KVIFF 2018. Thriller scandinavo: da soli contro la paura

Ad accomunare i due thriller scandinavi visti a quest’ultima edizione del Festival di Karlovy Vary c’è un radicale impianto narrativo: unità di tempo, luogo e azione, pedinamento stretto di un solo protagonista e piena assunzione del suo punto di vista, a dispetto della presenza in scena di vari altri personaggi.

Nel norvegese U – July 22 (Utøya 22. Juli, 2018), presentato nella sezione “Horizonty” e già in concorso all’ultimo Festival di Berlino, tali radicali premesse narrative sono condotte alle estreme conseguenze estetiche, con un unico piano sequenza di novanta minuti. Il virtuoso Erik Poppe rimette praticamente in scena in tempo reale la sanguinosa strage al campeggio dei giovani socialdemocratici di Utøya, perpetrata nell’estate del 2011 dal neonazista Anders Breivik. L’azione non segue però l’attentatore, ma una delle ragazze ospiti del campo estivo, interpretata con efficacia dalla ventenne Andrea Berntzen. Si parte dal disordinato rincorrersi di voci sull’esplosione di una bomba al quartiere governativo di Oslo, prima fase del piano omicida di Breivik, per proseguire con la repentina e disordinata fuga nei boschi che segue l’arrivo del killer presso il campeggio. Un assassino sempre invisibile, ma sempre presente sullo sfondo nell’implacabile, sordo susseguirsi di centinaia di colpi armi da fuoco. Le vittime, è bene ricordarlo per dare la proporzione dell’orrore, oltre alle 8 della bomba di Oslo, saranno alla fine 69, in larghissima parte di età compresa tra i 14 e i 23 anni.

La fuga della protagonista ha come filo conduttore la ricerca della sorella, di cui si sono perse le tracce dall’inizio degli spari, ed ha una struttura episodica, scandita dall’incontro con altri giovani che cercano rifugio nella foresta o sulle scogliere dell’isola Utøya. Se un sottogenere classico dell’horror come lo slasher movie, al di là dei suoi risvolti metaforici, nasce dalle decine di storie di serial killer che hanno insanguinato la cronaca americana, U – July 22 sembra quasi riportare l’impianto narrativo classico di un survival thriller giovanile all’agghiacciante ferocia della realtà. Unica concessione all’approfondimento psicologico, in un film dai ritmi incalzanti, una lunga conversazione tra la protagonista e un ragazzo prima del finale a sorpresa, che comunque poco aggiunge e nulla toglie a una ricostruzione davvero riuscita e capace di tenere insieme rigore documentaristico e virtuosismo thrilling.

Stessa filosofia, ma tutt’altra musica, per il danese The Guilty (Den skyldige, 2018), presentato invece nella sezione “Another View” e già transitato dagli schermi del Sundance Film Festival. Al suo primo lungometraggio, l’esordiente Gustav Möller ci porta infatti dalle parti di The Call (2013), raccontando di un agente della centrale telefonica della polizia, che riceve la chiamata di una donna rapita. Anche il personaggio ben interpretato dall’esperto Jakob Cedergren porta sulle spalle, come quello di Halle Berry, un trauma recente, che ne influenza pesantemente l’operato. Ma a rendere il tutto più estremo c’è qui la scelta dell’unità di luogo, che limita la scena alla sede della polizia, annullando l’oggettività dei fatti e mettendo, al contrario, in risalto la percezione soggettiva che il protagonista ha di eventi raccontati solamente a voce.  In questo meccanismo risiede l’altissimo potenziale thrilling della pellicola, dove numerosi colpi di scena si susseguono con i ribaltamenti di prospettiva vissuti dal protagonista, telefonata dopo telefonata.

Enrico Platania

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