KVIFF 2018. Crime latino, tra realismo magico e period drama

Si è da poco conclusa la 53° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Karlovy Vary, in Repubblica Ceca. La storica e prestigiosa rassegna è stata aperta quest’anno dal classico Gli amori di bionda (1965): un doveroso omaggio al maestro ceco, adottato da Hollywood, Miloš Forman, scomparso lo scorso aprile; ma anche una celebrazione del Festival stesso, che proprio a metà degli anni sessanta – nella breve stagione della Nová vlna, la nouvelle vague cecoslovacca – ha vissuto un momento di grande esuberanza artistica e popolarità internazionale. Momento interrotto dall’intervento militare sovietico del 1968, con il ritorno a un più ortodosso ruolo di vetrina ufficiale del cinema dei paesi del blocco socialista.

A quasi trent’anni dalla caduta del Muro, l’Europa dell’Est resta protagonista del Festival, con una sezione competitiva, denominata “East of West”, che si affianca alla selezione ufficiale. Ma lo sguardo e l’offerta della manifestazione si sono allargati al resto del mondo e ai generi più disparati, con varie sezioni collaterali, di cui una, denominata “Horizonty”, è dedicata alle “secondi visioni” da altri festival di primo piano. Partiamo proprio da qui per una serie di articoli sui film più interessanti – e dalla parte dei cattivi – di quest’edizione.

Il realismo magico si verifica quando in un’ambientazione realistica e minuziosamente dettagliata s’introduce un elemento troppo strano per essere credibile. Non per niente il realismo magico è nato in Colombia.” L’incipit della serie Narcos, con il suo richiamo a Gabriel García Márquez, descrive perfettamente anche Birds of Passage (Pájaros de verano, 2018), prima prova da sceneggiatrice e regista per la quarantenne produttrice colombiana Cristina Gallego, cui si affianca dietro la macchina da presa il più esperto Ciro Guerra (El abrazo de la serpiente, 2015).

Il film è stato presentato al festival ceco dopo aver debuttato a maggio nella Quinzaine des réalisateurs di Cannes. La cocaina qui non c’entra, è di traffico di marijuana che si parla: protagoniste, tra l’inizio degli anni sessanta e quello degli anni ottanta, due famiglie dell’etnia india Wayuu. Una delle situazioni più archetipiche del crime, ovvero nuove generazioni tracotanti che non rispettano i tradizionali codici della mala, è dunque trasposta in un contesto tribale, in cui le leggi da rispettare sono incrollabili credenze millenarie. Il protagonista Rapayet le asseconda disilluso, ma non osa mai sfidarle: è invece la sfrontatezza del suo socio in affari a costringerlo a un primo confronto con l’altro capo-clan Aurelio.

L’Escobar di Narcos aveva in effetti molto a che fare con Cent’anni di solitudine: è un novello Aureliano Buendía, un caudillo senza divisa, un uomo che vuole farsi Stato. Il realismo magico di Birds of Passage guarda invece alla metà pre-moderna dell’identità colombiana, alle sue radici più ancestrali. Elementi imprescindibili di questa saga familiare, articolata in cinque capitoli e punteggiata a lunghi tratti di una violenza pulp, sono dunque le premonizioni della moglie veggente di Rapayet, gli amuleti e gli oggetti sacri, lo stupro e la sua riparazione, il consiglio degli anziani. In bilico tra puntiglio antropologico e spirito visionario, tra parabola crime e sguardo sociale, Birds of Passage non è dunque propriamente un film di genere, ma completa in modo egregio l’ormai popolarissimo filone sul narcotraffico colombiano con un talentuoso sguardo d’autore.

Orso d’argento per la miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Berlino, Museo (2018) è l’opera seconda del messicano Alonso Ruizpalacios, anche lui classe 1978. A immagine del protagonista assoluto Gael García Bernal, il film presenta un look decisamente internazionale, ma vanta un’identità orgogliosamente messicana. La ricostruzione di un clamoroso furto di antichità precolombiane al museo antropologico di Città del Messico è declinata in chiave di commedia, secondo una variante classica del filone heist. Per restare alla merceologia dei sottogeneri, la dinamica dei rapporti tra i due improvvisati autori del furto è quella di un divertente buddy movie, con vari scambi di battute particolarmente riusciti. Il fatto di cronaca risale al 1985 e, come nella formula ormai classica della serialità period drama, una miriade di indizi sullo sfondo ci ricorda costantemente l’epoca di svolgimento dei fatti: telegiornali con immagini del grande terremoto di quell’anno, videogame come Space Invaders, giochi da tavolo un e modellino del Millennium Falcon. Insomma, la cultura nerd si conferma fondativa per il cinema di genere a tutte le latitudini.

C’è però anche molto di specificamente messicano. Non solo il ricordo della mitica diva da B-movie Sherazade Rios, dalla decadente aura felliniana. Soprattutto nella seconda parte, un’estetica onirica e un montaggio destrutturato pongono costantemente in relazione gli oggetti rubati alla loro dimensione rituale e magica; l’identità nazionale che essi rappresentano non può prescindere dalla cultura dello sciamanesimo. Nella “notte al museo” di antropologia di Città di Messico, i reperti non si risvegliano come in un sogno, ma come in una sconvolgente allucinazione da peyote.

Il marketing cinematografico gioca sin troppo spesso a presentare un nuovo film come sintesi di vari illustri precedenti. Un’abitudine che semplifica troppo, ma rivela bene, d’altra parte, lo spirito manierista e ibrido della postmodernità. Accettando comunque le regole di questo gioco potremmo dire che, in Birds of Passage, Narcos incontra Alejandro Jodorowsky; allo stesso modo, Museo riesce a tenere insieme, con ottima resa sia sul piano dell’intrattenimento che su quello artistico, l’immaginario di genere di Ocean’s Eleven e gli scritti di Carlos Castaneda. Non per niente il sincretismo è nato in America Latina.

Enrico Platania

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