miccia dei capitoli successivi.

Con Kingsman – Il cerchio d’oro si fanno sempre più evidenti gli ammiccamenti al personaggio creato da Ian Fleming e già il titolo è una chiara dichiarazione d’intenti pronta a ricordarci la seconda avventura dell’agente segreto più famoso di tutti i tempi. Matthew Vaughn torna fortunatamente alle redini dell’intero progetto affiancato dalla stessa Jane Goldman alla sceneggiatura. Questo fa si che la saga di Kingsman possa avanzare verso una direzione ben precisa, mantenendo fedele la rotta e senza temere spiacevoli “contaminazioni” apportate da terzi. Se il reparto creativo è rimasto invariato fa altresì piacere notare che, a distanza di tre anni, anche il cast è rimasto esattamente lo stesso, eccezion fatta per il personaggio di Arthù il cui volto passa da Michael Caine a quello di Michael Gambon. Per il resto ci sono tutti, l’azione riparte poco dopo i fatti del primo film, non mancano gli echi lasciati dal diabolico Richard Valentine e i nuovi personaggi introdotti (che sono molti!) riescono ad inserirsi nella storia in modo naturale e senza particolari forzature. Qui, infatti, risiede il punto di maggior forza del film. Contrariamente al primo capitolo, che nel suo essere un film di “preparazione” era semplice e lineare, Kingsman – Il cerchio d’oro ci immerge sin dai primi minuti in una storia carica di situazioni, strapiena di personaggi e molto densa grazie ad un fitto reticolo di trame e sottotrame.

Ciononostante, sorretto da una sceneggiatura efficace, il film riesce a trovare il modo d’essere ordinato dal primo fino all’ultimo minuto. Ogni cosa è al suo posto. I colpi di scena arrivano al momento giusto e tutti i personaggi trovano lo spazio di cui hanno bisogno. Tra le new entry, emerge in modo particolare l’agente Whisky, membro degli Statesman, interpretato dall’efficace Pedro Pascal e a cui si affianca il sempre bravo Jeff Bridges, il simpatico Channing Tatum ed Halle Berry. Interessante il lavoro svolto sugli antagonisti di turno che, anche se non hanno la stessa forza di Samuel L. Jackson e Sofia Boutella visti nel film precedente, non perdono di vista quel gusto per l’eccesso che caratterizza la saga e continuano a strizzare l’occhio in modo intelligente ai classici del cinema di spionaggio. Troveremo perciò una stralunata Julianne Moore chiamata ad interpretare la “Regina della droga”, una psicopatica con dei piani diabolici che vive segregata nella sua base segreta, edificata nel cuore della giungla, e sorvegliata da improbabili cyborg. Grazie alla presenza di robot umanoidi e cani meccanici, il film si avvale di un intelligente gusto per quella fantascienza improbabile che non può far altro che ricordarci un certo cinema spionistico prodotto tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80.

Sicuramente Matthew Vaughn riesce a mandare a segno una serie di colpi vincenti. Eppure, a fine visione, il film non riesce a lasciare quella scarica di euforia che ci si aspettava. Nonostante tutto, si ha la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Cosa non convince, dunque, in Kingsman – Il cerchio d’oro? Semplice. In primis l’utilizzo immotivato di un’ironia demenziale, fuori contesto, che eccede spesso in quel trash fastidioso che fortunatamente era stato tenuto alla larga nel primo film. Ci si riferisce in modo specifico alla disarmante idea di inserire nel cast Elton John nel ruolo di se stesso e renderlo protagonista di momenti scurrili e persino action. Insomma, attimi davvero imbarazzanti. Cose che si possono accettare e che magari fanno sorridere se si sta guardando il nuovo capitolo di Austin Powers, non di Kingsman.

In seconda istanza, c’è la componente action che lascia un leggerissimo retrogusto amaro. Sia chiaro, Matthew Vaughn si dimostra ancora maestro nella messa in scena di sequenze d’azione, eppure, rispetto al precedente capitolo, questa volta sembra esserci minor ispirazione. In 140 minuti abbondanti di durata, c’è solo una sequenza che riesce a farsi ricordare poiché figlia dell’indimenticabile scena in chiesa di Kingsman – Secret Service.

In conclusione Kingsman – Il cerchio d’oro è un buon prodotto d’intrattenimento. Un secondo capitolo senza infamia e senza lode in cui i pregi si alternano con i difetti dando vita ad un film indubbiamente gradevole ma che non riesce a spingere la narrazione lì dove ci si aspettava. Attendiamo il terzo capitolo. Arriverà.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una sceneggiatura ordinata che riesce a dare il giusto peso e spazio alle tante trame e sottotrame presenti nel film.
  • Grazie a situazioni e personaggi che ritornano, il film riesce ad essere un tutt’uno con il suo predecessore.
  • I nuovi personaggi si inseriscono in modo armonioso nel mondo di Kingsman.
  • L’utilizzo di un’ironia demenziale che sconfina spesso nel trash puro.
  • Elton John deve vivere con il rimorso di aver rovinato un film.
  • Le sequenze action, seppur belle, non hanno la stessa grinta di quelle presenti nel primo Kingsman.
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